È stata una stagione lunga e impegnativa quella del Teatro Regio di Torino, apertasi lo scorso settembre con il coraggioso e culturalmente significativo progetto delle tre Manon (di Auber, Massenet e Puccini) e conclusasi festosamente ieri sera con Andrea Chénier di Umberto Giordano. Anche la prossima si annuncia fra le più interessanti e ben strutturate fra quelle finora presentate in Italia, a riprova che la Fondazione torinese veleggia ormai a gonfie vele verso un roseo futuro.
Il nuovo allestimento dell’opera di Giordano reca la firma di Giancarlo Del Monaco, figlio del leggendario tenore Mario, forte di una esperienza che l’ha visto in gioventù formarsi e collaborare in Germania con maestri della regia, per poi divenire nel tempo presenza fissa nei più grandi teatri del mondo, a partire dal Metropolitan, dove ha firmato spettacoli entrati nella storia del teatro newyorkese, mentre oggi è di casa al Bolshoi di Mosca e al Mariinskij di San Pietroburgo. Ha realizzato nel corso della sua gloriosa carriera registica innumerevoli allestimenti di Andrea Chénier, molti dei quali memorabili e nel segno della tradizione figurativa non aliena da una profonda analisi sui personaggi in funzione di una recitazione mai scontata. La conoscenza che ha dell’opera è evidente anche oggi nello spettacolo che va ben oltre ai binari per lo più percorsi nei passati spettacoli da lui firmati, aprendo la strada a una visione della Rivoluzione Francese come primo atto di tutte le esperienze rivoluzionarie che verranno, nelle quali l’idea di cambiare lo stato delle cose si scontra contro la dura realtà, quella che il regista stesso definisce il crollo dell’utopia di un mondo migliore, inesorabilmente destinato a trasformarsi in tragedia perché – si legge nelle intenzioni alla regia – “l’uomo è un animale cattivo”. La storia lo insegna e Giancarlo Del Monaco, con la sua nuova visione dell’opera, lo dimostra passando dal quadro settecentesco del primo atto, immerso nelle ciprie e nelle crinoline, a un futuro distopico di rovine e distruzione, come se tutte le illusioni si annullassero dinanzi all’evidenza dei fatti. Per chi si ribella nel nome della libertà, ma che poi deve fare i conti col venir meno delle speranze, solo l’amore può essere un balsamo salvifico, come precisa il regista, “l’unica vera rivoluzione possibile”. Un messaggio forte quello dello spettacolo, che fa comprendere come l’essere umano possa, dinanzi alla sofferenza e alle delusioni provocate dai mostri generati dall’atto rivoluzionario, raccogliere le forze per concentrarsi nel rifugio consolatorio migliore: quello degli affetti, gli unici in grado di salvarci dalla rovina della realtà che sgretola, passo dopo passo, ogni idealità. Un pensiero forte e inedito dell’opera, se si vuole anche simbolico più che realisticamente calato nel contesto storico preciso in cui lo Chénier si svolge.
Abbondano momenti di regia profondi e intensi, fra i molti quello in cui Maddalena si rivolge a Gérard e gli si offre con disperazione (“Se della sua vita tu fai prezzo il mio corpo…ebbene, prendimi!”). A quel punto l’uomo ha un sussulto e capisce di aver sbagliato, si allontana da lei, quasi spoglia, e si lava il volto in un lavandino, come se fosse pentito nel guardarsi in uno specchio mentre la donna intona “La mamma morta”.
