Il Werther andato in scena al Palacio Euskalduna di Bilbao – che riprendeva la fortunata regia di Rosetta Cucchi nata per il Comunale di Bologna nel 2016 – si è rivelato uno spettacolo di alto livello, sia per la qualità del parterre vocale sia – e non è affatto scontato – per la prestazione dell’orchestra.
Carlo Montanaro, buon conoscitore nel repertorio romantico e tardoromantico francese, ha guidato la Sinfonica bilbaina – forse la migliore compagine musicale iberica – con piglio deciso, valorizzando i diversi aspetti di una partitura che alterna momenti di raffinato melodismo a fragorose esplosioni sonore. Del resto, è proprio a una simile attitudine a trascolorare dai lucenti bagliori dell’idillio iniziale alle tinte corrusche della tragedia finale che il capolavoro di Jules Massenet deve quel successo che ancora oggi gli viene tributato, grazie a una resa quasi perfetta nel racconto goethiano. La direzione ha inoltre saputo modulare dinamiche e tempi in funzione delle esigenze dei due protagonisti, chiamati entrambi ad affrontare tessiture impervie, che richiedono padronanza dello strumento e totale immedesimazione.
Padronanza e intensità interpretativa si sono riscontrate tanto nel Werther di Celso Albelo (subentrato a Stephen Costello), quanto nella Charlotte di Annalisa Stroppa. Il tenore canario, apprezzato per il timbro squillante, ha affrontato con sicurezza ogni difficoltà, rendendo memorabile il momento clou dell’opera, “Pourquoi me réveiller, ô souffle du printemps?”, accolto dal pubblico con grande entusiasmo. Albelo è stato un Werther dal fraseggio fluido e adamantino, capace di penetrare il cuore di un personaggio complesso e di renderne con naturalezza l’afflato romantico, sospeso tra l’amore per Charlotte e la contemplazione della natura, con emissione controllata e acuti impeccabili.
Stroppa, che aveva già condiviso il palco con Albelo nel Belisario di Donizetti a Bergamo nel 2012, ha colpito per incisività vocale e presenza scenica. Il ruolo le calza a pennello, e la sua interpretazione supera la già lusinghiera performance bolognese del 2024. Notevole l’introspezione psicologica nel tratteggiare l’evoluzione del rapporto con Werther, dalla spensierata simpatia a una sintonia ideale, dall’imposizione del rifiuto per ragioni morali alla malinconia (aria delle lettere), alla disperazione (aria delle lacrime), alla sofferta dichiarazione d’amore, quindi al cupo presentimento e alla contemplazione attonita del suicidio, infine allo smarrimento nel nulla cosmico: “Tout est fini!”. Il mezzosoprano ha dominato le asperità della parte, alternando acuti svettanti a repentine discese nella zona grave, con centri solidi e vellutati, valorizzati in particolare nell’“aria delle lacrime”, qui accompagnata dal clarinetto basso invece del sassofono, e accolta da un caloroso applauso.
Ottima la Sophie di Lucía Iglesias, che nei suoi due interventi con Werther e Charlotte ha reso la freschezza tipica di una fanciulla che, in maniera un po’ incosciente, si apre all’amore. Più che convincenti le prove di Àngel Òdena (Albert), Enric Martínez-Castignani (il borgomastro), Jesu Cabrero e José Manuel Díaz (Schmidt e Johann) e Olga Revuelta (Katchen). Sempre incisivo il coro, diretto da Esteban Urzelai Eizagirre, insieme alle voci bianche.
La regia di Cucchi continua a funzionare bene: non ha sofferto delle generose dimensioni del palco, né di quelle della sala, che avrebbero potuto contrastare con la visione intimistica dell’opera. Al contrario, l’ampiezza dello spazio ha accentuato il distacco tra la figura del poeta, spettatore esterno di una felicità irragiungibile, e una realtà che, passo dopo passo, si fa sempre più drammatica. Le luci, inoltre, hanno contribuito al coinvolgimento di platea e gallerie: splendida la scena che chiude il secondo atto, con gli abitanti di Wetzlar che si serrano a nascondere Charlotte e Albert, prigionieri delle convenzioni sociali borghesi, così come il finale, struggente e carico d’angoscia, in cui i protagonisti sembrano sognare un’illusoria vecchiaia, mano nella mano, sulle note del canto natalizio dei bambini.
Al termine, scroscianti applausi per tutti e ovazioni ripetute per i due protagonisti. 





