In Don Quichotte, l’ormai anziano Jules Massenet, chiamato a comporre un’opera nuova per le scene dell’Opéra di Monte-Carlo nel 1910, utilizza un cantabile declamato, inondato di malinconia quale espressione di un lirismo puro e delicato, specchio del sognante idealismo del protagonista che trascorre un’esistenza protesa alla realizzazione di virtù cavalleresche di nobiltà e giustizia che poco per volta si sgretolano sotto i suoi occhi. Respinto della bella Dulcinée, Don Quichotte muore ma lascia una preziosa eredità al suo fedele servitore Sancho: quell’isola di sogni che gli ha concesso di trascorrere una vita di valori e ideali che, agli occhi della gente, lo fanno apparire un egocentrico e folle idealista. Anche dinanzi all’abbandono triste della morte, “le chevalier de la longue figure” resta ancorato al suo poetico mondo di fantasie fiabesche.
Nel nuovo riuscito allestimento che Kristian Frédric realizza per il circuito Teatri di OperaLombardia e che debutta al Teatro Fraschini di Pavia, tutto questo, attraverso le scene di Marilène Bastien, i costumi di Margherita Platé, le luci di Rick Martin e i video di Antoine Belot, si realizza, come intende il regista, attraverso “il viaggio interiore di un uomo che cerca ancora un senso nel mondo che lentamente si dissolve”. L’accento è messo sullo smarrimento della psiche del protagonista, legata all’infanzia: quella di un bambino che appare sulla scena a inizio spettacolo, con il suo orsacchiotto blu, intento a leggere un libro che lo proietta, fuori dal mondo, nei labirinti di una mente che si sta consumando ma regge il peso della caduta trasfigurandosi in una dimensione interiore che è il sogno di una vita nobile della quale si mantiene traccia perché è la fantasia stessa della fiaba ad alimentarne il significato.
Ecco perché il regista sceglie di aprire ogni quadro dell’opera con la lettura di un testo recitato che fa comprendere come tutto questo avvenga fra le pareti di una casa di cura dove Don Quichotte trascorre i suoi ultimi giorni, vecchio e stanco. Il suo destriero è una sedia a rotelle, la sua lancia un bastone che a stento ne sorregge i fragili passi e lo scudiero Sancho un infermiere che asseconda ogni suo vaneggiamento nel mondo triste che lo circonda, dal quale l’eroe riesce a ergersi con un’umanissima potenza, dimostrando come dal dissolvimento della vita si possa scampare cercando conforto nell’immaginazione. Questo muoversi fra realtà e sogno è la forza di uno spettacolo che può, da subito, lasciare sconcertati. Poi si comprende come un disegno registico tanto forte riesca a svilupparsi evolvendo le sue ragioni nel rispetto della musica.
Ed ecco che si ha compassione per questo Don Quichotte che non appare, come da subito sembrerebbe, un uomo malato, compatito nello spegnersi della sua mente, bensì l’eroe di un sogno che altro non è che quello degli ideali del protagonista. Don Quichotte lotta contro i mulini a vento, che qui sono le pale rotanti impazzite di ventilatori da soffitto posti nella camera da letto della casa di cura che appunto accoglie chi ha smarrito la ragione e dove il protagonista è accudito dal suo servitore/infermiere, ergendosi solo con la forza della fantasia che lo proietta nella sierra, dove si reca per recuperare la collana rubata dal capo dai banditi a Dulcinée. È una sierra fatta di sedie di diversa grandezza, con una gigante dalla quale l’“Alto Cavaliere” si erge ed estrae dal grande libro aperto dei sogni gli strumenti dell’eloquenza che gli permettono di convincere i briganti a restituirgli il gioiello. Ma i suoi ideali s’infrangono contro il candore della sua dignità al momento i cui la donna che ama lo rifiuta, lasciandolo come tramortito sulla sua sedia a rotelle, mentre tutti attorno lo deridono non senza che Dulcinée provi un senso di compassione dopo averlo respinto.
