Secondo teatro lirico della Polonia per importanza dopo Varsavia, l’Opera di Breslavia (Wrocław) – capitale storica della Slesia – ha proposto un’autentica rarità del Novecento operistico: Julietta di Bohuslav Martinů. Andata in scena al Národní Divadlo di Praga il 16 marzo 1938 su libretto dello stesso autore, l’opera si ispira alla pièce di Georges Neveux Juliette ou la clé des songes. Si tratta di un soggetto che Kurt Weill per un soffio non era riuscito a musicare e che ispirò, nel 1950, l’omonimo film di Marcel Carné.
La vicenda, articolata in tre atti, narra di Michel, un rivenditore di libri parigino alla ricerca di una voce misteriosa udita per caso tre anni prima, della quale si è innamorato. Giunto in una località di mare, interroga gli abitanti – in questa produzione turisti e lavoratori delle strutture ricettive – che però non possiedono memoria se non brevissima. Un poliziotto, che alla fine del primo atto diventa uno smemorato postino, gli propone di fungere da guida della cittadina, avendo il giovane dimostrato di saper ricordare persino episodi dell’infanzia. Michel, tuttavia, resta irretito dal riapparire della voce misteriosa, che lo attira verso un bosco.
Il secondo atto si svolge proprio al limitare del bosco, una sorta di non-luogo in cui compaiono vari personaggi – tra cui un’indovina e un ambulante – tutti ugualmente privi di memoria. Qui Juliette, la ragazza dalla voce misteriosa, chiede a Michel di raccontarle il loro amore, in realtà mai esistito; quindi fugge nel bosco, si ode un colpo di pistola e il giovane evita l’arresto solo grazie alla consueta amnesia degli abitanti. La casa che dovrebbe appartenere alla donna si rivela infine il tugurio di una vecchia: è questa la circostanza che induce Michel, disperato e ancora una volta ottenebrato dalla voce di Juliette, a volersi imbarcare come marinaio.
Nel terzo atto la vicenda, di marcato impianto surreale – in omaggio al clima artistico frequentato da Martinů negli anni parigini, a contatto con il Gruppo dei Sei – giunge a compimento. In un fantomatico Ufficio Centrale dei Sogni, vari personaggi cercano il sogno che li riguarda, compreso Michel, il quale è però avvertito dal guardiano – qui trasformato in scienziato – di svegliarsi in tempo, per non restare imprigionato in una dimensione parallela. Ingannato un’ultima volta dalla voce di Juliette, il giovane sceglie invece di restare nel sogno, ambientato nella cittadina di mare dell’inizio.
Verosimilmente il capolavoro teatrale del compositore ceco – considerando che The Greek Passion, più tarda (1955), si avvicina piuttosto al genere dell’oratorio – Julietta è una partitura complessa, caratterizzata da uno stile eclettico, da ampie linee melodiche, dalla presenza significativa del pianoforte (tratto tipico di Martinů) e dal ricorso a dialoghi parlati, qui eseguiti in lingua polacca.
Il cast, del resto, è interamente locale. I due ruoli principali, Juliette e Michel, sono affidati al soprano Kamila Dutkowska e al tenore Maciej Kwaśnikowski, entrambi efficaci in una scrittura senza dubbio impervia, segnata da continui mutamenti di registro e da diffuse dissonanze. Ben assemblata, comunque, l’intera compagnia, chiamata a dar vita ai numerosi personaggi della vicenda: da Łukasz Rosiak a Tomasz Rudnicki, da Jadwiga Postrożna a Grzegorz Szostak, da Aleksandra Opala a Aleksander Żuchowicz, da Nicolae Cebanu a Dorota Dutkowska. Incisivi gli interventi del coro, preparato da Anna Grabowska-Borys.
Orchestra dall’organico contenuto, ma saldamente nelle mani del maestro georgiano Mirian Khukhunaishvili, che conduce la parte strumentale con attenzione costante all’equilibrio con le voci, valorizzando l’alternanza tra momenti elegiaci ed esplosioni sonore.
La regia di Barbara Wiśniewska e la scenografia – costruita attraverso proiezioni di immagini marine e un uso di luci calde – risultano convincenti: l’ambientazione richiama più la California degli anni Cinquanta che la Costa Azzurra prevista dal libretto. Di indubbio impatto l’apparizione di Juliette che, in un accumulo di oggetti in plastica, si presenta sulla soglia come una Madonna circonfusa da un’aura onirica. L’ambientazione stralunata contribuisce efficacemente a restituire il senso di amnesia collettiva che pervade la vicenda. Nel secondo atto la scena si anima di creature marine – granchi, stelle, conchiglie, meduse luminose – mentre spiccano i costumi coloratissimi firmati da Emil Wysocki. Il terzo atto, invece, si colloca nel grigiore di un magazzino di scatole in attesa di spedizione, abitato da sognatori-sonnambuli ormai privi di volontà, oltre che di memoria; il palcoscenico è diviso orizzontalmente e, nel finale – un sogno senza risveglio – ritorna la scena iniziale sulla riva del mare, con una sirena che canta accompagnata dal bandoneon sotto la struttura metallica di un trampolino di piscina abbandonata.
Il teatro – una bella sala del 1841, ricostruita dopo gli incendi del 1865 e del 1871 – non è completamente esaurito, ma accoglie lo spettacolo con applausi convinti, soprattutto da parte di un pubblico giovane. Un vero trionfo per i due protagonisti in una serata che si impone come uno degli appuntamenti più significativi della stagione musicale polacca. 





