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Torino, Teatro Regio – Il ratto dal serraglio

Il Teatro Regio di Torino ospita, dopo il successo della inaugurale Francesca da Rimini, un allestimento non nuovo ma assai bello di Die Entführung aus dem Serail (Il ratto dal serraglio) di Mozart, proveniente dall’Opéra Royal di Versailles, in coproduzione con l’Opéra di Tours. A firmarne la regia, qui ripresa da Tristan Gouaillier, è Michel Fau, attore popolarissimo in Francia, estroso e poliedrico, noto anche per gli show e le imitazioni en travesti, già autore di spettacoli operistici memorabili, fra i quali un allestimento de Le postillon de Lonjumeau di Adam che è un po’ come il marchio di uno stile inconfondibile, colorato e fantasioso.

Questo Ratto, forse più di altre sue messe in scena, tenta la carta della ricostruzione visiva filologica settecentesca. L’impianto scenico di Antoine Fontaine, i costumi ricercati e preziosi di David Belugou e le luci evocative di Joël Fabing sembrano offrire l’immagine di una corte esotica vista dalla prospettiva illuministica dello spettatore d’Occidente, come se il palazzo di Selim pascià esca da un racconto delle Mille e una notte: un Oriente favoloso dove a mostrarsi magnanimo è il tiranno, ossia colui che tiene imprigionata nel suo serraglio la donna europea e, come un monarca illuminato, perdona le offese ricevute dal padre del rivale Belmonte riconsegnandogli la donna che non potrebbe amare, se non per forza, rinunciando così al suo piacere e alla volontà di fare di Konstanze la stella del suo harem. Non è un caso che, alla fine, il generoso pascià Selim appaia quasi beatificato e voli via su un tappeto volante, mentre un coro di Giannizzeri ne esalta le virtù. Per il resto, lo spettacolo è una vera gioia per la vista, una raffinata “turcheria” decorativa, con un impianto scenico colorato che mostra una sontuosa struttura in stile moresco modulabile, che è l’ingresso del palazzo a quattro portali ad arco arabeggianti antistanti ai giardini e a un minareto. Tale impianto scenico si divide poi in due per mostrare i lussuosi interni della residenza del Pascià, adornati da tappeti orientali e strutturati a fughe prospettiche di pareti a pannelli marmorei intarsiati affacciati su un fondale con vista sul porto; pareti dove si riflettono le ombre a silhouette dei protagonisti (vago richiamo al celebre allestimento strehleriano del Ratto), o che si stringono per far sì che il lussuoso palazzo sia anche una prigione per Costanza al momento in cui lo stesso soffitto si abbassa con i suoi giganti lucernari per dar l’idea che per i due innamorati, Konstanze e Belmonte, non ci sia più speranza prima che arrivi l’imprevisto perdono di Selim a siglare la loro salvezza e libertà.
Tutto è realizzato con scene finemente dipinte in colori pastello e con luci al proscenio che evocano le illuminazioni dei teatri settecenteschi e donano una tinta calda ed elegante ad uno spettacolo vecchio stile riscostruito con gli strumenti della modernità.

Una operazione, appunto, di archeologia visiva sofisticata e leggera, che fa da cornice a un’esecuzione musicale che ha il suo principale motivo d’interesse nella direzione di Gianluca Capuano, per la prima volta sul podio dell’Orchestra del Teatro Regio senza l’avvallo, come è sua abitudine, di un complesso di strumenti storicamente informati, come quello de Les Musiciens du Prince – Monaco, del quale è direttore principale e che spesso lo vede collaborare con Cecilia Bartoli. Eppure Capuano, anche in questa circostanza, non rinuncia a sperimentare sonorità, ritmi e tempi plasmati su una concertazione che, fin dalle atmosfere turchesche della Sinfonia, appare assai varia nella ritmica e nelle dinamiche ricche di contrasti, dando voce a ogni singola famiglia di strumenti, illuminandone colori e tinte con un’incessante ricerca dell’espressione e del particolare, come se una lente d’ingrandimento fosse costantemente presente in orchestra a rendere possibile tutto questo. È un Mozart per nulla sacrificato sull’altare della leggerezza inamidata, o di una eterea vaporosità nostalgica ricercata attraverso la pura bellezza del suono, ma palpita di teatralità e scorrevole mordente nel dare all’istinto “filologico” di Capuano una materia musicale che, grazie a lui, si rinnova e si apre a nuovi orizzonti di ricerca. Davvero una concertazione di alto livello.

