Per chi, come il sottoscritto, ha letto il libro di Thomas Mann ai tempi del liceo, Venezia è rimasta fatalmente quella descritta dal grande autore tedesco: ammorbata, malata, decadente. Una sorta di condanna per la meravigliosa città lagunare che tuttavia si arricchisce di nuove suggestioni, grazie alla letteratura, al cinema e alla musica, appunto. Il libro di Mann è forse il romanzo più famoso associato alla laguna. Ma, per chi voglia conoscere e amare ancora di più Venezia, altrettanto imprescindibile è Fondamenta degli incurabili di Iosif Brodskij: una dichiarazione d’amore alla città d’acqua e di nebbia, di riflessi e silenzi, dove ogni cosa sembra esistere contemporaneamente nella realtà e nella sua immagine riflessa.
È proprio questa Venezia ambigua, liquida, seducente e minacciosa a prendere forma nell’allestimento di Death in Venice, l’ultimo capolavoro di Benjamin Britten, con cui il Teatro Grande inaugura coraggiosamente la stagione lirica, proponendo per la prima volta a Brescia un titolo di singolare complessità musicale e drammaturgica. Una scelta tutt’altro che scontata per un teatro di tradizione, tanto più che questo stesso allestimento prenderà poi la strada del Circuito lombardo e di quello dell’Emilia-Romagna.
Ritroviamo nella regia di Rodula Gaitanou la misura e l’eleganza che avevamo apprezzato nel suo debutto al Grande, tre anni fa, con Madama Butterfly. La regista greca affronta il capolavoro di Britten evitando tanto i riferimenti più prevedibili del celebre film di Visconti quanto una lettura puramente illustrativa del racconto di Mann. La sua è soprattutto un’indagine nell’animo tormentato di Aschenbach, nella progressiva dissoluzione delle sue certezze, nel conflitto tra ragione e desiderio. La realtà, la percezione del protagonista e la sua riflessione su ciò che accade convivono in una dimensione scenica sospesa, nella quale i confini tra il mondo esterno e quello interiore si fanno sempre più incerti.
Venezia diventa così una città dell’anima. Le scene di Takis, autore anche dei costumi, restituiscono un universo raffinato e mutevole, attraversato da inquietanti presagi, grazie anche alle immaginifiche proiezioni di Dick Straker. Le luci di Fiammetta Baldiserri, ora calde e avvolgenti, ora fredde e livide, accompagnano il progressivo oscurarsi della vicenda. Talvolta tanta leggerezza ed eleganza sembrano quasi stridere con la gravità della musica e del dramma, ma è proprio in questo contrasto che si manifesta il fascino dell’allestimento. Le architetture veneziane si deformano progressivamente nel riflesso dei canali, mentre Aschenbach, dopo essersi sottoposto al grottesco trattamento del barbiere, contempla con ridicola e patetica soddisfazione il proprio ringiovanimento. Particolarmente riuscite tutte le scene con il coro, dai saltimbanchi a quella del sogno, nella quale la contrapposizione tra apollineo e dionisiaco assume una forza visionaria.
Pregevole anche il lavoro sui costumi: se la variopinta e cosmopolita clientela dell’albergo indossa abiti giocati prevalentemente su tonalità neutre, sulla spiaggia si dispiegano i colori pastello dei costumi da bagno d’inizio Novecento. Le coreografie di Mattia Agatiello intrecciano corpi sinuosi, vigorosi nelle competizioni sportive, eleganti nella danza, festosi e colorati nei panni dei saltimbanchi. Corpi sempre attraversati da una sottile carica erotica, ora tesa nello scontro agonistico, ora stemperata nell’infantile leggerezza dei giochi sulla spiaggia. Al centro di questo universo di giovinezza si staglia Tadzio, interpretato da un Filippo Polli esile e agile, con la sua acerba bellezza adolescenziale. Al suo fianco – tutti bravissimi – i danzatori di Fattoria Vittadini, in coreografie sempre emotivamente eloquenti.
