Ritmo, velocità e ripetizione come benzina, scintilla e motore di un comico a mille che nasce e si infiamma a partire dalle vertigini date dalla musica, prima ancora che dalla parola e dai tic mentali o gestuali della maschera. Ne salta fuori un nuovo modello per il buffo da teatro in pentagramma che lascia dietro di sé la farsa primo ottocentesca per trasformarsi, tra finzioni in burla e allusioni veraci, in arguta fiaba esotica fatta di mare e di amori improbabili, di corsari algerini e malcapitati viaggiatori italiani, di eunuchi, pappataci, di schiavi e schiave da serraglio. Il tutto centrifugando negli appartamenti del bey Mustafà versi, fonemi e suoni, opera di stampo napoletano e turcherie, canto nobile, di mezzo carattere, scioglilingua pirotecnici e voli eroici di coloratura con l’obiettivo di raccontare l’ingenuità degli uomini dinanzi al potere delle femmine d’Italia (in senso lato delle donne) in fatto di giochi d’astuzia e di affari del cuore.
È quanto offre in premessa il fortunato (già la sola Sinfonia d’apertura è sinonimo al quadrato dell’autore) dramma giocoso in due atti L’italiana in Algeri di Gioachino Rossini su libretto di Angelo Anelli ed è, in concreto, quanto magnificamente restituisce il Teatro dell’Opera di Roma a partire dalla buca – in viva intesa con il palcoscenico – riportando in locandina al Costanzi dopo ventidue anni di assenza il fabulistico e ormai storico allestimento del titolo creato nell’anno 2000 per il Massimo di Palermo con le scene acquerellate di Emanuele Luzzati, i colorati costumi di Santuzza Calì e le luci sempre efficaci di Vinicio Cheli sotto la regia di Maurizio Scaparro, qui ripresa (è il primo omaggio al grande regista scomparso nel 2023) da un suo attento collaboratore nonché erede di vaglia qual è l’autore, attore e firma teatrale Orlando Forioso.
Si parte dunque d’obbligo, nell’occasione, dall’energia costante e incandescente generata con ritmo al limite del folle dalla sorgente primaria della musica a sostegno, poi, di tutte le altre componenti in campo, stile, caratteri, colori e profili tematici compresi. E se a dare guida al suono poco più di vent’anni fa sullo stesso podio c’era un giovanissimo e allora debuttante all’Opera di Roma Riccardo Frizza (con un bel poker formato da Daniela Barcellona, Juan Diego Flórez, Ildar Abdrazakov e da Bruno De Simone), a garantirne stavolta in puro stile rossiniano l’assoluto e indispensabile rigore metrico accanto all’argento vivo di timbri e dinamiche è stato Sesto Quatrini, giovane direttore in più che brillante carriera artistica, per giunta romano ma parimenti esordiente nel Teatro, in questo caso, della propria città. La celeberrima Sinfonia ne rivela, ad alta definizione e come in 3D, già praticamente tutto: il polso deciso e lo stacco dei tempi esatto, il cardine ritmico in prima linea, l’istanza iterativa tenuta a mano ferma in sospensione ipnotica allo studiato montare del crescendo, la plasticità motivica e interlocutoria fra le domande e le risposte dei legni. In più, quel piccolo, grande miracolo sulla duplice dimensione timbrica subito evidenziata nel confronto e contrasto tra il mondo italiano e quello esotico dalle rilucenti chincaglierie ottomane, con tanto di mezzaluna turca (o cappel cinese) eccezionalmente costruita ad hoc, triangolo, piatti e catuba. Un’attenzione speciale dunque per la funzione trainante del ritmo, che è la dorsale su cui Quatrini poggia senza sosta né punti d’ombra l’intera costruzione dei due atti, spingendo e travolgendo, ma sempre ben pilotando sostenendone il controllo nei diversi parametri, l’orchestra, il coro e i cantanti in quel fiume di note in piena attraverso cui il ventunenne Rossini, con il coevo ma serio Tancredi sempre del 1813 e per le assi dei teatri lagunari, diventa Rossini. Quindi la cura rara nella messa a fuoco dello stile, staccato, martellato, nobilmente legato, comico, di mezzo carattere o, per le parti della primadonna protagonista, di statura pseudo-eroica, con la consapevolezza di alcune, mirate tracce settecentesche evidenti nell’occasione (particolarmente apprezzate) in aggancio alle cadenze in minore di scuola napoletana e all’ultimo modello mozartiano. Stando alla resa sollecita ed esaustiva di quanto richiesto dal podio, dell’Orchestra della Fondazione capitolina si lodano in pratica tutte le sezioni, con menzione speciale per il primo flauto Matteo Evangelisti, per il primo oboe Giovanni Pistis, per il primo fagotto Jeremy Bager, per l’intera sezione delle percussioni (Rocco Luigi Bitondo, Marco Pagliarulo, Claudia Foddai, Egidio Palagano) e per Antonio Maria Pergolizzi al fortepiano. Calibratissimo e ben valorizzato nelle sfumature di colore anche il Coro maschile, preparato con estrema dovizia tecnica e in quota espressiva sempre appropriata dal maestro Ciro Visco.
Altro merito, l’allestimento, non nuovo ma conservato intatto nel garbo della cifra visiva quanto nella viva freschezza dello smalto comico fitto di gesti e allusioni divertenti. La mano felice del regista per la ripresa, Orlando Forioso, ne accelera e ne carica le inclinazioni al buffo, aggiornandone l’impatto nel rispetto della lettura di Scaparro e in linea coerente con il quadro semplice e raffinatissimo disegnato da Luzzati (uno sfondo di mare e cielo, l’antica feluca che arriva dall’Italia, paraventi moreschi, una lanterna turca che sale per l’esterno e scende per gli interni) con la complicità sognante dei costumi della Calì. Al culmine qualitativo, il bellissimo tableaux in fermo-immagine a sigla del folgorante Finale primo in vortice onomatopeico, il timore ossessivo del cicisbeo Taddeo di essere impalato, l’esilarante coro dei pappataci abbigliati da cuochi e con un Mustafà che afferra con le mani gli spaghetti tipo Miseria e nobiltà.
