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Torino, Teatro Regio – La dama di picche

A sedici anni dalla produzione de La dama di picche (Pikovaja dama) che vide sul podio Gianandrea Noseda, l’opera di Čajkovskij ritorna sulle scene del Teatro Regio di Torino in un nuovo allestimento in coproduzione con la Duetsche Oper di Berlino, dove è già andata in scena.
Questo spettacolo, anni fa, avrebbe dovuto essere firmato da Graham Vick. Poi la pandemia lo bloccò e, con la morte del noto regista, la sua concezione scenica venne raccolta e approfondita da Sam Brown. Si tratta di un allestimento che mette sul campo molte idee, con qualche arbitrio drammaturgico di troppo nel dar anima registica agli ambienti dove si consuma la vita bruciata del giovane German e di tutti i personaggi che gravitano attorno alla sua sfera negativa, consumati da un destino di morte dal quale non riescono a sottrarsi. L’ossessione ansiosa di German, torturato dal desiderio di conoscere il segreto delle tre carte per vincere al tavolo da gioco, lo spinge a fare di tutto pur di carpirlo. Il suo obiettivo va però ben al di là della ricerca del benessere, diviene – come nota il regista – lo specchio dell’agire di un uomo che “vede solo il lato ‘perfetto’ della vita degli altri”, insegue ciò che non possiede perché crede che arrivando a ottenerlo ne possa trarre felicità, mentre non si accorge che la sua stessa amata, Liza, tenta invece di scappare dalla gabbia di ricchezza di una vita facile che le vorrebbe garantita dal legame col principe Eleckij, da lei rifiutato per inseguire l’amore per German che la porta alla rovina. Tutti, insomma, si adoperano con ogni forza per sfuggire al loro destino senza approdare a nulla, se non all’annientamento di se stessi.

Per seguire il racconto della psiche malata di German, che nell’opera di Čajkovskij muore suicida, mentre nella novella di Puškin, alla quale l’opera si ispira, finisce i suoi giorni in manicomio, lo spettacolo segue la strada di una messa in scena a suo modo sfarzosa. Scene e costumi di Stuart Nunn ricostruiscono la San Pietroburgo dei tempi di Caterina la Grande con un impianto scenico che presenta una struttura concava con pannelli girevoli che aperti mostrano fondali con cieli gialli, verdi e rossi, poi all’occorrenza si chiudono per creare gli ambienti dove si svolge la festa del secondo atto, trasformata, non si comprende il perché, in una psichedelica orgia mascherata da discoteca dove tutti copulano prima di essere invitati ad assistere ai fuochi d’artificio senza godere dell’intermezzo pastorale “La fedeltà della pastorella” (omesso in questa edizione), finendo col ricevere, a fine quadro, la visita dell’imperatrice che qui è la Contessa stessa. Assai ben congegnato è l’utilizzo di proiezioni in bianco e nero di vecchi film, che evocano i momenti clou dell’opera, come avviene durante il racconto del Conte Tomskij, con immagini che scorrono illustrando la storia della Contessa. Quinte, scale e sipari a liste di legno bordati di luci al neon si compongono e scompongono funzionalmente per delimitare altri spazi scenici, alcuni con immagini fotografiche di Liza appese alle pareti per richiamare l’ossessione amorosa di German. Del tutto arbitraria, anzi depistante, è però la scelta di trasformare la Contessa in una sorta di diva del cinema muto degli anni Venti, che nelle sue stanze, attigue a quella della nipote Liza, possiede un proiettore super 8 che mostra le immagini di un passato di ricordi dai quali l’anziana donna non vuole staccarsi, ancora legata a una giovinezza splendida che più non le appartiene. L’incontro con German avviene in maniera del tutto inedita, almeno secondo i consueti canoni ai quali si è abituati. La Contessa non è infatti una vecchia nobile scorbutica sfiorita nel fisico che si lamenta del gusto artistico assente nelle giovani, bensì un’anziana dama ancora fascinosissima, che sembra quasi aspettare German, intenzionata addirittura a possederlo forse sull’onda del ricordo della sue trascorse passioni con la nobiltà parigina. Ecco perché la Contessa sembra quasi non essere presa da alcuna paura nel vedere il giovane entrato furtivamente nella sua stanza. Al momento in cui German la minaccia con una pistola dopo aver evitato le sue avances e non ottenuto da lei il segreto delle tre carte, l’anziana imbocca la canna della rivoltella come a simulare una fellatio e si abbandona sulla chaise longue dove viene colta dal malore che la porta alla morte. Avviene insomma l’opposto di ciò che il libretto prevede. Dal qual momento, la Contessa diviene il fantasma delle ossessioni del giovane apparendogli ancora dinanzi per terrorizzarlo nel quadro quinto del terzo atto, quando gli svela i nomi delle tre carte vincenti, poi anche alla fine dell’opera, mentre lui si accascia sul tavolo verde dopo essersi sparato al ventre e lo spettro della Contessa, per volere del regista, mostra un moto di compassione affettuosamente materna dinanzi alla sua tragica fine, lontano da ogni intento punitivo. Sullo stesso tavolo da gioco, ad apertura dell’ultimo quadro dell’opera, è riposto il cadavere di Liza, appena buttatasi nel canale, prontamente portata poi via di peso dai giocatori, come a ricordare che il tappeto verde è fonte di ogni sventura per German, siglando così la maledizione del mistero delle tre carte. La regia, come si è detto, si prende molte libertà, anche nel fil rouge della sensualità, talvolta ambigua, delle elaborate e provocanti coreografie.