Tutto finisce con la sua morte, in un letto di dolore, con un orsacchiotto blu gigante gonfiabile che s’innalza a simbolo di una purezza che se ne va con lui e stabilisce un parallelo vincente fra gli ideali dell’eroe Don Quichotte, deluso e morente, e la sua parte infantile che abbandona il mondo lasciando che l’anima voli verso la luce dell’amore cavalleresco e dell’eterna gioventù, verso gli astri nei quali Don Quichotte riesce a vedere, prima di spirare, la stella di Dulcinée che l’aspetta in un’altra dimensione. L’àncora dei sogni si può gettare anche all’interno di un mondo triste come quello di una casa di cura per anziani o malati di mente, basta trovare l’approdo giusto; e l’arte, in questo – sembra volerci dire lo spettacolo – può aiutare molto.
Un disegno registico così meditato viene accompagnato e sorretto da una esecuzione musicale e vocale degne di riguardo. La bacchetta di Jacopo Brusa, alla testa dell’orchestra de I Pomeriggi Musicali, non avrà la cristallina ed elegante delicatezza sognante che certe pagine richiedono, ma è attenta alle ragioni del palcoscenico e appare concreta e solida nella tenuta.
Nicola Ulivieri, che dall’alto della sua esperienza debutta nella parte di Don Quichotte, è un artista assoluto e delinea un protagonista scevro da ogni atteggiamento istrionico per divenire poeta dell’espressione lirica dolce e malinconica, dove la parola non cede mai alla solenne declamazione ma preferisce il canto a fior di labbro. Ed è così che un vero capolavoro diviene il canto sofferente e lieve con cui si rivolge nel quarto atto a Dulcinée nell’arioso “O toi, dont le bras nus sont plus frais que la mousse”. Anche nel finale evita ogni accento epico e grottesco e consegna una morte delicata e soffusa.
Non gli è da meno il Sancho di Giorgio Caoduro, anche lui al debutto nella parte, per la quale, nello specifico di questo spettacolo, si richiede all’interprete lo sforzo di apparire meno pauroso e rustico perché invitato a reggere il compito di essere una sorta di infermiere che accudisce il suo paziente. Tanto che al momento di difenderlo con coraggio nel quarto atto, dinanzi a chi si prende gioco di lui, lo fa con una carica convincente e una appropriatezza d’accenti da vero mattatore della scena. Anche Chiara Tirotta convince appieno. La sua Dulcinée manca forse del fascinoso côté sensuale che dovrebbe caratterizzarne la malizia intrisa di malinconia, eppure canta sempre benissimo e con un timbro adatto per la parte al momento di intonare “Lorsque le temps d’amour a fuit”.
Le parti di contorno hanno soprattutto in Raffaele Feo (Juan) e poi in Roberto Covatta (Rodriguez), Marta Leung (Pedro), Erica Zulikha Benato (Garcias), Alessandro Carrera (Primo Valletto) e Marco Tomasoni (Secondo Valletto) interpreti funzionali a uno spettacolo accolto dal pubblico con applausi convinti, indirizzati anche agli autori di uno spettacolo riuscito, che si potrà ancora ammirare in diversi palcoscenici del circuito lombardo, a Brescia, e poi, il prossimo gennaio, a Como e Cremona. 




Teatro Fraschini – Stagione 2025/26
DON QUICHOTTE
Comédie héroïque in cinque atti
Libretto di Henri Cain dalla pièce
Le chevalier de la longue figure di Jacques Le Lorrain,
tratta da Don Chisciotte di Miguel de Cervantes
Musica di Jules Massenet
Don Quichotte Nicola Ulivieri
Sancho Giorgio Caoduro
Dulcinée Chiara Tirotta
Juan Raffaele Feo
Rodriguez Roberto Covatta
Pedro Marta Leung
Garcias Erica Zulikha Benato
Primo valletto Alessandro Carrera
Secondo valletto Marco Tomasoni
Orchestra de I Pomeriggi Musicali
Coro OperaLombardia
Direttore Jacopo Brusa
Direttore del coro Diego Maccagnola
Regia Kristian Frédric
Scene Marilène Bastien
Costumi Margherita Platé
Luci Rick Martin
Video Antoine Belot
Nuovo allestimento Teatri di OperaLombardia
Pavia, 31 ottobre 2025

