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Roma, Teatro dell’Opera – Marco Spada

Il sipario si alza, ma sul palcoscenico un altro tendone dipinto – un trompe-l’œil che raffigura Roma – introduce subito a un gioco di finzioni, maschere e doppi. Così prende vita Marco Spada, titolo raro del repertorio romantico tornato dopo più di quarant’anni sul palco del Teatro dell’Opera di Roma per chiudere la stagione 2024/25, e per rendere omaggio a Pierre Lacotte, grande maestro della ricostruzione ballettistica, recentemente scomparso.

L’allestimento è quello storico del 1981, ripreso da Lacotte appositamente per il teatro romano su un originale perduto di Joseph Mazilier (1857) e riportato in vita con la consueta eleganza filologica del coreografo francese. Scene e costumi, basati su un’attenta ricerca degli originali e firmati dallo stesso Lacotte, restituiscono una Roma immaginaria e monumentale, tanto teatrale quanto sontuosa: fondali dipinti, velluti, stucchi e uniformi compongono un quadro visivo di rara coerenza stilistica.

La vicenda è quella del nobile Marco Spada, rispettabile governatore di giorno e bandito di notte, figura doppia e tormentata che incarna il gusto ottocentesco per il contrasto fra luce e ombra, onore e colpa. Nel ruolo principale Igor’ Cvirko, principal del Bol’šoj, mostra un magnetismo scenico di notevole forza, capace di trasformare ogni gesto pantomimico in azione drammatica. La doppiezza del personaggio si legge in uno sguardo, in una spalla che si volta di colpo, in un battito di mani. Meno persuasivo, invece, sul piano tecnico – qualche sbavatura nei giri, qualche atterraggio poco pulito – ma la presenza scenica, il carisma naturale e la comprensione profonda del personaggio compensano ampiamente.

In perfetto contrappunto con la complessità del protagonista, Iana Salenko offre un’Angela luminosa e nitida. Leggera, controllatissima e musicale, incarna la dolcezza romantica con una grazia sempre misurata, mai leziosa. Nei pas de deux con il Principe Federici riesce a unire precisione e abbandono, un equilibrio raro che illumina le sezioni liriche del balletto. La sua danza non stupisce per potenza, ma conquista per limpidezza, fraseggio musicale e sapiente articolazione dei gesti.

Simone Agrò, nel ruolo del Principe Federici, danza con chiarezza, misura, e un senso del partnering saldo e affidabile – qualità preziosa in un balletto dove le relazioni fisiche tra i personaggi sono parte preponderante. È forse un po’ trattenuto sul piano interpretativo: potrebbe permettersi di “occupare” maggiormente lo spazio, di lasciare che la nobiltà del personaggio emerga più apertamente. Il pubblico lo applaude calorosamente, e a ragione: la serata si conclude infatti con la sua nomina a primo ballerino da parte della direttrice Eleonora Abbagnato e del sovrintendente del teatro Francesco Giambrone, un momento di grande emozione, meritato suggello di una crescita evidente.

La Marchesa Sampietri di Marianna Suriano è elegante ma ancora acerba sul piano drammatico: manca un po’ di “veleno interiore”, di quella freddezza aristocratica che renda la marchesa davvero temibile. Più convincente Claudio Cocino come Pepinelli, capitano dei Dragoni: il suo è un ruolo di leggerezza, di commedia elegante, che restituisce con ritmo, naturalezza e una pantomima sempre leggibile.

Sul piano coreografico, Marco Spada resta una sfida: un balletto lungo e serrato, costellato di batterie e passaggi d’insieme di vertiginosa rapidità. Il Corpo di Ballo si misura con una coreografia che non concede tregua. Lacotte intreccia rapide sequenze di batterie che richiedono compattezza e musicalità: la compagnia risponde con disciplina e vigore, mostrando una buona dinamica e pulizia. Qualche incertezza nei giri e nelle pirouettes – forse complice l’insidiosa pendenza del palcoscenico – ma l’insieme resta armonioso e curato.

Sotto la direzione di David Garforth, l’orchestra accompagna con eleganza la partitura di Daniel-François-Esprit Auber, che alterna brio e malinconia. La musica si presta perfettamente al ritmo teatrale della coreografia: un flusso di melodie che sostiene l’azione più che dominarla.

Questo Marco Spada è sì un recupero filologico, ma soprattutto un atto d’amore per il teatro e per la memoria. Nel suo equilibrio fra pantomima, azione e virtuosismo, il balletto ci ricorda perché Lacotte è stato il grande “archeologo” del Romanticismo: la sua capacità di reinventare senza tradire, di far parlare il gesto antico con voce contemporanea.

In copertina, Iana Salenko e Simone Agrò
Photo: Fabrizio Sansoni

 

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