Il comunicato stampa del Rossini Opera Festival per la nuova produzione de L’Italiana in Algeri al Teatro Rossini parla di uno spettacolo “vissuto come spazio di travestimento, ribaltamento dei ruoli e libertà dai codici imposti”. A firmarlo è Rosetta Cucchi, che con scene di Tiziano Santi e costumi di Claudia Pernigotti pensa, a suo modo, a un allestimento coloratissimo e vivace.
Certo l’intento provocatorio è da subito evidente, a partire dall’antefatto che si consuma al di fuori del teatro, nella piazza antistante, quando, pochi minuti prima dell’inizio dello spettacolo, giunge e si ferma dinanzi all’ingresso un furgone mezzo scassato e fumante vapori colorati che trasporta “Lady Isabella & the girls on tour”: un gruppo di drag queen che vengono prontamente arrestate e “deportate” verso i lidi algerini del bey Mustafà. Quando si è in teatro, appena l’opera ha inizio, nel corso della Sinfonia si assiste all’approdo del bizzarro seguito di Isabella nelle spiagge di Algeri. La scena è disposta su due piani. In quello terreno, con vista sul mare, ci sono i saloni del bey; in quello superiore, il vestibolo, lo studio e la stanza da letto dove Mustafà rifiuta Elvira e già pensa a come sbarazzarsene perché annoiato da lei. Il seguito della vicenda è quello che, ad apertura di sipario, si vede seguendo fedelmente lo sviluppo drammaturgico connotato come lo spettatore già prevede, come richiamo ai diritti della comunità LGBT, con cieli carichi di nubi multicolore durante il concertato finale del primo atto e proiezioni (preparate dal video designer Nicolás Boni) di filmati in bianco e nero di cortei che evocano le prime manifestazioni sui diritti omosessuali mostrati durante l’aria di Isabella “Pensa alla patria”. Tutto il disegno registico mira, dunque, ad accentuare il lato farsesco che vede Mustafà attratto dall’arrivo dell’italiana Isabella, libera e ribelle, una drag queen con al seguito le compagne a lei simili, prontamente passate al vaglio della dogana e poi direttamente catapultate nel caravanserraglio che sconquassa la corte del bey. “Bella taglia!…viso strano…” afferma Mustafà quando avviene il primo incontro con Isabella, che gli appare vestita in abito nero pece plastificato e luccicante, con spacco inguinale e mantello bordato di piume di struzzo color fucsia. Il paradosso attrattivo che vede Mustafà perdere la testa per lei appare ancor più evidente quando di lì a poco si scatena la folle gioia ritmica del concertato, dove ogni riferimento ai tradizionali schemi della seduzione uomo-donna cade nel parossistico gioco in cui i personaggi si perdono in questo colorato mondo ormai tutto di Isabella, come appare evidente nel secondo atto, con le stanze superiori del palazzo trasformate nel suo eccentrico guardaroba di abiti e scarpe che sono il trionfo del cattivo gusto e degli eccessi. Il messaggio registico è certo forte, ma Rosetta Cucchi ha il merito di coniugarlo senza che ne derivino inopportune forzature; tanto che quando la mente stessa di Mustafa, insignito dell’incarico di Pappataci, è sedotta totalmente dai modi di Isabella, entra in questo mood comportamentale e sembrerebbe indirizzato lui stesso a divenire una drag indossando stivali rossi e mostrando il petto villoso pronto a essere depilato prima di ravvedersi lasciando partire Isabella alla volta dei lidi italiani mentre un arcobaleno illumina il fondale siglando il trionfo dell’intraprendenza e del coraggio di Isabella insieme al suo colorato seguito. La conquista dei diritti di libertà e d’amore libero da ogni vincolo sociale prestabilito sono la morale della vicenda. Il messaggio lanciato dallo spettacolo è, come si è detto, volutamente provocatorio, eppure calza come un guanto sullo sviluppo farsesco della trama e della musica stessa, non se capovolge il significato e sta al gioco di un disegno registico che funziona e diverte, anche in questo contesto di autoironia spinta e di travestimenti talvolta orientati, diciamolo senza volere abbattere una scure critica troppo severa sul tutto, verso la preoccupante deriva del varietà.
