Chiudi

Barcellona, Gran Teatre del Liceu – Aida (con Anna Netrebko)

Quattro anni fa avevo iniziato allo stesso modo la mia recensione da Madrid. Anche qui a Barcellona, con Aida, le recite sono tante e i cantanti altrettanti: soprattutto i cast maschili hanno subìto cambiamenti e spostamenti come da tempo non si vedeva. Forse con cinque recensioni riuscirei a coprire tutto, ma niente paura: questa “doppia” e un’altra sono più che sufficienti. Dovrete solo avere un po’ di pazienza. Trattandosi del titolo in assoluto più rappresentato nella storia del Liceu, è logico che si sia scelto un nuovo allestimento. Nuovo, però, solo in parte: nasce infatti dodici anni fa a Salisburgo e arriva poi a Parigi, sempre in work in progress – così abbiamo già usato qualche parola inglese, che dà sempre un marchio di qualità e distinzione.

Di nuovo, come a Madrid, le star di questa produzione sono Anna Netrebko e Piotr Beczała (impegnato nelle recite di ottobre, sulle quali ritorneremo), che, come si sa, da tempo non condividono il palcoscenico e probabilmente non lo faranno mai più. Peccato. Il soprano di Krasnodar è stata la prima protagonista di questa produzione a Salisburgo e si nota: se una cosa positiva va detta, è che sul piano interpretativo la sua Aida è stata commovente e molto, ma molto migliore di quella vista quasi cinque anni fa all’Arena di Verona. Per quanto riguarda l’aspetto vocale, se ingenerosamente si può dire che nel primo atto incominciava un po’ calante e nel secondo qua e là l’intonazione non era centrata, senza dubbio ha dimostrato di essere la voce più importante e bella della serata, e gli ultimi due atti sono risultati eccezionali. Niente di particolare da dire sulla corretta Olga Maslova, troppo generica e remissiva, e non di rado alle prese con problemi d’intonazione (vedi “O cieli azzurri”).

Siccome, di nuovo come a Madrid, Yusif Eyvazov ha cancellato per motivi di salute (guarda caso), uno dei tenori doveva assumere il non facile ruolo di Radamès in due serate consecutive. Non so se per maggiore dimestichezza con l’altra compagnia o per la tranquillità di avercela già fatta, la prestazione dell’armeno Arsen Soghomonyan risultava molto migliore nella seconda recita. Voce importante in acuto, fraseggio quasi sempre tonitruante e monotono, solo negli ultimi atti ha tentato di usare la mezzavoce, ma l’attore restava sempre alquanto impacciato.

Ekaterina Semenchuk mi ha sorpreso. Non so se sia stata una di quelle serate storte che tutti i cantanti possono avere o per altra ragione, ma la sua Amneris incominciava appena udibile, tranne nel registro grave, troppo nasale. Si riscuoteva un po’ all’inizio del secondo atto, era molto brava nelle poche frasi del terzo e se la cavava nel quarto. Il giorno dopo, però, il ruolo è passato a Fiorenza Cedolins, anni fa una grandissima Aida. Come succede sempre, ad alcuni cantanti tutto è permesso, ad altri no. Cedolins ha cantato da soprano, quale ancora è, e la sua era la voce che passava meglio l’orchestra. Inutile cercare un centro e un grave scuri e corposi. C’era invece un dominio del fraseggio e un peso dell’espressività capaci di restituire aspetti quasi sempre inediti o nascosti del personaggio: uno per tutti, la lotta interiore tra sdegno e compassione nel duetto con Aida, ovviamente non prevista dalla regia, che dei personaggi si è occupata ben poco.

