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Spoleto, 68° Festival dei Due Mondi – Tradizione e futuro in scena

Festival dei due mondi e dei mille stimoli culturali. A Spoleto, la manifestazione voluta nel 1958 da Giancarlo Menotti continua nella sua missione di creare un ponte tra le culture, offrendo il palco a varie forme di spettacolo, dall’opera – che è sempre stata nel cuore del suo progetto – alla classica, dal teatro di prosa al jazz, dal cross over al circo contemporaneo, passando per la sperimentazione e senza dimenticare l’arte. Che proprio a Spoleto ha sempre trovato significativi spazi grazie anche alla presenza, tra gli altri, di nomi del calibro di Sol Lewitt e di Anna Mahler, nipote del compositore Gustav, che scelsero di abitare nella cittadina umbra. Per tacere di iniziative entrate nella storia recente, come la mostra di sculture in metallo disseminate nel centro storico, realizzata nel 1962 a cura di Giovanni Caradente.

La 68ª edizione del Festival, l’ultima del quinquennio di direzione artistica di Monique Veaute, fa leva su un passato importante per gettare uno sguardo sul futuro con un programma ricco, variegato, ambizioso, capace di coniugare intelligentemente tradizione e contemporaneità, provocazione e riflessione. Chi scrive ha trascorso a Spoleto un fine settimana, partecipando a vari appuntamenti in un contesto storico artistico – superfluo dirlo – di una bellezza a tratti soggiogante. Superfluo però fino a un certo punto, dato che Menotti scelse proprio Spoleto per queste sue caratteristiche: per la presenza di ben due teatri (il più antico “Caio Melisso” e l’ottocentesco Nuovo, ora a lui giustamente intitolato), nonché di una serie di altri luoghi di straordinaria bellezza, dal teatro romano alla stupenda piazza del Duomo, cornice di alcuni degli eventi più importanti.

Come il ritorno sul palco di Alessandro Baricco, affiancato da due jazzisti del calibro di Stefano Bollani ed Enrico Rava, per una originale rilettura di Novecento, ormai un classico della letteratura recente. Baricco, che continua a essere lo scrittore italiano più tradotto all’estero, ha sempre coltivato un amore speciale per la musica, spesso fortemente presente nella sua scrittura. A Spoleto ha voluto proporre al pubblico il racconto del solo duello tratto dal suo capolavoro, con Bollani a sostenere entrambe le parti dei contendenti: l’arrogante Jelly Roll Morton, “l’inventore del jazz”, e il bizzarro protagonista, quel Danny Boodman T.D. Lemon Novecento che con il suo misto di genio e svagata, puerile innocenza, riesce a polverizzare in musica la tracotanza dell’avversario. Al di là della finzione, bisogna dire che Bollani ha saputo commuovere e stupire il pubblico sia quando dava voce all’uno che all’altro, pur se le più funamboliche evoluzioni le ha riservate all’ultima esibizione di Novecento, quando poi il pianista prende la sigaretta appoggiata sullo strumento e, sfregandola sulle corde, la accende. Ha infiammato così l’entusiasmo del folto pubblico che gremiva la piazza, già rapito dall’affabulare incantatorio di Baricco, vero alchimista di parole ed emozioni. Ma il momento forse più toccante è arrivato con l’ingresso dell’ottantunenne Enrico Rava, col quale Bollani ha duettato introdotto dalla pagina di Baricco ove l’io narrante – un trombettista attivo sul transatlantico “Virginian”- dice addio al protagonista suonando un’ultima volta con lui e piangendo copiose lacrime. La voce scura, rauca e morbida del flicorno, ha trovato nel tappeto sonoro di Bollani una sorta di accogliente tessuto ove adagiarsi, in un dialogo musicale potentemente evocativo, dal più liquido Debussy ai graffi di certa musica russa del “secolo breve”.

Il Teatro Caio Melisso ha invece ospitato un raffinato recital di Raffaele Pe e della “sua” Lira di Orfeo, con un programma interamente dedicato ad Alessandro Scarlatti, nel trecentesimo anniversario dalla morte. Il controtenore ha proposto tre Cantate alternate da due Sonate per violoncello del compositore siciliano. Musica magnifica, va detto, capace di restituire il caleidoscopio di affetti ed emozioni di quel Barocco felix fatto di aggraziate movenze, di reminiscenze arcadiche, di vagheggiamenti amorosi, ma pure di erotismo sottile e di altrettanto fine ironia. Proprio con ironia ha giocato Pe, introducendo i brani e conducendo idealmente per mano il pubblico in quei luoghi – le Accademie – dove si disquisiva di tanti argomenti e si ascoltava bella musica. Il tema sacro è nel cuore della cantata “Non so qual più m’ingombra”, composta per il Natale del 1716, con il suo incedere più severo, mentre in “Per un vago desire”, i pastori Clori e Tirsi inscenano una lezione di musica improvvisata. E se la scrittura di Scarlatti si fa più varia nel suo essere metafora dell’esprimersi dei modi d’amore, Pe coinvolge in un simpatico siparietto clavicembalista e violoncellista, chiamati a interpretare i due pastori, con tanto di parrucca colorata. Proprio “togliere la parrucca” all’austero Scarlatti era l’obiettivo del cantante lodigiano, che riesce pienamente nell’intento, anche quando affronta la più articolata Cantata “Tacete, perché tacete”, dedicata all’amore nella sua complessa profondità. L’eleganza nel porgere la frase musicale, l’attenzione alla parola e alle sue sfumature, la dolce tornitura della voce, sempre intonata e ben proiettata, sono le frecce nell’arco di un interprete tanto intelligente quanto efficace. Eccellenti gli strumentisti della Lira di Orfeo, con una menzione speciale per il violoncellista Marcello Scandelli, ispirato interprete delle Sonate scarlattiane. Vivissimo il successo.