Sul versante musicale la bacchetta di Dmitry Korchak, affermato tenore qui nei panni di direttore d’orchestra alla testa dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, appare un po’ inamidata e priva di reale brio, funzionale sì nella sostanza, ma poco ispirata e senza anima ritmica inebriante, come si conviene ad alcune pagine. Il cast vocale è tutto sommato buono, ma senza grandi colpi d’ala.
Daniela Barcellona, che proprio sulle scene del ROF ha lasciato ricordi indelebili, si è ormai votata da tempo ad altro repertorio e rispolvera il suo terreno vocale d’elezione senza più l’integrità vocale di un tempo. Tornare alle origini è stato dunque un rischio, affrontato però con impegno e cognizione di causa stilistica premianti. L’esito resta infatti quello della rossiniana d’alto rango, sicura nel canto di agilità, soprattutto nella grande aria del secondo atto, “Pensa alla patria”, ma con una voce che, per quanto timbricamente ancora preziosa, di calda intensità contraltile, ha perso l’omogeneità e lo slancio in acuto, con alcune ombre vocali che si fanno evidenti nel passaggio fra i registri e una sostanziale opacità che attraversa una pur sempre ragguardevole prestazione senza minarne gli esiti nel complesso ancora all’altezza della sua fama.
Di tutto riguardo le prova del giovane basso georgiano Giorgi Manoshvili come Mustafà, che ha tutte le carte vocali in regola per vestire i panni del vero buffo “nobile”, con un canto di agilità forse non sfrontato ma sicuro e ben sgranato, soprattutto nell’aria “Già d’insolito ardore nel petto”, e una timbratura vocale di autentico basso che fanno intravedere interessanti sviluppi futuri per la sua vocalità già alle prese da tempo, con ottimi esiti, con il repertorio rossiniano. La bella presenza scenica lo sostiene sempre, tanto da renderlo un personaggio completo e ben caratterizzato secondo le esigenze della parte.
Sonora espansione vocale e ottima padronanza della parte possiede anche Misha Kiria, un Taddeo di tutto rispetto, al quale manca forse maggiore attenzione alla parola e a un fraseggio che sappia illuminare con più scaltrezza espressiva l’animo pusillanime che contraddistingue il personaggio. Decisamente più problematica la prestazione del giovane tenore canadese Josh Lovell nei panni di Lindoro, che attacca già con incertezza e voce appannata l’aria “Languir per una bella” sostenendone la tessitura acuta più per buona volontà che per reale perizia tecnica, fino ad inciampare vistosamente nelle colorature della cabaletta. A parziale riscatto di una prestazione così incerta, si annoti che alla prima di ieri sera, trasmessa in diretta da Rai Radio 3, gli esiti vocali sono stati meno deficitari.
Buone l’Elvira di Vittoriana De Amicis, svettante al punto giusto, e la Zulma di Andrea Niño. Garbato e nulla più l’Haly di Gurgen Baveyan.
Ottimo esito per uno spettacolo costruito con intelligenza e tanta voglia di divertire un pubblico che alla fine applaude tutti, senza riserva alcuna. 




Rossini Opera Festival 2025
L’ITALIANA IN ALGERI
Dramma giocoso in due atti di Angelo Anelli
Musica di Gioachino Rossini
Edizione critica della Fondazione Rossini di Pesaro,
in collaborazione con Casa Ricordi di Milano,
a cura di Azio Corghi
Mustafà Giorgi Manoshvili
Elvira Vittoriana De Amicis
Zulma Andrea Niño
Haly Gurgen Baveyan
Lindoro Josh Lovell
Isabella Daniela Barcellona
Taddeo Misha Kiria
Orchestra del Teatro Comunale di Bologna
Coro del Teatro Ventidio Basso
Direttore Dmitry Korchak
Direttore del coro Pasquale Veleno
Regia Rosetta Cucchi
Scene Tiziano Santi
Costumi Claudia Pernigotti
Video designer Nicolás Boni
Luci Daniele Naldi
Nuova produzione
Teatro Rossini, 9 agosto 2025 (anteprima)