Per il resto, la compagnia di canto ha in Jennifer Larmore una Contessa di levatura artistica superiore. Il mezzosoprano statunitense, che il pubblico torinese ricordava per felici trascorsi rossiniani al Regio, che la videro protagonista nell’Italiana in Algeri e nella Cenerentola, è ancora una donna bellissima e, nonostante il suo registro grave non possieda le sonorità cavernose che la parte richiede quando la Contessa evoca i bei tempi passati nei salotti parigini, vince per lo scavo espressivo con cui scolpisce ogni parola, colorandola di un fascino che va a braccetto con l’eleganza. Questo la rende un’interprete sensibile, pronta a dare pieno risalto teatrale a ciò che la regia vuole da lei per un personaggio connotato, appunto, con inedite sfaccettature.
Nessuno sulla scena ha il suo carisma, a partire dello stesso German del tenore Mikhail Pirogov, al quale manca forse il brivido dei fantasmi della sua mente, del vero dannato che dovrebbe cogliersi negli stessi suoi sguardi e nel gesto scenico nervoso, inquieto e tormentato. Eppure, alle prese con una parte tanto impegnativa, è prudente nel non cedere alla tentazione di una declamazione martellante, misura le forze vocali e approda a risultati ragguardevoli, soprattutto quando alla fine del primo atto tenta di sedurre Liza nella sua stanza da letto con accenti supplichevoli e struggenti. Nella scena della caserma, è allucinato quanto basta al momento in cui gli si presenta il fantasma della Contessa poi, nel finale dell’opera, è prima eloquente nell’affermare che la vita è come il gioco, dove fortune e disgrazie sono affidate al caso, mentre al momento della morte racchiude il suono per esprimere il suo perdono al principe e trovare la giusta mezza voce per dare l’estremo addio a Liza con sognante poesia. Zarina Abaeva è una Liza dalla voce sopranile scura, sonora e intensa, ma in acuto il suono perde in morbidezza creandole qualche lieve affanno nella scena della Neva. Ottima la prova del mezzosoprano Deniz Uzon, che nella romanza e canzone russa di Polina fa sfoggio di una voce calda e timbrata. Anche i baritoni sono assai bravi. Elchin Azizov è un Conte Tomskij che nella ballata in cui racconta la storia della Contessa appare gagliardo e robusto, mentre Vladimir Stoyanov, nella bellissima aria del Principe Eleckij del secondo atto, si impone per il legato e la linea di canto così sfumata ed elegante da rendere la dichiarazione d’amore a Liza un’oasi di sospesa e toccante commozione.
Completano la locandina degli interpreti, oltre alla impeccabile Governante di Ksenia Chubunova, Alexey Dolgov (Čekalinskij), Vladimir Sazdovski (Surin), Joseph Dahdah (Čaplickij), Viktor Shevchenko (Narumov), Irina Bogdanova (Maša) e Luca Degrandi (Il piccolo comandante).

Resta da riferire dalla direzione di Valentin Uryupin, alla testa della sempre impeccabile Orchestra del Regio e di un Coro, qui impegnato al massimo e istruito da Ulisse Trabacchin, che offre una prova di sé davvero maiuscola, affiancato dall’altrettanto ottimo Coro delle voci bianche affidato alle cure di Claudio Fenoglio. La concertazione del maestro russo non avrà il merito di regalare illuminanti spunti interpretativi, non scava nel sinistro arcano di alcune scene, mentre in quelle d’assieme, d’ambiente o festive, è genericamente vibrante. Anche se nella sua direzione stenta a cogliersi quel caleidoscopico prisma di mille luci, colori e sfumature, capaci di dipingere ogni scena trovandole le atmosfere giuste, in equilibrio fra squarci lirici, tensioni cariche di vigore e atmosfere sospese nella dimensione notturna come riflesso dell’inconscio misterioso, la tenuta complessiva è solida e convincente, tanto da costituire un punto di riferimento musicale sicuro per il palcoscenico.
Lo spettacolo, eseguito con due intervalli, si è protratto per quasi quattro ore, ma il pubblico ha riservato ottime accoglienze finali a tutti, tranne qualche isolato buu per gli autori della messa in scena. Serata che ha confermato l’alto livello di una stagione che prosegue a gonfie vele e ha ancora in cartellone due appuntamenti di prestigio: Hamlet di Thomas (nella versione per tenore) e Andrea Chénier di Giordano.

Teatro Regio – Stagione 2024/2025
PIKOVAJA DAMA (LA DAMA DI PICCHE)
Opera in tre atti e sette quadri
Libretto di Modest Il’ič Čajkovskij
Musica di Pëtr Il’ič Čajkovskij

Liza Zarina Abaeva
German Mikhail Pirogov
La Contessa Jennifer Larmore
Il conte Tomskij Elchin Azizov
Il principe Eleckij Vladimir Stoyanov
Polina Deniz Uzun
Čekalinskij Alexey Dolgov
Surin Vladimir Sazdovski
La governante Ksenia Chubunova
Čaplickij Joseph Dahdah
Narumov Victor Shevchenko
Maša Irina Bogdanova
Il piccolo comandante Luca Degrandi

Orchestra, Coro e Coro di voci bianche
del Teatro Regio Torino
Direttore Valentin Uryupin
Maestro del coro Ulisse Trabacchin
Maestro del coro di voci bianche Claudio Fenoglio
Regia Sam Brown
ripresa da Sebastian Häupler
Scene e costumi Stuart Nunn
Coreografia originale Ron Howell
ripresa e adattata da Angelo Smimmo
Luci Linus Fellbom
Direttore dell’allestimento Antonio Stallone

Nuovo allestimento Deutsche Oper Berlin
in coproduzione con Teatro Regio Torino
Torino, 3 aprile 2025

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