La stagione del Teatro Regio di Torino, dopo L’elisir d’amore, prosegue a gonfie vele all’insegna del grande repertorio con una nuova produzione di Rigoletto di Verdi. La si affida a Leo Muscato, regista di consolidata esperienza e belle intuizioni, che approda a risultati persuasivi quando non azzarda a uscire dai binari della chiarezza e della fedeltà alla drammaturgia verdiana, aggiungendo tuttavia elementi che, pur rispondendo alla sua idea dell’opera, finiscono col risultare depistanti.
Eppure Muscato sa far regia e segue con coerenza le linee di un progetto di forte carica teatrale, che risulta asciutto, essenziale, conforme alle radici del dramma, stilizzato nelle scelte stesse di scene, firmate da Federica Parolini, e di costumi, di Silvia Aymonino, che offrono la visione di un mondo, avvolto dalle freddi luci ferrigne di Alessandro Verazzi, che costringe i personaggi a non essere se stessi, bensì specchi deformati di una società che non li fa essere ciò che realmente sono. Neanche Rigoletto è un buffone di corte, gobbo come si conviene. La sua deformità è frutto dell’ambiente che lo circonda, lo rende vittima di una società corrotta, che non è quella della Mantova rinascimentale, bensì quella borghese primo novecentesca che danza sui suoi vizi correndo verso il baratro della guerra: una sorta di Belle Époque che mostra già i segni della sua malata corruzione, di pensiero e costumi.
Da qui l’idea di giocare scenicamente in sottrazione, mostrando una scena fissa che nulla altro è che una piattaforma girevole sulla quale è posizionato un muro ondulato formato da pannelli di specchi screziati e appannati, che si dispongono, quadro dopo quadro, nel formare spazi che nascono dallo scomporsi di questa struttura modulabile. L’idea è ottima, anzi ben riflette le diverse sfaccettature del dramma rendendolo spesso psicologico e carico di disperazione. Una volta trovata la giusta dimensione per narrare questa vicenda a tinte scure, ecco che Muscato ci mette del suo ed è qui che esce dai binari della fedeltà al testo. Comincia col far morire Monterone alla fine del primo quadro, così che quando il personaggio riappare è un fantasma che richiama in Rigoletto l’idea della maledizione. Poi mostra Gilda non sola, segregata e protetta da Rigoletto nella sua casa, ma affidata alle cure comuni di una sorta di orfanotrofio o di educandato con annessa cappella con la statua della Madonna attorniata da candele votive, mentre nell’ultimo atto la casa di Sparafucile diviene un postribolo dove ad esercitare non è solo la di lui sorella Maddalena, ma un esercito di prostitute. Le forzature sono evidenti, ma Muscato, da attento uomo di teatro, restituisce nel complesso un’idea dell’opera di coinvolgente temperatura emotiva.
Sul piano musicale la bacchetta di Nicola Luisotti, alla testa della sempre ottima Orchestra del Regio, offre una concertazione di incalzante pregnanza drammatica, attentissima alle esigenze del palcoscenico e pronta ad alternare le tinte ora scure, ora brillanti che caratterizzano lo snodarsi della vicenda. I momenti lirici sono incorniciati con poetica evidenza, senza che il senso della narrazione perda mai il suo impatto fortemente connotato nella scelta di tempi energici ma equilibrati, con sfumature musicali fedeli al clima espressivo che, fra luci e ombre, rende quest’opera vicina alle innumerevoli sfaccettature, di sapore shakespeariano, che la contraddistingue. Basta annotare la cura con cui accompagna il coro dei cortigiani (splendidamente intonato dagli artisti del Coro del Regio, istruito da Ulisse Trabacchin) che narrano al Duca il rapimento di Gilda, o ammirare lo stacco di “Cortigiani, vil razza dannata” per capire di essere dinanzi a un direttore che qui, come in molti altri momenti dell’opera, racconta la vicenda in musica dando a ogni scena la giusta dimensione funzionale alle ragioni del dramma, rendendolo palpitante.