Duole evidenziare che il cast vocale di questa produzione non sia all’altezza della parte visiva e della direzione. Forse è un po’ poco dire che i migliori in campo siano la coppia formata di servitori, con il limpido e ben caratterizzato Pedrillo di Manuel Günther, in bella evidenza, anche attorialmente, nell’inno a Bacco, “Vivat Bacchus! Bacchus lebe!”, nel quale la proibizione musulmana di bere vino diviene spunto per un duetto buffo con Osmin, e la Blonde deliziosamente soubrettistica di Leonor Bonilla, che si disimpegna assai bene nella salita all’acuto dell’aria “Durch Zärtlichkeit und Schmeicheln”, e poi appare fresca e zampillante in quella successiva, “Welche Wonne, welche Lust”.
Il basso Wilhelm Schwinghammer non possiede il registro grave profondo senza il quale il suo Osmin, per quanto ben caratterizzato, è come una pietanza senza sale, ossia insipida, come si evidenzia nell’ardua aria “O, Wie will ich triumphieren”, dove il re basso prolungato è assai poco sonoro.
Al di sotto della sufficienza il Belmonte del tenore Alasdair Kent, che a suo modo canta con stile e garbo espressivo, ma inizia assai male, fin dall’aria d’ingresso, “Hier soll ich dich denn sehen”, con emissioni fragili e chiuse in gola, poi nella più difficile pagina patetica “Konstanze, Konstanze”, con il suo vibrato chioccio e la voce di scarsa proiezione, rovina il soave momento amoroso con suoni anodini e privi di smalto, per non parlare della difficoltà incontrate nelle agilità di “Ich baue ganz auf deine Stärke”, piuttosto flebili.

Anche la Konstanze di Olga Pudova non canta male, ma è nulla più che diligente. La sua voce di soprano leggero è piccola, non ha mordente nel canto acrobatico, come è troppo prudente in quello patetico ed elegiaco, tanto che una pagina come “Traurigkeit ward mir zum Lose”, dove lo strazio interiore si fa commossamente piangente, scivola via senza reale abbandono nostalgico. Anche sul piano virtuosistico gli effetti d’eco ad alta quota richiesti dall’aria d’ingresso, “Ach ich liebte”, risultano come appiattititi, mentre lo slancio, i salti d’ottava e le lunghe messe di voce necessarie per l’impervia “Martern aller Arten” richiederebbero ben altra perizia, lasciando appunto in chi l’ascolta la sensazione di una esecuzione scolastica e senza quella scossa d’energia che sempre ci si aspetta da questa pagina.
Nella parte solo recitata di Selim si segnala l’ottimo attore Sebastian Wendelin, mentre per il coro di Giannizzeri si mettono in luce quattro valentissimi coristi del Regio, Eugenia Braynova, Roberta Garelli, Leopoldo Lo Sciuto e Lorenzo Battagion.

Da ricordare, per concludere, che la suddivisione dei tre atti viene modificata in questo allestimento con l’arbitraria chiusura della prima parte dopo l’aria di Konstanze “Martern aller Arten”, a metà del secondo atto, con successivo intervallo, e ancora che questo spettacolo ha il merito di non cadere nel facile tranello di veder l’opera trasformata nel consueto scontro fra diversi costumi e religioni, quindi fra la cultura islamica vista come oppressiva, in conflitto morale e di supremazia con quella occidentale. Sarebbe un errore farlo, che si è visto più volte. L’opera di Mozart, all’opposto, pone in armonioso contrasto l’Oriente con l’Occidente e, nel lieto fine, esalta i valori universali del perdono anziché della vendetta. Dal genio salisburghese si impara sempre, anche come vivere in armonia.
Generosi gli applausi finali, a coronamento di risultati complessivi che, al di là delle riserve espresse, confermano come al Teatro Regio la qualità delle proposte regni ormai sovrana.

Teatro Regio Torino – Stagione 2025/26
DIE ENTFÜHRUNG AUS DEM SERAIL
Singspiel in tre atti
Libretto di Johann Gottlieb Stephanie il giovane.
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Konstanze Olga Pudova
Belmonte Alasdair Kent
Blonde Leonor Bonilla
Pedrillo Manuel Günther
Osmin Wilhelm Schwinghammer
Selim Sebastian Wendelin
Giannizzeri Eugenia Braynova, Roberta Garelli,
Leopoldo Lo Sciuto, Lorenzo Battagion

Orchestra e Coro del Teatro Regio
Direttore Gianluca Capuano
Direttore del coro Ulisse Trabacchin

Regia Michel Fau
Ripresa della regia Tristan Gouaillier
Scene Antoine Fontaine
Costumi David Belugou
Luci Joël Fabing

Allestimento Opéra Royal / Château de Versailles Spectacles (2024)
In coproduzione con Opéra de Tours
Torino, 8 novembre 2025

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