Quando nel 1791 Mozart compone La clemenza di Tito per l’incoronazione di Leopoldo II, gli viene richiesto un lavoro di circostanza: un’opera seria “ufficiale”, solenne, costruita sul tema esemplare del sovrano che perdona chi ha attentato alla sua vita. Ma, come spesso accade, Mozart va oltre la funzione celebrativa. Trasforma il libretto metastasiano, snellito e reso più dinamico da Caterino Mazzolà, in un teatro di emozioni reali, dove amicizia, ambizione, fragilità e responsabilità politica si confrontano senza retorica. Tito non è solo l’imperatore illuminato che esercita la clemenza, ma un uomo chiamato a dimostrare che il potere non si misura dalla repressione, bensì dalla capacità di tenere insieme un impero che rischia di disgregarsi.
Su questo equilibrio tra dramma umano e dimensione pubblica si innesta la lettura registica di Paul Curran per l’allestimento inaugurale della stagione 2025/26 del Teatro La Fenice, che trasferisce l’opera in una contemporaneità vagamente astratta. Il primo atto, ambientato in un freddo palazzo-museo con statue e bassorilievi antichi, mette in rapporto diretto l’eredità classica con un presente in cui i personaggi si muovono in abiti moderni dal sapore rétro. Non tutto convince – a partire proprio dai costumi (come le scene firmati da Gary McCann), poco significativi nel caratterizzare la scena – ma l’idea è chiara: il mondo antico resta sullo sfondo come memoria di ordine ed equilibrio, contro cui si proiettano i conflitti del presente. In alto campeggia il motto Vulnerant omnes, ultima necat (“tutte feriscono, l’ultima uccide”), tipica delle antiche meridiane, a ricordare il tempo che scorre e la fragilità della vita: un richiamo alla caducità e alla responsabilità delle azioni, che riecheggia idealmente nei conflitti e nelle scelte dei protagonisti.
All’inizio del secondo atto lo stesso spazio ritorna devastato da un’esplosione: immagine potente che rende tangibile la fragilità del tessuto sociale, capace di spezzarsi a causa delle scelte di un singolo. Una soluzione scenica efficace e simbolica, mentre risulta fuori luogo l’apparizione di Tito dopo l’attentato in un letto d’ospedale tra flebo e macchinari: un espediente drammaturgicamente ininfluente e che stona con l’impostazione estetica complessiva dello spettacolo.
Più convincente il lavoro sulla recitazione: Curran cura con attenzione i rapporti tra i personaggi, mantiene il ritmo vivo e sviluppa il dramma con chiarezza, evitando il rischio di staticità che La clemenza, nelle sue origini cerimoniali, porta con sé. Il finale ricompone gli effetti della devastazione: dopo il gesto di clemenza, lo spazio ritrova ordine e l’armonia torna a imporsi, come suggerisce la morale dell’opera. Ne risulta una messinscena che, al netto di qualche trovata non riuscita, è a suo modo efficace, ma non lascia il segno. Non uno spettacolo da inaugurazione, insomma.
Pregevole la direzione di Ivor Bolton alla testa di un’Orchestra del Teatro La Fenice in ottima forma. Il maestro rifugge tanto la solennità celebrativa e la magniloquenza quanto il compiacimento edonistico, preferendo una lettura mobile, tutta giocata sui contrasti, su sonorità asciutte e ritmi flessibili. Imprime all’esecuzione un movimento narrativo teso, energico, capace di dare urgenza drammatica ai conflitti, alle tensioni affettive e psicologiche, in piena sintonia con la regia di Curran. Le pagine liriche, inoltre, sono restituite senza indulgere in compiacimenti, ma con cura costante nell’accompagnare i cantanti: le arie non sono parentesi ornamentali, ma parte integrante del flusso drammatico. Ineccepibili gli interventi degli strumenti concertanti.
Da segnalare anche la resa dei recitativi e la qualità complessiva della compagnia, composta quasi interamente da interpreti italiani, incisivi nell’accento e vari nel fraseggio, ben calati nei rispettivi ruoli – eccezion fatta per il protagonista, Daniel Behle. Il tenore tedesco esibisce un timbro non particolarmente luminoso, un’emissione tendente talvolta al falsetto e una dizione a tratti incomprensibile; e se l’interprete fraseggia con una certa eleganza, il personaggio di Tito non trova pieno compimento né sul piano vocale né su quello drammatico.
Anastasia Bartoli, molto applaudita, è una Vitellia di bel timbro e di notevole temperamento, ben cantata pur con qualche asprezza negli estremi acuti. La tessitura del ruolo, del resto, è ardua: oscilla continuamente fra il soprano e il mezzosoprano e l’estensione spazia dal sol sotto il rigo fino al re sopracuto. Dal punto di vista stilistico, l’interprete delinea inoltre un personaggio che guarda già a certe eroine preromantiche.
La più acclamata è Cecilia Molinari, e la sua, in effetti, è la prova più completa e convincente: interpreta il ruolo en travesti di Sesto con credibilità, physique du rôle ideale, ottima recitazione; la voce è morbida e agile, l’emissione ben controllata, il fraseggio accuratissimo. Una prova maiuscola, capace di coniugare virtuosismo e intensità emotiva.
Notevole anche il controtenore Nicolò Balducci nei panni di Annio, l’amico sincero: voce limpida, duttile, sicura nel registro acuto, stilisticamente ineccepibile. Bene Francesca Aspromonte, una Servilia timbricamente chiara e impeccabile nella linea di canto, mentre Domenico Apollonio è corretto e adeguato nella parte di Publio. Ottimi gli interventi del coro preparato da Alfonso Caiani.
Per la cronaca, la prima è stata accolta da applausi caldissimi, accompagnati dal lancio di volantini di protesta contro la nomina di Beatrice Venezi a direttore musicale. 




Teatro La Fenice – Stagione 2025/26
LA CLEMENZA DI TITO
Opera seria in due atti
Libretto Caterino Mazzolà da Pietro Metastasio
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Tito Vespasiano Daniel Behle
Vitellia Anastasia Bartoli
Servilia Francesca Aspromonte
Sesto Cecilia Molinari
Annio Nicolò Balducci
Publio Domenico Apollonio
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Ivor Bolton
Maestro del coro Alfonso Caiani
Basso continuo Giacomo Cardelli
Regia Paul Curran
Scene e costumi Gary McCann
Light designer Fabio Barettin
Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
Venezia, 18 novembre 2025 (prova generale)