Lo asseconda un cast di tutto rispetto, all’interno del quale brilla di luce propria la splendida Gilda di Giuliana Gianfaldoni. Già al momento in cui intona “Quanto affetto!…quali cure!”, nel duetto con Rigoletto, ci si accorge che il suo terreno d’elezione è il canto legato e sfumato, così che, al momento di intonare “Caro nome”, ci si trova dinanzi a una esecuzione di celestiale purezza, fra le migliori ascoltate negli ultimi anni, quindi da incorniciare. Gianfaldoni la intona, oltre che con una voce di timbro bello e setoso, con una predisposizione all’incanto lirico che la porta ad eseguire una cadenza che tiene l’ascoltatore col fiato sospeso nel sentirla inanellare attacchi immacolati e note smorzate che paiono gocce di rugiada. Tiene poi testa alla parte anche quando la vocalità si fa più intensamente lirica, come in “Tutte le feste al tempio”, fino ad arrivare a un finale davvero toccante e commovente.
Ovviamente eguagliare una prestazione di così alto livello non è facile per gli altri. Eppure il baritono rumeno George Petean è un Rigoletto di solida prestanza vocale ed esperienza, attento ai segni d’espressione e misurato nel gusto. Sa essere anche gagliardo in acuto e, solo qua e là, mostra qualche lieve appannatura vocale quando la voce si piega al canto legato di “Deh non parlare al misero” e di “Ah! veglia, o donna, questo fiore”. Nulla di così grave, perché il rendimento complessivo è solido, attestato da un ottimo “Cortigiani, vil razza dannata”, come lo è quello di Piero Pretti, un Duca di Mantova di consolidata professionalità, che sale all’acuto con sicurezza e mostra una linea di canto corretta, alla quale manca la malia di una voce realmente attrattiva, capace di regalare al “Parmi veder le lagrime” più colori e maggiori attenzioni espressive. Lo squillo ne “La donna è mobile” è però un dato di fatto innegabile, così come lo slancio gagliardo mostrato nel sostenere le frasi acute, prima nel duetto con Gilda, poi nel quartetto dell’ultimo atto.
Come Sparafucile, Goderdzi Janelidze possiede una autentica voce di basso, con note gravi ben a fuoco, anche se talvolta l’emissione appare un po’ ruvida. Martina Belli è una Maddalena che non si accontenta di dominare la scena con la sua provocante bellezza, imponendosi anche per l’accuratezza espressiva e il bell’impasto timbrico che la rendono oggi interprete di riferimento per questa parte. Nelle parti di contorno tutti si mettono in bell’evidenza, a partire dal Monterone di Emanuele Cordaro e dal paggio di Chiara Maria Fiorani, fino a tutti gli altri, che sono artisti del Regio Ensemble, come Siphokazi Molteno (Giovanna), Janusz Nosek (Marullo), Daniel Umbelino (Borsa), Tyler Zimmerman (Ceprano) e Albina Tonkikh (Contessa di Ceprano), o artisti del coro del Regio, come Mattia Comandone (Un usciere di corte).
Serata felicissima, con un pubblico presente in sala numerosissimo che, fra applausi a scena aperta dopo le arie più celebri e un successo finale più festoso che mai, ha premiato il valore di una produzione di tutto rispetto. 




Teatro Regio di Torino – Stagione 2024/25
RIGOLETTO
Melodramma in tre atti
Libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi
Rigoletto George Petean
Gilda Giuliana Gianfaldoni
Duca di Mantova Piero Pretti
Sparafucile Goderdzi Janelidze
Maddalena Martina Belli
Giovanna Siphokazi Molteno
Il conte di Monterone Emanuele Cordaro
Marullo Janusz Nosek*
Matteo Borsa Daniel Umbelino*
Il conte di Ceprano Tyler Zimmerman*
La contessa di Ceprano Albina Tonkikh*
Il paggio della duchessa Chiara Maria Fiorani
Un usciere di corte Mattia Comandone
*Artista del Regio Ensemble
Orchestra e Coro del Teatro Regio di Torino
Direttore Nicola Luisotti
Maestro del coro Ulisse Trabacchin
Regia Leo Muscato
Scene Federica Parolini
Costumi Silvia Aymonino
Luci Alessandro Verazzi
Assistente alla regia Alessandra De Angelis
Assistente alle scene Chiara Previato
Assistente ai costumi Rossana Gea Cavallo
Direttore dell’allestimento Antonio Stallone
Nuovo allestimento Teatro Regio Torino
Torino, 28 febbraio 2025