Il sistema dei ruoli e delle voci conta inoltre su una squadra di interpreti che nel complesso tiene ottimamente testa alle necessarie questioni di tecnica, stile e ritmo riassumibili nella cifra di bravura. L’intera linea degli uomini, nella trama per lo più fatta di perdenti, vince nella realtà performativa sia in virtù della credibilità attoriale che per le peculiarità dei diversi ritratti canori, timbrici in primis. Il Mustafà di Adolfo Corrado, debuttante nel ruolo e in secondo cast ma giunto in sostituzione al volo di Paolo Bordogna anche durante la prima recita a causa di un’improvvisa afonia del celebre basso-baritono, risponde innanzitutto esattamente al prescritto range di basso nobile cantante spiccando inoltre per la bellezza e potenza del colore, per la ricchezza degli armonici, per un’emissione ben scolpita nei sillabati quindi governata a dovere per tecnica ed estensione entro le diverse esposizioni comiche, a partire dalla solenne cavatina nel cuore dell’Introduzione “Delle donne l’arroganza” di cui cesella duttilmente le impervie biscrome e crome dalla diversa presa, passando per l’introspezione erotica parimenti fitta di articolate diminuzioni (Già d’insolito ardore nel petto), sostenendo ad arte sul fiato come sulla parola il via (Va sossopra il mio cervello) o il contrappunto al grave negli assieme. Il suo bey è burbero ma non troppo, tonante e sciocco seduttore, assolutamente amabile nel dire in musica quanto nel fare.
Esatto timbro tenorile di grazia, affilata agilità nelle diminuzioni e nelle puntature di testa all’acuto, tersa intensità nelle espansioni amorose ma anche spigliata sapidità nel mezzo carattere sfodera quindi il Lindoro del giovane Dave Monaco, talento di coloratura non ancora trentenne (anche lui tiene a battesimo nell’occasione il suo ruolo) formatosi all’Accademia Rossiniana diretta da Ernesto Palacio e diplomatosi all’Accademia del Maggio Musicale Fiorentino diretta da Gianni Tangucci. Eccelle per portamento e abilità virtuosa nella cavatina (Languir per una bella), nel vorticoso duetto con Mustafà, nello strepitoso terzetto “Pappataci! Che mai sento!”.
Molto efficace anche il Taddeo del baritono palermitano Vincenzo Taormina, cicisbeo e babbione al punto giusto ma, rispetto al buffo caricato previsto su carta, più raffinato e moderno, pari a un burlato da commedia eduardiana. Vocalmente costruisce il personaggio con bel timbro e accenti opportunamente ricalcati (ben sonora e curata è la sua aria di sorbetto “Ho un gran peso sulla testa”), risultando scenicamente molto lavorato e dunque divertentissimo. L’Haly del baritono Alejo Alvarez Castillo (per il ruolo vale anche un tenore), allievo del Progetto “Fabbrica”, convince poi per tinta, suono e gesto, in special modo con il suo senso pratico sentenziato nell’unica ma rinomata aria a lui destinata “Le femmine d’Italia”.
Passando alle donne, per la protagonista di registro contraltile Isabella, il mezzosoprano Laura Verrecchia s’impone con una ferrea preparazione tecnica messa a fuoco e a segno nelle sue arie non facili sgranando con fibra seria colorature di ogni sorta, culminanti con lunghi acuti a pieno suono. L’impegno canoro in “Cruda sorte, amor tiranno”, nel celeberrimo duetto con Taddeo (Ai capricci della sorte) e nella finale apostrofe politica in forma di rondò (Pensa alla patria) risulta palpabile ma più concentrato sulla risoluzione in gola delle agilità che indirizzato, pur a fronte di una bella presenza scenica, verso una spigliata e seduttiva tornitura sia canora che caratteriale, poco decollando in femmina accattivante e scaltra.
Viceversa per squillo e temperamento s’impone sulle sonorità del gruppo la giovanissima Elvira del soprano Jessica Ricci, altro talento in crescita reclutata dal progetto “Fabbrica” – Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma (al pari del mezzosoprano Maria Elena Pepi, interprete della schiava confidente di Elvira), premiata in diversi concorsi lirici fra i quali il “Chiara Magni” di Penne di due anni fa.
Gran successo per tutti coronato da caldissimi applausi. 




Teatro dell’Opera di Roma – Stagione lirica 2024/25
“Volti del potere”
L’ITALIANA IN ALGERI
Musica Gioachino Rossini
Dramma giocoso in due atti
Libretto di Angelo Anelli
Mustafà Adolfo Corrado
Isabella Laura Verrecchia
Lindoro Dave Monaco
Elvira Jessica Ricci*
Taddeo Vincenzo Taormina
Haly Alejo Alvarez Castillo*
Zulma Maria Elena Pepi*
*dal progetto “Fabbrica” – Young Artist Program
del Teatro dell’Opera di Roma
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Sesto Quatrini
Maestro del coro Ciro Visco
Regia Maurizio Scaparro
ripresa da Orlando Forioso
Scene Emanuele Luzzati
Costumi Santuzza Calì
Luci Vinicio Cheli
Allestimento del Teatro Massimo di Palermo
Roma, 8 giugno 2025

