Convince la nuova produzione di Pelléas et Mélisande, unica fatica operistica di Claude Debussy, in scena in questi giorni a Opéra Bastille. Il Pelléas, si sa, è un’opera sfuggente, costruita tutta “a levare” e che si regge sui vuoti e sui silenzi, e se ne deve certo tener conto se non si vuole far collassare tutta la sua fragile impalcatura: l’aver colto questo aspetto è forse il merito più grande della regia di Wajdi Mouawad che, se da una parte non è particolarmente innovativa, riproduce però l’atmosfera rarefatta e onirica del dramma con la sua cura dei gesti e la messa in scena quasi minimalista, rinunciando saggiamente a lanciarsi in strampalate sovrainterpretazioni “realistiche”.
Certo, mancano in toto quei colori medievaleggianti e fantastici e l’atmosfera un po’ fin-de-siècle; a risaltare è invece l’estrema attenzione che Debussy dà alla parola e al simbolo nella pièce di Maurice Maeterlinck, che il compositore musica direttamente senza passare dalla stesura di un libretto in versi (e non è forse un caso che a tratti si abbia l’impressione di star assistendo a uno spettacolo di prosa). La centralità della parola è resa esplicita dalla presenza continua in scena dei dialoghi che, a doppiare gli usuali sottotitoli, vengono proiettati ininterrottamente alle spalle dei protagonisti per tutta la durata dello spettacolo. Sicuramente si tratta di un notevole ingombro, ma è anche vero che la scena è costruita in buona parte tramite immagini (cascate, boschi, stagni, onde…) che si alternano su di un grande schermo di tela. Dalle fessure di questo appaiono e scompaiono i solisti, fino a fondersi a tratti – con un panismo esplicito – nella Natura, mentre dei doppi proiettati spesso ne mimano, prolungandola, l’uscita o l’entrata in scena. I riferimenti al mondo della videoarte, e in particolare al lavoro di Bill Viola, sono chiari, a partire dai movimenti innaturalmente rallentati dei doppi virtuali, fino a farsi aperta citazione nelle scene in cui il doppio della protagonista appare affondare in slow-motion sotto la superficie nell’acqua. Ugualmente raffinata la scelta delle numerose riprese degli elementi naturali e dello scorrere impressionistico, dell’acqua sullo sfondo anche se – va detto – il rischio di un temibile “effetto screensaver” è sempre dietro l’angolo. Pochi elementi completano poi la scena: macabri corpi di animali con le viscere in mostra, ispirati alla caccia di Golaud e alla sua caduta da cavallo, che si accumulano durante i numerosi intermezzi orchestrali (forse l’elemento meno riuscito dello spettacolo) mentre al centro del palco la macchina del fumo ricostruisce i numerosi specchi d’acqua che costellano il simbolismo del dramma (e, come si è detto, sono ripresi anche sullo schermo). Man mano che il dramma si avvia alla tragica conclusione, le proiezioni si fanno più rade, e la costruzione della scena è affidata quasi esclusivamente all’architettura delle luci: grazie al lavoro egregio di Éric Champoux si tratta forse dei momenti visivamente più suggestivi del dramma.
La lettura intimista del regista libanese trova solo parzialmente sponda nelle prove dei protagonisti, inclini a un approccio interpretativo decisamente più drammatico. Poco male, perché questa idiosincrasia è ampiamente compensata dall’altissimo – e omogeneo – livello vocale. Se la scrittura del personaggio di Mélisande non consente a Sabine Devieilhe di sfoggiare le sue ben note doti virtuosistiche, la voce di vetro sembra davvero venire “du bout du monde” come le dice Pélleas seppur, paradossalmente, più che nel duetto d’amore, nella scena della torre che apre il terzo atto, dove si colgono gli echi orientaleggianti della sua Lakmé. Come si diceva, nei momenti più concitati, affiorano invece accenti quasi veristi che, pur di gusto impeccabile, gettano una luce forse troppo umana e realistica sul “pauvre petit être mystérieux”.
È invece Bernard Richter a interpretare Pelléas, sostituendo l’atteso baritono Huw Montague Rendall originariamente scritturato per il ruolo, ma indisposto. Seppur con una solida e gloriosa tradizione interpretativa alle spalle, la traslazione del ruolo da baritono a tenore (Pélleas era originariamente scritto per un baritono-Martin) rischia anche qui di sbilanciare l’opera e allontanarla dalla lettura suggerita dalla messa in scena. Comunque, la prova del tenore svizzero è pressoché impeccabile, specialmente se si tiene conto del fatto che si tratta di un cambio dell’ultimo minuto – e il suo registro acuto sembra mantenere ancora tutta la sua freschezza.
Gordon Bintner porta invece sulla scena un Golaud irruento e davvero temibile (ma si tratta pur sempre dell’unico personaggio interamente umano del dramma): è aiutato dalla sua voce impetuosa, ben adatta a questo tipo di vocalità, ma anche dalla sua imponente fisicità (non ci meravigliamo affatto se Mélisande, nel vederlo, gli chieda se è un “géant”). Completamente in linea col carattere intimistico della produzione è invece il malinconico Arkel di Jean Teitgen che, grazie al fraseggio elegante e il timbro rotondo, si dimostra ancora una volta uno dei più validi e versatili bassi in attività, e rappresenta, assieme alla protagonista, forse il vertice vocale della produzione. Buona prova anche per i comprimari, specialmente Sophie Koch (Geneviève).
Forse la vera protagonista del Pelléas, a ogni modo, è l’orchestra a cui spetta il compito di sostanziare i numerosi chiaroscuri del dramma, e Antonello Manacorda non abdica certo a questo ruolo: sia il direttore che l’orchestra sono sicuramente in un territorio a loro congeniale (la prova è ben più riuscita del Don Giovanni della stagione scorsa) e, al netto di attacchi non sempre precisissimi, ecco finalmente risaltare le minuscole tessere e le onde musicali che vanno a costituire la partitura come un mosaico. Ben meritati, dunque, gli applausi calorosi che la direzione, assieme al resto del cast, raccoglie a fine spettacolo, a sancire il buon lavoro fatto nel mettere in scena un titolo sicuramente non facile. 




Opéra Bastille – Stagione 2024/25
PELLÉAS ET MÉLISANDE
Opera in cinque atti e dodici quadri
Libretto Maurice Maeterlinck
Musica Claude Debussy
Mélisande Sabine Devieilhe
Pélleas Bernard Richter
Golaud Gordon Bintner
Arkel Jean Teitgen
Geneviève Sophie Koch
Ynold Anne-Blanche Trillaud Ruggeri
Un Médicin Amin Ahangaran
Orchestra e coro dell’Opéra national de Paris
Direttore Antonello Manacorda
Direttore del coro Alessandro Di Stefano
Regia Wajdi Mouawad
Costumi Emanuelle Thomas
Scene Emmanuel Clolus
Luci Éric Champoux
Video Stéphanie Jasmin
Parigi, 4 marzo 2025