Le scene stesse di Daniel Bianco, i costumi di Jesús Ruiz, le luci di Vladi Spigarolo e la coreografia di Barbara Staffolani, disegnano intelligentemente i contorni di uno spettacolo che, come anticipato, passa dagli ambienti settecenteschi a una contemporaneità bellica fatta di distruzioni, annientamento e patimento senza via di scampo. La bigotta ipocrisia della società dell’ancien régime, frivola e vana, è finita: un fauno, simbolo del piacere effimero, viene ucciso dai Kalashnikov dei militari che fanno irruzione in scena prima che il buio cali, come una ghigliottina, sul finire dell’atto. La rivoluzione che ne segue, non è più quella del periodo del Terrore narrata dal libretto, bensì un mondo cupo, desolato, militaresco, distrutto esteriormente ed interiormente. Si rinuncia così all’idea della rivoluzione come sfondo illustrativo e storico allo svilupparsi della storia d’amore tragica fra il poeta Chénier e la sua Maddalena, bensì ci si concentra, con finalità ben meditate, su una più universale riflessione sugli effetti deteriori che ogni rivoluzione porta con sé, rendendo i mutamenti sociali non riscatto bensì pena e supplizio senza fuga. Il secondo atto è infatti un grigio “penitenziario” di anime perdute e perseguitate da un potere che non ha nome, è astratto e ha perso i suoi simboli (anche le bandiere sono anonime, nere). Lo spettacolo accentua, quadro dopo quadro, il senso di desolazione che si percepisce nell’archivio documentale rivoluzionario del terzo atto, perché ogni uomo è schedato e possibile vittima dell’autorità, fino a un finale che sembra un campo di deportazione, con grate protette dal filo spinato e muri imbrattati di graffiti. Insomma uno spettacolo di schiacciante forza teatrale, nel quale Del Monaco ha fortemente creduto ottenendo risultati che, piacciano o meno, sono apparsi di indubbio impatto.
Questa messa in scena, in fondo, può leggersi anche come l’estremo atto d’amore nei confronti del protagonista e del suo idealistico sogno poetico, che sopravvive solo nel riscatto dell’amore con la morte e, semmai, mostra in Gérard l’unica figura in grado di cambiare il proprio cuore rigido di figlio della rivoluzione, di proletario e di ex servo che acquista, comprendendo come si ama per davvero, una grandezza umana vicina a quella dell’amico-rivale poeta.
Se la parte visiva di questo Andrea Chénier segue una via figurativa così forte e intensa, anche la direzione di Andrea Battistoni, al suo primo impegno torinese come direttore musicale dell’Orchestra del Teatro Regio, asseconda la lettura registica con un disegno orchestrale che pare adattarsi a essa come un guanto, mantenendo salda la tenuta fra orchestra e palcoscenico, dove il Coro del Regio, istruito da Ulisse Trabacchin, appare compatto e solido nella resa oltre che attorialmente efficace. La sua è una concertazione accurata, scrupolosa, di indubbio respiro sinfonico, vivida di luce, come se le note di ogni strumento parlassero per far vivere l’attimo teatrale, momento dopo momento. Il meglio della lettura di Battistoni si ha nei momenti intimi, dove talune sonorità soffici attenuano l’ardore delle scene rivoluzionarie plasmandole sulla poesia dei sentimenti, mettendo in atto un contrasto fra pubblico e privato che si traduce in un suono sempre palpitante.
Il cast vocale schiera tre protagonisti di sicuro richiamo, a partire dall’inossidabile Gregory Kunde, ancora una volta Andrea Chénier dopo le trionfali recite al Teatro Regio di Parma dello scorso maggio, per il quale non ci è difficile parlare di miracolo se si analizza il lungo percorso di trasformazione vocale che l’ha portato dall’essere in origine tenore belcantista fino a imporsi in ruoli drammatici, anche del repertorio verista, dove sembra oggi non aver eguali. La tenuta complessiva, al netto di piccole appannature nei centri e di qualche ruggine timbrica nella voce, ha del sorprendente, soprattutto se si ascolta nell’“Improvviso” lo slancio con cui sale all’acuto, ancora fermo e sonoramente squillante, per non parlare della maestria con la quale dosa le forze nel corso di tutta l’opera, fino a un ultimo atto dove, in “Come un bel dì di maggio”, quando spesso i tenori faticano a sostenere la linea, fraseggia e canta con una leggerezza d’emissione da vero fuoriclasse. In tutto il resto dell’opera rinuncia a far la voce grossa e a una declamazione contaminata da eccessi tribunizi; resta sempre un poeta, nel modo di cantare e di donare al personaggio quella dimensione di eloquenza sembra dosata con equilibrio, stile e intelligenza espressiva tali da sorvolare sulle passeggere primavere vocali, comprensibili se si pensa che si è dinanzi a un tenore che, a settantuno anni compiuti, continua a essere sulla cresta dell’onda come punto di riferimento imprescindibile in questo repertorio.