Dal podio Daniel Smith governa la complessa partitura di Britten, esaltandone la straordinaria ricchezza timbrica e ritmica, nel segno di una modernità graffiante ma che non scivola mai in sterili intellettualismi. Al contrario, vibra di un potente respiro drammatico. Quella di Smith è una direzione attenta al dettaglio, capace di valorizzare il carattere quasi cameristico di molti passaggi senza perdere di vista la grande architettura drammatica. L’Orchestra dei Pomeriggi Musicali di Milano restituisce con prontezza un universo sonoro nel quale ogni strumento sembra possedere una precisa funzione psicologica. Suggestivo il ruolo delle percussioni, che evocano l’irraggiungibile bellezza di Tadzio, mentre la musica accompagna l’inesorabile disgregarsi della coscienza del protagonista.
Aschenbach trova in Toby Spence un interprete di notevole spessore. La voce chiara e duttile del tenore inglese affronta con sicurezza una parte di notevole difficoltà, nella quale il canto si intreccia continuamente con il recitativo e il monologo interiore. Convincente anche la presenza scenica, fatta di gesti misurati e di una progressiva trasformazione fisica che rende particolarmente toccante la parabola del personaggio.
Eccellente Dominic Sedgwick, chiamato ad affrontare i sette diversi ruoli che Britten affida a un unico baritono: figure grottesche, inquietanti, talvolta quasi caricaturali, che accompagnano Aschenbach verso il proprio destino. Sedgwick le caratterizza con grande varietà di accenti e notevole disinvoltura scenica, mantenendo sempre riconoscibile quella misteriosa identità che le accomuna. Efficace anche Danilo Pastore, la cui voce di controtenore incarna la dimensione apollinea, contrapposta alle seduzioni dionisiache.
Il numeroso cast è costituito da artisti nel complesso ottimi: il bravo tenore Xin Zhang (Hotel porter), l’ottimo Eugenio Maria Degiacomi (A guide/ English clerk), e poi i simpaticissimi – e vocalmente incisivi – Fabio Sabadini e Federica Cassetti nei panni dei suonatori ambulanti; completano la locandina Serena Pulpito, Dario Battaglia, Chiara La Porta, Ilaria Molinari, Chiara Torosani, Marcello Zinzani, Renato Cadel, Marco Tomasoni, Davide Cucchetti, Jacopo Grenti, Letizia Egaddi e Isabella Di Pietro. Un elogio particolare meritano i bravissimi componenti del Coro di OperaLombardia, preparato da Diego Maccagnola, che Britten tratta spesso come veri e propri solisti, affidando loro un’infinità di piccoli interventi che concorrono a costruire il caleidoscopico universo veneziano. 




Teatro Grande – Stagione 2026
DEATH IN VENICE
Opera in due atti di Benjamin Britten
Libretto di Myfanwy Piper, dalla novella di Thomas Mann
Gustav von Aschenbach Toby Spence
Il viaggiatore, il bellimbusto attempato, il vecchio gondoliere,
il direttore dell’albergo, il barbiere dell’albergo,
il capo dei suonatori ambulanti, la voce di Dioniso Dominic Sedgwick
La voce di Apollo Danilo Pastore
Il facchino dell’albergo Xin Zhang
Una guida turistica, un impiegato inglese Eugenio Maria Degiacomi
La venditrice di fragole, la signora danese Serena Pulpito
Il barcaiolo del Lido, il padre polacco, un cameriere di ristorante Dario Battaglia
La merlettaia, la madre russa Chiara La Porta
La bambinaia russa, la mendicante Ilaria Molinari
Il vetraio, un suonatore ambulante Fabio Sabadini
La ragazza francese, una suonatrice ambulante Federica Cassetti
La giornalaia, la madre francese Chiara Torosani
Il padre russo, un gondoliere Giorgio Tosi
Un prete in San Marco, il padre tedesco Renato Cadel
Il cameriere della nave, il cameriere dell’albergo Marco Tomasoni
Un americano, un gondoliere Davide Cicchetti
Un americano, un gondoliere Jacopo Grenti
La signora inglese Letizia Egaddi
La madre tedesca Isabella Di Pietro
Orchestra I Pomeriggi Musicali
Coro di OperaLombardia
Direttore Daniel Smith
Maestro del coro Diego Maccagnola
Regia Rodula Gaitanou
Scene e costumi Takis
Coreografie Mattia Agatiello
Luci Fiammetta Baldiserri
Video Dick Straker
Nuovo allestimento in coproduzione tra i Teatri di OperaLombardia,
Fondazione I Teatri di Reggio Emilia e
Fondazione Ravenna Manifestazioni/Teatro Alighieri.
Brescia, 25 settembre 2026

