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Parigi, Opéra Bastille – Il barbiere di Siviglia

Titolo “estivo” per eccellenza, Il barbiere di Siviglia di Rossini chiude la stagione dell’Opéra national de Paris nella versione di Damiano Michieletto, che continua a mietere successi da oltre un decennio e che anche in questa ripresa alla Bastille suscita il riso e l’entusiasmo del pubblico parigino. La farsa borghese e domestica di Beaumarchais è qui trasposta in un contesto sociale più modesto e genericamente contemporaneo: compaiono un baretto, un’auto, una moka, una motocicletta, mentre il racconto è arricchito dalla presenza di comparse e sottotrame varie (grazie a una di queste, persino la povera Berta troverà l’amore). L’imponente scenografia alterna in continuazione, con l’ausilio di una piattaforma rotante, l’esterno di un quartiere popolare spagnolo (che a tratti ricorda anche il mezzogiorno italiano) e l’interno della casa di Don Bartolo: una sorta di “casa di bambola” a tre piani, che vediamo da tutte le angolazioni.

Nulla di particolarmente nuovo, quindi (scene rotanti e motociclette, ad esempio, si erano già viste nell’elegante produzione zurighese del 2001 a firma Asagaroff). Va anche detto che oramai dire qualcosa di realmente nuovo sul Barbiere non è certo facile, e la soluzione della “casa di bambola” resta pur sempre un espediente funzionale per gestire l’alternanza delle scene del libretto. Tanto più che l’insieme, rispetto ad altre produzioni, conserva l’impronta inconfondibile e originale di Michieletto; e sono poi sicuramente di grande effetto le scene di Paolo Fantin, che ricreano interni ed esterni con precisione certosina, così come le luci di Fabio Barettin, capaci di alternare tagli netti e chiaroscuri più morbidi. Convincono anche i movimenti scenici e le interazioni tra i personaggi, pur con qualche eccesso nella sovrapposizione di gag e trame mute con il rischio, talvolta, di disperdere l’attenzione. Poco male: il pubblico apprezza e ride.

Complice del successo un cast di interpreti rossiniani affermati, che riunisce nomi di rilievo e veterani del repertorio. Mattia Olivieri è un Figaro giovane e vocalmente magnetico con una proiezione sicura, bei centri e un fraseggio scolpito. Doti vocali che, unite alla presenza scenica, consentono al baritono emiliano di dominare la scena ancor più di quanto vorrebbe l’intreccio (eppure non si può dire che abbia il physique du rôle, dato che non è certo “grasso e tondo” come vorrebbe il libretto). Al suo fianco, nel ruolo di Almaviva, Levy Sekgapane, tenore leggero dal timbro dolce che sa giocare bene con i pianissimi e le mezzevoci: se la tecnica è tutto sommato solida, al netto dell’eccessivo vibrato sugli acuti, ci sembra che la voce risulti piccola e manchi di squillo. Il gusto della performance si inserisce a pieno nel solco della scuola statunitense della Rossini Renaissance che ha portato alla riscoperta del personaggio del Conte (e la dizione, ahimè, tradisce del pari un’ascendenza anglosassone), a partire, ovviamente, dal ripristino dall’impervia “Cessa di più resistere”.

Va dato atto al direttore Diego Matheuz di aver portato in scena una versione senza tagli di tradizione – recitativi compresi che, nella loro versione estesa, danno più corpo al dramma. Per il resto, la bacchetta è molto attenta agli ingressi e alle dinamiche sceniche ma rimane un po’ scolastica e anonima nel seguire l’azione, mentre qualche finezza emerge nella parte strumentale (d’effetto l’attento bilanciamento degli archi nell’incipit del Temporale).

Isabel Leonard è poi una Rosina dal timbro scuro e ambrato, pienamente mezzosopranile, che convince scenicamente: più che sfoggio di tecnica, le sue variazioni sono funzionali alla caratterizzazione di un personaggio concreto ed esente da vezzi. La lunga frequentazione della partitura e la tecnica invidiabile permettono a Luca Pisaroni (Don Basilio) di portare in scena una “Calunnia” riuscita, pur con qualche segno di affaticamento nel registro acuto. La pluridecennale esperienza consente invece a Carlo Lepore di dar vita a un convincente Bartolo d’antan, con un fraseggio raffinatissimo e una padronanza dei sillabati e della parola scenica che ci riporta alla mente la lezione di Enzo Dara. Buona prova pure per Anaïs Constans (Berta) che, oltre alla sua aria, riesce a emergere anche nella stretta del sestetto del finale primo.
Se dunque il cartellone della Bastille si chiude senza particolari novità o sorprese, l’alta qualità della produzione e degli interpreti decreta il successo di uno spettacolo che rimane tra i migliori della stagione.

Opéra Bastille – Stagione 2024/25
IL BARBIERE DI SIVIGLIA
Opera buffa in due atti
Libretto di Cesare Sterbini

Musica di Gioacchino Rossini

Figaro  Mattia Olivieri
Rosina Isabel Leonard
Conte d’Almaviva  Levy Sekgapane
Dottor Bartolo  Carlo Lepore
Don Basilio  Luca Pisaroni
Berta  Anaïs Constans
Fiorello  Andres Cascante
Un ufficiale  Jian‑Hong Zhao

Orchestra e coro dell’Opéra national de Paris
Direttore Diego Matheuz
Direttore del coro Alessandro Di Stefano
Regia Damiano Michieletto
ripresa da Andreas Zimmermann
Scene Paolo Fantin
Costumi Silvia Aymonino
Luci Fabio Barettin

Parigi, 10 giugno 2025

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