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Amsterdam, De Nationale Opera – Semele

Nel comporre Semele, opera in the manner of an oratorio, ossia originariamente eseguita in forma di concerto a causa delle limitazioni quaresimali – malgrado un soggetto niente affatto penitenziale, Georg Friedrich Händel aveva potuto sperimentare forme diverse rispetto all’usuale ripartizione tra recitativi secchi e arie col da capo dell’opera italiana. Abbondano i monologhi accompagnati e le declamazioni che si trasformano in vere e proprie arie; appare, caso rarissimo nella produzione händeliana, un quartetto. Il coro è particolarmente attivo, impegnato in numerose polifonie che riecheggiano i toni del Messiah, di soli tre anni precedente. Caratteristiche che nel 1744 potevano sorprendere, ma che, avvicinando in realtà il libretto alla nostra sensibilità teatrale, finiscono per aiutare la realizzazione, oggi, di una messinscena coerente di un oratorio, che, in origine, non ne prevedeva alcuna.

Lo spettacolo di Claus Guth, originariamente presentato a Monaco di Baviera e ora ripreso ad Amsterdam per la scena dell’Opera nazionale dei Paesi Bassi, si apre con una scena che sembra ormai d’obbligo nelle moderne riletture di argomenti mitologici: una famiglia in cui sta per celebrarsi un matrimonio, simbolo ultimo delle convenzioni borghesi a cui la nostra eroina pare volersi sottrarre. In realtà questo aspetto di critica sociale appare solo tangenzialmente nel lavoro di Guth: c’è, prima di tutto, un gioco di contrasti. Nel mondo di Semele e della sua famiglia domina il bianco; Zeus appare come un’aquila nera e nere sono tutte le creature olimpiche. Bianco e nero, terra e cielo: se crediamo alle etimologie, il nome di Semele è legato alla radice indoeuropea che indica la divinità terrestre, mentre Zeus a quella celeste – ma questo cielo è notturno e tenebroso.

Semele, in fondo, deve scegliere: la vita “normale” con Athamas o quella divina con Zeus. Le sue certezze vacillano, assieme al continuo cambio d’abito, bianco o nero. Anche il canto, allora, deve associarsi: aria dopo aria, Elsa Benoit è molto abile a mostrare la complessità del personaggio. All’inizio, la voce luminosa, e che talvolta sembra restringersi salendo in acuto, dà corpo a una Semele figlia, sorella e fidanzata esemplare: le colorature sono sempre aggraziate e ingentilite, nelle linee vocali domina la purezza e la pulizia. Ancora «Endless pleasure» ha, a dispetto del testo, un che di misurato: ma nel corso della permanenza celeste (o infernale?) la voce acquisterà un maggior calore, prima nella commovente delicatezza di «O sleep», in perfetto dialogo con il violoncello solo e l’organo, per arrivare a risplendere nelle esplosive agilità di «Myself I shall adore», con un’ottima articolazione delle quartine. C’è, infine, la disperazione di «Ah me! Too late I now repent». A cui, a differenza del mito, non segue la morte di Semele, incenerita dalla vista di Giove nei pieni attributi della divinità.

D’altronde Händel non è Rameau e non fa seguire una sinfonia di tuoni e fulmini al tragico evento, ma solo un coro di sacerdoti («Oh, terror and astonishment!») in cui domina il senso di paura e di sopraffazione davanti alla manifestazione sovrannaturale, con un testo quasi moraleggiante nel condannare la vanità dell’uomo nel voler accedere ai misteri della divinità. E allora, semplicemente, vedremo di colpo scomparire le piume nere, simbolo della presenza di Giove, dal palcoscenico: e Semele resterà viva (e incinta di Bacco), ma in uno stato catatonico, e in un terribile finale lasciata sola e in disparte mentre la famiglia celebra, quasi come nulla fosse accaduto, il matrimonio della sorella Ino con Athamas. Atamante che è interpretato da Jakub Józef Orliński, che tra gli squilli argentei di «Hymen, haste» e i virtuosismi (tra cui un’incredibile doppia messa di voce) di «Despair no more» esprime tutta la vacuità di questo personaggio capace di saltare da un matrimonio all’altro con eguale ardore. In ogni caso, tutti gli interventi dimostrano il grande controllo vocale e l’emissione sempre pulitissima e precisissima del controtenore polacco dal multiforme talento — anche in questo spettacolo ha l’occasione di cimentarsi in un numero di break-dance. Accanto a lui c’è Ino, sorella di Semele, qui interpretata da Nadezhda Karyazina. Se i gravi, quasi minacciosi, di «Look not on me» offrono un bel contrasto con la purezza di Semele e Athamas, la tendenza a gonfiare certi suoni fa perdere la chiarezza del testo.