Anche Maria Agresta è una Maddalena di Coigny di lusso. Pure lei, consapevole dei propri mezzi vocali, che sono quelli di un soprano lirico puro dal timbro bello e luminoso, è dapprima delicata, fresca e giovanile nel primo atto, poi quando il dramma della vita la costringe alla miseria e a barcamenarsi con la fatica del vivere non abbandona l’idea di seguire il percorso di un lirismo controllato, dapprima nel duetto d’amore con Chénier, sfumando i suoni con delicatezza, poi ne “La mamma morta”, quando si adagia placidamente su un fraseggio che si fa intimamente toccante; e anche se lo sfogo in acuto non ha il decibel sonoro denso e travolgente richiesto, l’allure è quello della cantante capace, con la tecnica e l’intelligenza espressiva, di dominare sempre la parte, anche nell’involo ardente del duetto finale, dove l’emissione si conserva limpida.
Terza colonna portante del cast è il Carlo Gérard di Franco Vassallo, in forma vocale splendente per la voce solida, sonora e timbrata, con gli accenti giusti per ogni momento dell’opera, capace di regalare un “Nemico della patria?!” da incorniciare, ricco di belle intenzioni espressive e gagliardo nel settore acuto.
Tutti e tre i protagonisti vengono festeggiati dal pubblico con lunghi applausi a scena aperta dopo le loro arie.
Nei ruoli di contorno, essenziali a muovere le dinamiche rivoluzionarie che fanno da sfondo all’opera e hanno in ciascun personaggio che le caratterizza una funzione significativa, si impone Manuela Custer, alla quale bastano i pochi minuti dell’intervento della vecchia Madelon per divenirne interprete ormai iconica per resa vocale e scenica da autentica artista. Di ottimo rilievo anche le prove di Mara Gaudenzi (Bersi), Riccardo Rados (Un “Incredibile”), Vincenzo Nizzardo (Mathieu), Adriano Gramigni (Roucher), Federica Giansanti (La Contessa di Coigny), Nicolò Ceriani (Fléville e Fouquier-Tinville), Daniel Umbellino (L’Abate), Tyler Zimmerman (Dumas) e Janusz Nosek (Schmidt), tutti perfettamente calati all’interno di un percorso registico impegnativo e complesso, che talvolta riserva anche sorprese, come l’uccisione di Berta, vittima di una sparatoria.
Alla fine della lunga serata, protrattasi per oltre tre ore e mezza per la lunghezza dei ben tre intervalli previsti, successo senza macchia. 




Teatro Regio di Torino – Stagione lirica 2024/25
ANDREA CHÉNIER
Dramma di ambiente storico
scritto in quattro quadri da Luigi Illica
Musica di Umberto Giordano
Andrea Chénier Gregory Kunde
Carlo Gérard Franco Vassallo
Maddadena di Coigny Maria Agresta
La mulatta Bersi Mara Gaudenzi
La Contessa di Coigny Federica Giansanti
Madelon Manuela Custer
Roucher Adriano Gramigni
Pietro Fléville/Fouquier-Tinville Nicolò Ceriani
Mathieu Vincenzo Nizzardo
Un “incredibile” Riccardo Rados
L’Abate Daniel Umbellino*
Dumas Tyler Zimmerman*
Schmidt Janusz Nosek*
Il maestro di casa Marco Sportelli
Una pescivendola Eun Young Jang
*Artisti del Regio Ensemble
Orchestra Teatro Regio Torino
Coro del Teatro Regio di Torino
Direttore Andrea Battistoni
Maestro del coro Ulisse Trabacchin
Regia Giancarlo Del Monaco
Scene Daniel Bianco
Costumi Jesús Ruiz
Luci Vladi Spigarolo
Coreografia e assistente alla regia Barbara Staffolani
Nuovo allestimento Teatro Regio Torino
Torino, 18 giugno 2025

