Anna Bolena di Donizetti mancava dalle scene del Teatro La Fenice di Venezia dal lontano 1857. Il suo ritorno, accolto festosamente dal pubblico, ha segnato anche il primo appuntamento in sala del neo sovrintendente Nicola Colabianchi, fresco di nomina, al quale spetta di disegnare un futuro da costruire su una solida eredità lasciata da Fortunato Ortombina, per ben diciassette anni in forza nel teatro veneziano, prima come direttore artistico e poi anche come sovrintendente.
Per l’opera di Donizetti si tratta di un ritorno certo significativo per la storia della Fenice, anche se deve fare i conti con quello che il panorama odierno offre in termini di interpreti adeguati a rispondere alle esigenze belcantistiche di un titolo tanto impegnativo come questo. Il riproporlo, con la scelta coraggiosa di offrirlo nella versione praticamente integrale, con tutti i da capo delle cabalette opportunamente variati, ha messo sul piatto della bilancia, pur fra luci ed ombre, un cast degno di interesse, certo non scontato.
Così appare a partire dalla protagonista, il giovane soprano russo Lidia Fridman, che dopo diverse prove nell’ambito del repertorio del primo Ottocento italiano, non ultimo la recente donizettiana Lucrezia Borgia all’Opera di Roma, si sta imponendo per l’indubbio temperamento e la singolarità di uno strumento vocale non comune. Subito si resta ammirati dalla sonorità ed espansione di un timbro scuro, vagamente androgino, e dal vigore di una voce che nel settore grave ha una consistenza spesso ignota alle interpreti belcantiste che hanno reso celebre questa parte dopo la leggendaria e forse ancora insuperata prova offerta da Maria Callas negli anni Cinquanta. Il discorso si fa complesso, perché se si tenta di andare alle origini della prima cantante per la quale questa parte fu concepita, la leggendaria Giuditta Pasta, della quale le cronache del tempo raccontano possedesse un registro centrale e grave vigoroso oltre che una spiccata propensione alle accensioni declamatorie, ecco che la scelta di una voce di questo tipo dovrebbe apparire quanto meno attendibile. Eppure Donizetti fonde l’indole drammatica della parte con le necessarie esigenze di un canto di agilità che chiede flessibilità nel canto fiorito, soprattutto quando applicato alla dimensione nostalgica che rende la sfortunata regina in balìa di un destino che non può cambiare, vittima di macchinazioni di corte che la portano al patibolo e la conducono a uno di quei tanti finali dove Donizetti regala alla protagonista momenti di estasi lirica, “Al dolce guidami”, seguiti dallo slancio drammatico della cabaletta “Coppia iniqua”. Lidia Fridman, dinanzi a un cimento così complesso, che richiede alla cantante di essere veemente nella disperazione ma anche di abbandonarsi a effusioni ora amorose, ora nostalgiche, resta ancorata a una dimensione vocale ancora assai acerba, soprattutto quando la levigatezza dei suoni cede alla disomogeneità evidente dell’emissione, così come la presenza scenica, certo avvantaggiata dalla singolare bellezza della figura, magra e slanciata, non approda a una reale e completa consapevolezza del personaggio, confinandolo entro cliché interpretativi difficilmente accettabili per la configurazione espressiva oltre che drammatica di una parte come questa.
Una prova, quindi, interlocutoria, soprattutto se messa in relazione a quella della rivale, Giovanna Seymour, qui affidata non a un mezzosoprano, come spesso si è abituati a sentire, bensì a un soprano, o a un “soprano secondo” come si sarebbe detto nell’Ottocento. Carmela Remigio, in buona forma vocale, ad eccezione di qualche nota grave ricercata più che naturale, resta un’artista a tutto tondo; delinea la parte con una presenza scenica autenticamente regale e, nel grande duetto con la rivale, pur non possedendo una espansione vocale pari a quella della Fridman, la surclassa sul piano della consapevolezza espressiva, che appare così toccante e sentita da confermare l’intelligenza di una prova di tutto rispetto. Lo è anche, sul piano vocale, quando intona la sua aria del secondo atto, senza incontrare difficoltà nella temibile cabaletta, che spesso crea affanni ai mezzosoprani ma non a una voce come quella della Remigio, ancora pronta a fondere con equilibrio le ragioni del belcanto con quelle di una interpretazione sempre nobile e levigata.