Se il mondo “borghese” della casa familiare non è certo un luogo accogliente per Semele, non lo è neanche l’illusione – a caro prezzo perduta – del monte Olimpo, dove le gelosie e il materialismo sono ugualmente dominanti. Insomma, due mondi in contrasto, ma alla fine due mondi analoghi che lasceranno ugualmente Semele vittima. David Portillo è un tenore di grazia di ascendenza mozartiana, a cui si confanno gli accenti seduttori di un Giove lirico dal bel fraseggio e dotato di ottime mezzevoci (bellissima la chiusa su «Where’er you turn your eyes»). Portillo, però, non è un Heldentenor o uno haut-contre, e quindi gli risulta più difficile incutere timore quando lo richiederebbero i toni più spinti del terzo atto. Per questo stona un po’ l’aver rappresentato Zeus come un bad boy o una sorta di fascinoso villain. Non solo perché la voce di Portillo sembra suggerire altro, ma perché sembra rompersi quell’opposizione tra terra e cielo, tra umano e divino. E se è vero che, in Ovidio, gli dèi sono umanissimi, le sfumature comiche attribuite alle divinità olimpiche sembrano fare di Giove lo Jupin di Offenbach.

Comica è invece certamente l’interazione tra Giunone, la fidata Iris e il Sonno, in un episodio preso a prestito dal libro XI delle Metamorfosi. Jessica Niles (Iris) unisce gli acuti svettanti, malgrado un volume piuttosto ridotto, a un’indubbia capacità di recitazione;  la potente sposa di Zeus trova in Jasmin White una voce autoritaria, dalla pienezza che non possiamo non definire giunonica  – peccato per qualche eccesso di vibrato che toglie precisione alla declamazione.

Florian Boesch impersona tanto il padre Cadmo quanto la personificazione del Sonno. Se nel primo intervento la voce sembra mancare di gravità, nel lungo monologo con cui Cadmo narra il “rapimento” celeste di Semele compensa con l’abilità nel disegnare le parole e nel dare senso teatrale alle linee vocali. Nei panni del Sonno, invece, pare trovare quel timbro che inizialmente sfuggiva, risultando molto più convincente (e sfoggiando anche ottima agilità).

La buca del Muziektheater ospitava per questa produzione il celebrato ensemble Le Concert d’Astrée guidato, come sempre, da Emmanuelle Haïm. La ricetta, comune in realtà a quella di tanti gruppi barocchi francofoni, è la solita: ritmo e articolazione. Senza esagerare con gli effetti percussivi o con le inégalité, la direzione di Haïm privilegia i tempi rapidi e un’attenzione incredibile per ogni accento o ogni piccola pausa, sempre indicati dalla bacchetta o dalle mani della direttrice. Un incedere quasi a passo di danza, che continua a infondere energia e vitalità all’opera. Vigore necessario, in fondo, per un’opera dalla considerevole lunghezza (pur con non microscopici tagli, si passano abbondantemente le tre ore).

Spesso gli ensemble barocchi hanno anche un coro associato (è il caso anche del Concert d’Astrée) specializzato nel repertorio settecentesco, ma che soprattutto, evolvendo a stretto contatto con il gruppo strumentale, ne condivide più facilmente le intenzioni. In questo caso, invece, è il coro in house dell’opera olandese ad affrontare i numerosi interventi polifonici dell’oratorio. Se è inappuntabile la precisione, l’intonazione o ancora il colore delle diverse tinte drammatiche che il coro è chiamato a rappresentare, si avverte una distanza nell’articolazione tra coro e orchestra. Ne risente in particolare la fuga che chiude il secondo atto, che beneficerebbe, proprio come un’esecuzione cembalistica, di una particolare attenzione per caratterizzare ogni ingresso del soggetto o ogni ritorno di un certo disegno melodico.

Al suono delle trombe e dei timpani, il travolgente finale dell’opera chiude la serata accolto da un tripudio di applausi: la standing ovation è pressoché la norma ad Amsterdam, ma l’entusiasmo del pubblico era evidente, e ugualmente destinato a tutti i protagonisti. Merito certamente della vitalità dell’esecuzione orchestrale, dell’ottimo cast di solisti, e anche di uno spettacolo capace di trovare una chiave di lettura alla storia millenaria di Zeus e Semele.

De Nationale Opera
SEMELE
Opera in forma di oratorio in tre atti, HWV 58
Libretto di William Congreve
dalle Metamorfosi di Ovidio

Musica di Georg Friedrich Händel

Semele Elsa Benoit
Athamas Jakub Józef Orliński
Juno Jasmin White
Jupiter/Apollo David Portillo
Cadmus/Somnus Florian Boesch
Iris Jessica Niles
Ino Nadezhda Karyazina
Gran sacerdote di Giunone Jasurbek Khaydarov

Le Concert d’Astrée
Coro dell’Opera Nazionale dei Paesi bassi
Direttrice Emmanuelle Haïm
Maestro del coro Edward Ananian-Cooper
Regia Claus Guth
Scene Michael Levine
Costumi Gesine Völlm
Luci Michael Bauer
Video Roland Horvath
Coreografia Ramses Sigl
Drammaturgia Yvonne Gebauer, Christopher Warmuth

Amsterdam, 29 gennaio 2026.

Photo: Bart Grietens

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