Stesso teatro, ma altra voce e altro concerto. Il basso inglese Matthew Rose, accompagnato al pianoforte dal sensibile Alessandro Praticò, inscena un raro programma di songs di autori angloamericani ove brillano anzitutto le riletture novecentesche di Purcell a opera di Benjamin Britten. Pagine, queste ultime, ove l’aulica melodia barocca si veste di più carnali risonanze, mentre i “Songs of Travel” di Ralph Vaugham Williams costituiscono una sorta di risposta britannica al romanticismo di Schubert e al decadentismo di Mahler, nel segno di uno sguardo che trae linfa dal passato cinque seicentesco e dalla musica popolare. Se l’ispirazione dell’americano Charles Ives è sempre varia e piacevole, costituiscono una autentica scoperta i lavori dell’inglese George Butterworth, aristocratico prestato alla musica e troppo presto sottratto alla vita dalla Grande Guerra. Rose ha una voce possente, di bel colore, ampia e voluminosa; canta con grande attenzione alle sfumature, anche se non mancano alcune rigidità nell’emissione. Per lui è comunque convinto il successo di pubblico.

Il discusso e geniale regista turco tedesco Ersan Mondtag, che ha recentemente debuttato in Italia con Gianni Schicchi e L’heure espagnole all’Opera di Roma, ha portato a Spoleto il suo Woyzeck di Georg Büchner, con la compagnia Berliner Ensemble e la musica originale di Tristan Brusch. Che non ha nulla a che vedere con il capolavoro di Alban Berg, ma che volutamente ne prende le distanze esplorando piuttosto i territori del cabaret tedesco e della tradizione klezmer. Musica affidata a un gruppo di validissimi strumentisti, perfetti per accompagnare le allucinate atmosfere della tragedia di Büchner, terreno d’indagine del confine sottile e scivoloso tra colpa collettiva e responsabilità individuale, dove il regista si inoltra con una durezza d’eloquio a tratti disturbante. Le scene da lui stesso firmate chiudono i personaggi in una foresta cupa e quasi sempre notturna, illuminata da una luna sporca e abitata da rumori inquietanti, ove si muove un’umanità alienata e ossessionata, mostruosa nel suo avvinghiarsi su sé stessa. Giganteggia il protagonista Maximilian Diehle, altissimo, asciutto, allampanato. Sul palco ci sono solo uomini (e un bambino): scelta singolare e discutibile ma che in fondo rende meno difficile da sostenere per il pubblico la scena della violenza e dell’uccisione di Marie (il bravissimo Gerrit Jansen). Una visione distopica e ricca di simbologie, quella di Mondtag, ove anche l’amore è vissuto come un qualcosa di torbido, ammorbato da sensi di colpa. E a nulla valgono le frequenti abluzioni – quasi rituali – in un lordo stagno a bordo scena. Un filo di speranza si ritrova nella luce che cade dall’alto alla fine dello spettacolo, insieme a una scala calata da un elicottero, che evoca forse quella biblica di Giacobbe, approdo di redenzione dopo la lotta del patriarca con Dio, durata tutta la notte.

Forza e leggerezza convivono invece in maniera del tutto singolare nello spettacolo Ulricht Primal Light. Gustav Mahler goes Circus, della compagnia australiana di circo contemporaneo Circa, con la musica dell’austriaca Franui Musicbanda che, come detto nel sottotitolo, rielabora temi di Mahler. La forza dello spettacolo – nella impagabile cornice del Teatro romano – sta nel vigore dei danzatori, capaci di evoluzioni tali da lasciare a bocca aperta il pubblico. La leggerezza risiede anzitutto nella musica: i Lieder del grande compositore austriaco trovano nuova linfa negli originalissimi arrangiamenti del gruppo, costituito da fiati, ottoni, fisarmonica e due archi. E poi c’è la leggerezza dell’idea di circo contemporaneo: ossia lo sfidare la gravità con la tensione di muscoli che divengono quasi ali per volare sulla ferialità del quotidiano, per osservare il mondo e noi stessi con la lente della creatività, per emozionarci, per riflettere. Da sempre, il compito dell’arte.

Novecento: il duello
Alessandro Baricco
Stefano Bollani, pianoforte
Enrico Rava, flicorno

Spoleto, piazza Duomo, 6 luglio 2025

La lezione di musica
Raffaele Pe, controtenore
La Lira di Orfeo

Spoleto, Teatro “Caio Melisso”, 5 luglio 2025

Matthew Rose
Matthew Rose, basso
Alessandro Praticò, pianoforte

Spoleto, Teatro “Caio Melisso”, 5 luglio 2025

Woyzeck
di Georg Büchner
Berliner Ensemble
Ersan Mondtag, regia e scene

Spoleto, Teatro Nuovo Giancarlo Menotti, 5 luglio 2025

Urlicht Primal Light
Gustav Mahler goes Circu
Circa
Franui Musicbanda
Yaron Lifschitz, regia
Andreas Schett, direzione musicale

Spoleto, Teatro Romano, 4 luglio 2025

 

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