Nel cast c’è un’altra cantante che sa dare del tu alle ragioni del belcanto, perché di vocazione lo è sempre stata, ed è Manuela Custer. Dopo tanti anni di carriera riesce ancora a fare del paggio Smeton un personaggio perfetto (anche nella camminata ne riflette l’indole), oltre a cantare con una pulizia e un controllo dello strumento vocale che ne mettono in evidenza la maestria tecnica e insieme stilistica.
Il settore maschile del cast vede primeggiare la regalità nervosa ed incisiva dell’Enrico VIII di Alex Esposito, che sa bene come reggere il palcoscenico, dove si aggira con implacabile e sinergica ira vendicativa, costruendo un personaggio forse lontano dalla compostezza che il potere regale stesso dovrebbe garantirgli, eppure riflesso di uno sdegno attraversato da pertinenti tinte insinuanti che rendono il suo fraseggio sempre incisivo e penetrante, vagamente luciferino, quand’anche non sempre nobile nell’espressione. Una lettura certo molto personale e teatralmente efficacissima. Chi invece patisce la parte di Percy, pensata da Donizetti per la leggendaria voce di un campione del tenorismo romantico ottocentesco quale fu Giovanni Battista Rubini, è Enea Scala, che l’affronta tutta d’impeto, senza provare a girare i suoni, come si dovrebbe, in sonorità miste. Dominare una tessitura così acuta, senza addolcire mai il canto e affrontandolo tutto di fibra, gli crea qua e là problemi di tenuta tuttavia risolti in virtù della professionalità che sempre lo contraddistingue, dando il meglio delle sue possibilità dinanzi all’impervia aria “Vivi tu, te ne scongiuro” del secondo atto.
Il cast, nei ruoli di contorno, schiera interpreti e voci affidabili come quelle di William Corrò (Lord Rochefort) e Luigi Morassi (Hervey).
Se la linea belcantistica di questa Anna Bolena veneziana non sempre riesce a posizionarsi su un tracciato stilisticamente appropriato alle esigenze del canto donizettiano, la cui tinta drammatica non può escludere a priori le pieghe sentimentali ed elegiache richieste, è anche perché la bacchetta di Renato Balsadonna sembra optare per tempi slentati e spesso pesanti, a favore di una lettura che guarda in avanti, lambendo sonorità più consone al primo Verdi che a Donizetti. A lui, comunque, il merito, come si è detto, di aver proposto l’opera nella versione integrale.
Resta da riferire del nuovo allestimento firmato dalla regia di Pier Luigi Pizzi, che come sua consuetudine firma anche scene e costumi di uno spettacolo nel segno del rigore e di una drammaticità cupa e incombente, come se i destini dei personaggi fossero segnati, quasi ingabbiati e schiacciati, fin dall’apertura del sipario, all’interno di un contenitore scenico fisso dalle linee tardogotiche che restituiscono una visione della corte inglese cinquecentesca fedele alla drammaturgia dell’opera. Come sempre avviene negli ultimi spettacoli che contrassegnano il suo lungo e glorioso percorso artistico, Pizzi gioca in sottrazione sugli arredi scenici e la grande sala si modifica divenendo stanza da letto adorna di tendaggi, poi prigione con al fondo una cancellata. Anche i costumi si fondono agli ambienti seguendo la linea di un estetismo figurativo nel segno dell’eleganza, una sorta di sciccoso prêt-à-porter che è caratteristica di uno stile di far regia che, piaccia a meno, ha fatto e continua a fare tendenza ed è sigla di uno modo di operare sempre distinguibilissimo.
Al termine dello spettacolo, successo carico di entusiasmo per tutti. 



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Teatro La Fenice – Stagione 2024/2025
ANNA BOLENA
Tragedia lirica in due atti
Libretto di Felice Romani
Musica di Gaetano Donizetti
Enrico VIII Alex Esposito
Anna Bolena Lidia Fridman
Giovanna Seymour Carmela Remigio
Lord Rochefort William Corrò
Lord Riccardo Percy Enea Scala
Smeton Manuela Custer
Sir Hervey Luigi Morassi
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Renato Balsadonna
Maestro del coro Alfonso Caiani
Regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi
Light designer Oscar Frosio
Nuovo allestimento Teatro La Fenice
Venezia, 28 marzo 2025

