Fa ancora colpo – sul pubblico parigino come su chi scrive – la messa in scena creata ormai dodici anni fa da Laurent Pelly per I puritani di Vincenzo Bellini e ripresa a Opéra Bastille per la stagione 2024/25. E, certo, lo spessore del cast e il livello altissimo della performance della protagonista Lisette Oropesa non possono che sancire il trionfo di questa produzione. Pur essendo oramai un’affermata e celebrata interprete belcantistica, il soprano cubano-statunitense ha iniziato a frequentare il repertorio belliniano relativamente di recente (debuttando come Giulietta e, appunto, come Elvira nel 2022). Ed è forse per questo che l’Elvira apparsa sul palco di Bastille, più che una vergin vezzosa, è un personaggio a tutto tondo, che travalica gli angusti confini imposti dalla drammaturgia del libretto, e nella cui psicologia tormentata a tratti crediamo di scorgere, come in filigrana, il volto di Lucia Ashton (non a caso, uno dei suoi cavalli di battaglia). E quindi la facilità prodigiosa nei virtuosissimi delle colorature belcantistiche (che vanno tutti a segno) non sfocia mai in ornamentazioni “di bravura” fine a se stesse ma è invece sorretta da una robusta accentazione drammatica, in special modo nel registro grave, dove la voce mostra un bel colore brunito.
Del resto, la splendida prova vocale e interpretativa di Lisette Oropesa non cade nel vuoto: se la sua Elvira funziona anche a livello scenico, oltre all’indubbio magnetismo dell’interprete, questo si deve a una regia – sicuramente una delle più riuscite di Laurent Pelly – che sa valorizzare la psicologia dei personaggi, a partire dalla protagonista. E lo fa, molto intelligentemente, sfruttando le lunghe frasi orchestrali tipiche delle partiture belliniane: lungi da costituire un ostacolo per il ritmo drammatico, o essere riempite da sottotrame o saltimbanchi vari, portano a un vero e proprio sviluppo dell’azione scenica, con un’attenzione lodevole alla precisione di gesti e movimenti. In questo modo gli innesti e gli interventi del regista vanno a segno, senza apparire forzati: uno su tutti, la costruzione di una gelosia latente di Elvira per Enrichetta durante il loro primo e unico incontro che, pur assente nel libretto, motiva il gesto della protagonista di “coprire” fisicamente la potenziale rivale, quasi a stemperare la tensione. Al netto di qualche incertezza da “prima rappresentazione”, convincono i movimenti del coro, anche se nel primo atto le masse risultano a tratti schiacciate sul proscenio dall’ingombrante scenografia. In questa messinscena, infatti, il forte dei puritani scozzesi è ricreato attraverso una dettagliatissima struttura in ferro battuto, che lascia intravedere anche gli interni e in particolare la camera di Elvira (che, significativamente, diviene una specie di gabbia). A movimentare una scena che potrebbe risultare altrimenti statica, l’uso sapiente delle luci (con bellissimi effetti di controluce) e soprattutto una piattaforma rotante, che alterna le varie vedute (e, nel secondo atto, le varie stanze) del castello. Lo spettacolo può forse risultare un po’ grigio (complici i costumi stilizzati e, appunto “puritani” del coro, firmati dallo stesso Pelly, e che però funzionano a loro modo), ma a nostro avviso questo non ne diminuisce certo l’efficacia drammatica.
A fianco della protagonista, un cast di tutto rispetto, a partire dal Giorgio Valton di Roberto Tagliavini – voce piena dai facili e begli acuti – che dimostra di condividere l’attenzione per l’aspetto drammatico del canto (e l’attacco sibilante “Se tra il buio un fantasma vedrai…” ci fa quasi paura!). Nel ruolo di Arturo Talbo c’è invece Lawrence Brownlee che, come già nella Fille du régiment lo scorso autunno, mostra qualche segno di stanchezza nell’emissione, specialmente sul finale. Eppure, si fanno apprezzare il bel timbro leggero e la solidità della tecnica, e se nella scena del duello il suo “Sprezzo audace il tuo furore” non è trascinante, pure sono molto eleganti le agilità delle battute successive, eseguite con un gusto quasi rossiniano. Decisamente più discontinua la prestazione di Andrii Kymach (Riccardo Forth): il baritono ha dalla sua una voce scurissima e voluminosa, che risulta a tratti ingolata e sforzata sui pianissimi: e quindi la cavatina del primo atto, priva delle mezzevoci, non convince, mentre è ben più riuscito il grande duetto con Giorgio in cui la voce sembra trovare la sua giusta dimensione.
Ed è proprio sul “Suoni la tromba” che l’orchestra dà il meglio sé, riuscendo a riprodurre a pieno il carattere marziale e impetuoso della melodia, ma senza scadere nel temibile effetto marcetta: è questa la cifra della direzione di Corrado Rovaris, sempre attenta a restituire l’eleganza della partitura belliniana, ma anche capace di far danzare l’orchestra ove necessario (e pazienza se i tempi, a tratti, sono forse un po’ troppo veloci). Tra i comprimari, buona la prova di Maria Wartenberg come Enrichetta, e soprattutto di Manase Latu, che si fa notare nella piccola parte di Bruno. Come al solito di alta qualità il contributo del coro, diretto da Ching-Lien-Wu, che corona il successo di questa ripresa parigina dell’ultima fatica belliniana. 




Opéra Bastille – Stagione 2024/25
I PURITANI
Melodramma serio in tre atti
Libretto Carlo Pepoli
Musica Vincenzo Bellini
Elvira Lisette Oropesa
Lord Arturo Talbot Lawrence Brownlee
Sir Riccardo Forth Andrii Ktmach
Sir Giorgio Valton Roberto Tagliavini
Sir Gualtiero Valton Vartan Gabriellan
Enrichetta di Francia Maria Wartenberg
Sir Bruno Roberton Manase Latu
Orchestra e coro dell’Opéra national de Paris
Direttore Corrado Rovaris
Direttore del coro Ching-Lien Wu
Regia e costumi Laurent Pelly
Regia ripresa Christian Räth
Scene Chatal Thomas
Luci Joël Adams
Parigi, 6 febbraio 2025

