Chiudi

Barcellona, Gran Teatre del Liceu – Manon Lescaut (con Asmik Grigorian)

Nello stesso periodo, tre diverse produzioni del primo capolavoro di Puccini vanno in scena a Barcellona, Lione e Parma. Dopo una certa assenza dai maggiori teatri, è sempre un piacere ritrovare Manon Lescaut, titolo tanto amato quanto difficile.

Al Gran Teatre del Liceu abbiamo assistito a un nuovo allestimento. Álex Ollé, regista in residenza, ha portato qui lo spettacolo nato per l’Opera di Francoforte. Come si sa, quest’ultimo teatro è un bastione del Regietheater tedesco. Non si spiegherebbe altrimenti come un librettista e regista talentuoso – capace di firmare una messinscena schietta, semplice e funzionale di Enemigo del pueblo vista recentemente a Madrid (qui il link) e prima a Valencia – decida di “fare il furbo” con un titolo di repertorio. A fine spettacolo, insieme agli applausi, ci sono state abbondanti contestazioni da parte di un pubblico numeroso (che tuttavia non arrivava all’ambito “tutto esaurito”) e che per giunta ha fatto suonare i cellulari in momenti cruciali (pazienza, ma prima o poi i teatri dovranno prendere una decisione drastica al riguardo).

L’opera comincia, in questo caso, con un video in bianco e nero: la voce di una donna in una lingua che non conosco (mi è stato riferito potesse essere georgiano o armeno) si rivela essere quella della madre di Lescaut e Manon. Parla al figlio preoccupata per il carattere della ragazza (entrambi immigrati irregolari) e gli chiede di farla rientrare. Così, la Manon che scende da un furgone insieme ad altre ragazze sembra avere già un’esperienza negativa della vita e un atteggiamento indolente (sigaretta e bibita in mano), nonostante il testo reciti che il treno arriva da Amiens e lei sia diretta in convento.

L’ambientazione è lo squallido bar di una stazione ferroviaria moderna e brutta, ma nell’angolo sinistro (ahimè per chi è seduto nei palchi laterali) spunta la reception di un albergo di lusso dove un sordido Geronte fa i suoi loschi traffici. Siccome si tratta di uno spettacolo politicamente corretto, c’è spazio per una studentessa che interagisce con Edmondo e Des Grieux prendendo parte alle loro decisioni, un disabile, e così via. Il secondo atto (quello di “In quelle trine morbide” e de “L’ora, o Tirsi”) si svolge in un bordello moderno con molte “lavoratrici”; il Musico è una seducente e brava Mercedes Gancedo, che canta la sua “sensuale” canzone avvinghiata a un palo da pole dance. Il maestro di ballo è un cliente e Geronte fa la parte del padrone che tenta di possedere pubblicamente il suo ultimo acquisto (niente calamistro, ma un due pezzi volgare oltre ogni limite). Gli ultimi atti migliorano, nel senso che la scena è quasi spoglia, eccezion fatta per delle gabbie nel terzo atto per le prostitute maltrattate dalle guardie. Il lampionaio si è sentito più che visto, ed è un peccato, perché Andrea Antognetti canta bene la parte.

Il direttore musicale Josep Pons, alla sua ultima stagione, ha dimostrato ancora una volta che la sua affinità con il repertorio tedesco, centroeuropeo o slavo (vedi la sua ottima Rusalka alla fine della scorsa stagione) non trova lo stesso riscontro nel repertorio italiano. Ha analizzato la partitura con precisione chirurgica e l’orchestra lo ha seguito in ottima forma, ma Puccini richiede soprattutto emozione e quello che si suole chiamare afflato lirico: qui, al massimo, abbiamo avuto una dinamica eccessiva. Bene il coro, preparato come sempre dal bravo Pablo Assante.

Nel ruolo del titolo ritornava l’ammiratissima Asmik Grigorian, pure lei reduce dalla trionfale Rusalka e da un ottimo concerto wagneriano e straussiano. I suoi fedeli l’adorano e apprezzano tutto quello che fa; per lei è stato un trionfo. Io, però, credo che non possieda i requisiti per questo tipo di repertorio. Lo so, ha cantato Butterfly, Lady Macbeth e Norma e ha fatto sempre impressione; non l’ho mai sentita in quei ruoli e non bramo “tergermi da tanta macchia”, anche perché non credo ai cantanti “assoluti”: di Leonardo e Michelangelo non ne vedo molti in giro. Grigorian canta benissimo e con ottima tecnica, ma non ha dalla sua né il timbro né lo spessore adatti, e non padroneggia il “canto di conversazione” né gli accenti. Il suo momento migliore è “Sola, perduta, abbandonata”, fatta eccezione per il “tutto è finito” che risulta un anticlimax. E poi, c’è una bella differenza tra il sensuale e il procace.

Doveva debuttare Joshua Guerrero, ma non lo ha fatto (e non avevo fretta di risentirlo dopo un deludente Rodolfo all’Opéra di Parigi). Al suo posto un per me sconosciuto – chiedo venia – Ivan Gyngazov: giovane, altissimo, di bell’aspetto. Avrebbe anche i mezzi vocali giusti, ma dovrebbe rivedere l’emissione: cantare ogni singola frase con la voce “in gola” non è la strategia migliore per una lunga carriera. Se l’intento è emulare Del Monaco, servirebbero la voce e la tecnica del celebre tenore. E – scusate ancora – Des Grieux non è un Heldentenor. Iurii Samoilov è stato un Lescaut dalla proiezione irregolare: a momenti tuonanti ne seguivano altri impercettibili (e non è il caso di azzardare paragoni con chi ha debuttato al Liceu in questo ruolo, un certo Ludovic Tézier). Pregevole Donato Di Stefano come Geronte (ancora più viscido del solito, ma era ciò che la regia richiedeva). Una menzione, infine, per il bravo Edmondo di Filip Filipović.

Spero che a Parma e a Lione la povera Manon abbia miglior fortuna.

Barcellona, 17 marzo 2026

Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino