Dopo il successo di Orlando, siamo di nuovo al Teatro Alighieri di Ravenna per un altro titolo di Händel: Alcina. La stessa orchestra, lo stesso regista e il medesimo impianto scenico, lo stesso direttore e in parte lo stesso cast fanno della Trilogia d’autunno uno degli appuntamenti operistici annuali tra i più alti dei teatri di tradizione.
All’apertura di sipario, l’allestimento di Pier Luigi Pizzi si presenta pressoché identico a quello creato per Orlando. Permangono l’impianto scenico con le doppie quinte “a specchio” e il fondale neutro utilizzato per le proiezioni, sfondo al poema ariostesco; cambiano però la fonte al centro della scena, divenuta per Alcina una piccola scalinata, e il mondo psicologico e di relazioni dell’opera. Se in Orlando le proiezioni ci immergevano tra agresti prati e oscure selve di sentimenti, in Alcina ci collocano sulle spiagge dell’isola dopo le Colonne d’Ercole e nel palazzo della regina. A differenza del primo titolo, Pizzi utilizza meno le proiezioni, scegliendo di impiegare uno sfondo neutro e bianco, specie nei primi due atti. Una scelta molto riuscita: tutto viene perfettamente supplito dalla recitazione dei singoli personaggi e dai loro rapporti; tanto più che i costumi, sempre di impronta cavalleresca, emergono maggiormente dal gioco di specchi in scena di fronte al bianco del fondale. Pier Luigi Pizzi, a novantacinque anni, si conferma grande maestro: confeziona uno spettacolo elegante e compiuto. La linearità con cui mette in scena libretto e partitura è perfettamente sostenuta da un’azione teatrale sobria ma credibile. Ricordiamo che Pizzi è tra gli artefici della rinascita dell’opera barocca in Italia nel secondo dopoguerra, avendo allestito per la prima volta in epoca moderna un’opera vivaldiana, Orlando Furioso, al Teatro Filarmonico di Verona.
Dicevamo di un cast in parte uguale a quello di Orlando: se una sera Elmar Hauser, Martina Licari e Christian Senn erano rispettivamente Medoro, Dorinda e Zoroastro, quella successiva indossano i panni di Ruggiero, Morgana e Melisso per un totale di quattro recite in quattro sere di fila: un considerevole impegno, impossibile da affrontare senza una buona tecnica. Elmar Hauser delinea credibilmente la trasformazione di Ruggiero da succube amante a riscattato paladino e sfoggia il timbro chiaro e il registro acuto saldo che già ci avevano convinto in Orlando. Registriamo un applauso trionfale a scena aperta al termine dell’aria da caccia “Sta nell’ircana pietrosa tana”, eseguita con variazioni e colorature esemplari per stile e precisione. Martina Licari è semplicemente perfetta, tanto che potremmo intitolare l’opera Morgana. La recitazione curata e sentita, sia nei tormenti amorosi sia nel problematico rapporto con la sorella, accompagna una prova vocale eccellente, a partire dall’aria “O s’apre al riso”, con lunghe messe di voce, trilli centrati e una voce limpida e cristallina che pervade la sala.
Il Melisso di Christian Senn alterna la idimensione bellica a un atteggiamento da padre-guardiano verso Bradamante, sfoggiando una voce corposa e rotonda. Molto positive le prove dei restanti artisti, impegnati solo per questo titolo. La protagonista Giuseppina Bridelli, Alcina, sfoggia uno strumento molto corposo e dal timbro denso. La pastosità vocale appare adatta sia alle scene amorose che a quelle magiche, ottenendo i maggiori applausi a scena aperta al termine dell’aria d’amore iniziale “Dì, cor mio, quanto t’amai”, e della scena d’invocazione magica del terzo atto. La Bradamante di Delphine Galou emerge per una piena aderenza allo stile barocco, eseguendo la difficilissima aria “Vorrei vendicarmi del perfido cor” con variazioni, colorature e puntature di grande virtuosismo. Il timbro denso e corposo fa da ideale contrappunto alla voce scura dell’Alcina di Bridelli rafforzando la credibilità nelle scene di “travestimento” maschile del primo atto. Il tenore Žiga Čopi offre una prova convincente come Oronte, con buoni centri e adeguata proiezione, sebbene perfettibile nel registro acuto e nella pronuncia italiana.
L’Accademia Bizantina suona molto bene, offrendo una prova addirittura superiore a quella già notevole di Orlando. Ottavio Dantone dirige con chiarezza, trovando un perfetto raccordo tra buca e palcoscenico. Impegnato al clavicembalo, con pochi gesti riesce a trovare un equilibrio raro.
Tra le note positive, ne va però segnalata una negativa. Se Orlando aveva convinto anche per l’esecuzione pressoché integrale, qui vengono tagliati i cori e i balli, caratteristiche che fanno parte integrante della fisionomia di Alcina, capolavoro che permise a Händel di imporsi al Covent Garden dopo gli anni al King’s Theatre. Tagliare oltre mezz’ora di musica non equivale a sopprimere un recitativo minore o una semplice arietta.
Al termine, tripudio generale per tutti gli artisti coinvolti, con punte di entusiasmo per Licari, Hauser, Bridelli e Dantone. 




Ravenna Festival – Trilogia d’autunno 2025
ALCINA
Dramma musicale in tre atti
Libretto anonimo da L’isola d’Alcina di Antonio Fanzaglia
Musica di Georg Friedrich Händel
Edizione Bärenreiter
Alcina Giuseppina Bridelli
Ruggiero Elmar Hauser
Bradamante Delphine Galou
Morgana Martina Licari
Oronte Žiga Čopi
Melisso Christian Senn
Amore Giacomo Decol
Accademia Bizantina
Direttore Ottavio Dantone
Regia, scene, costumi Pier Luigi Pizzi
Luci Oscar Frosio
Editing video Matteo Letizi
Produzione Teatro Alighieri
in collaborazione con Ravenna Festival
Nuovo allestimento
Ravenna, 15 novembre 2025