Allo stesso modo, tra il canto più “elegante” di Artur Ruciński e quello più “enfatico” di Àngel Òdena, la voce del primo risultava un po’ piccola e lirica per Amonasro. Il Re era sempre il giovane e bravo Vittorio De Campo, dal timbro e dal volume importanti, che ha ancora lavoro da fare ma pare sulla strada giusta. Ramfis era un Alexander Köpecki di tutto rispetto, ma più baritonale che in altre occasioni. Simón Orfila, invece, non sempre riusciva a emettere un suono stabile, e forse non è Verdi il compositore che più gli si addice. Il Messaggero di Moisés Marín era buono, ma ignoro chi sia responsabile di quel “morte” finale nel suo racconto, che sarebbe stato accettabile come grido disperato in Cavalleria rusticana. Le due sacerdotesse, qui presenti in palcoscenico, erano Carmen Buendia e Núria Vilá (la prima più a suo agio).
Il coro – applauditissimo con il maestro Pablo Assante – era in buona forma, anche se sembrava un po’ ridotto nella componente maschile. Se gli uomini cantavano molto bene nei momenti in piano, le donne li superavano nei passaggi in forte.

L’orchestra si mostrava molto duttile e preparata, ma le scelte dei maestri (Antonello Manacorda e l’assistente Josep Gil) non erano sempre convincenti. Con Manacorda predominavano i dettagli e l’aspetto più intimo della partitura, con il risultato che i momenti più vigorosi rischiavano di assumere un carattere pompier. Con Gil tutto appariva più regolare e generico, ma anche un po’ sbiadito.

Resterebbe da parlare della messinscena. Difficile. La prima è stata una serata burrascosa, resa ancora più complicata dall’allerta meteorologica arrivata sui cellulari nel bel mezzo del duetto Aida-Radamès del terzo atto, con conseguente interruzione e la comica rassegnazione della diva, che si è sdraiata per terra ad aspettare la ripresa. Il pubblico ha manifestato sonoramente, anche con battute e scherzi, la noia e l’incomprensione per le lunghe pause. Non vengono infatti rispettati gli intervalli previsti da Verdi – ce n’è uno solo, in considerazione della durata dell’opera – e si perde invece tempo tra quadri e scene con processioni di preti e schiavi, sussurri inquietanti da Halloween e, soprattutto, un gruppo di soldati che prima si veste, poi viene rimproverato dal caporale e infine si scatena in urla e discorsi senza apparente senso. È stato il momento dei fischi e dei buh più sonori.

Peggio ancora, si perde la continuità drammatica. Con tutto il rispetto per Shirin Neshat, per il suo spettacolo in continua evoluzione e per la sua vicenda personale di donna iraniana in esilio, viene da chiedersi: è lecito prendere un’opera e trasformarla in una colonna sonora? Forse al cinema, ma non sul palcoscenico di un teatro lirico. Se nelle arie gli artisti vanno lasciati soli non tanto per mostrare quanto sono bravi, quanto perché i personaggi verdiani si trovano davvero soli, è chiaro che video e carrellate di fotografie su temi politici e sociali finiscono per distrarre invece di approfondire e spiegarci meglio quella solitudine. I monologhi di Shakespeare ammettono una simile distrazione? Io credo di no. La parola ha una forza inarrivabile, esattamente come la musica geniale di Verdi.

E poi, purtroppo, ci sono i balletti. Se vengono eseguiti senza danza, si cade nel ridicolo. Al posto delle sacerdotesse del tempio di Fthà entrano Radamès, Ramfis e altri sacerdoti, e Radamès sgozza un capretto. Gli «schiavi mori» oggi non si possono far danzare – eppure il libretto li prevede – e così i soldati, poco prima scatenati, cercano di imporsi ad Amneris e alle schiave in sottoveste per una ragione che non si comprende: il capitano vuole che la principessa indossi un abito rosso. Nel trionfo, poi, Radamès entra prima del tempo per sgozzare una bambina, mentre i prigionieri sono già schierati sul fondo. Quando chiede al Faraone la venia per presentarli, l’unico a farsi avanti è Amonasro. Infine i prigionieri si svestono e, sulle ultime note del concertato, i colpi di mitra uccidono i prigionieri appena liberati. E non si può nemmeno dire che l’assenza di danza serva a contenere i costi, vista la presenza di tante comparse.
Recite stranamente non del tutto esaurite; applausi per tutti, senza differenze troppo marcate. Primo cast secondo cast

Barcellona, 28 e 29 settembre 2026

Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino