Non accenna a placarsi la maledizione del Nibelungo che già aveva funestato il cast del Prologo della nuova Tetralogia firmata da Calixto Bieito per l’Opéra national de Paris. Se infatti a febbraio scorso Ludovic Tézier aveva dovuto rinunciare a cantare Wotan, e pure il suo sostituto Ian Paterson aveva dovuto abbandonare la produzione, ecco che, nonostante un autunno parigino eccezionalmente mite, anche stavolta Paterson – di nuovo indisposto – si è trovato costretto a rinunciare alla prima recita di Die Walküre, che qui recensiamo.
A sostituirlo un altro Hoher Baß britannico di razza, Christopher Maltman, che mette in campo tutta la sua esperienza di interprete wagneriano. Il fraseggio scolpito, la proiezione vocale e la tenuta del palco danno corpo al rovello interiore del padre degli dèi, che raggiunge il suo culmine nel lungo monologo del secondo atto, cantato quasi sottovoce e di grande effetto. Se il Wotan di Maltman ne è probabilmente la punta di diamante, il resto del cast risulta, tutto sommato, all’altezza.
Stanislas de Barbeyrac (Sigmund) coniuga un fraseggio pulito (che gli viene, probabilmente, dalla lunga frequentazione del repertorio classico), con un’emissione da vero Heldentenor, seppur appannato qua e là sugli acuti. Non travolge, forse, ma sicuramente emoziona il suo Wälsungen–Blut a chiusura del primo atto. La sorella-amante Sieglinde è interpretata da un’altra wagneriana di lungo corso, Elza van den Heever, che nel primo atto mostra sonorità quasi straussiane: la prova è in crescendo e culmina in un coinvolgente O hehrstes Wunder.
Spiazza invece, ma anche affascina, l’operazione di Tamara Wilson che dà un’impronta quasi belcantistica alla sua Valchiria: nella bella messa di voce dei suoi Hojotoho ci sembra di intravedere, in filigrana, la sua Beatrice di Tenda portata sul palco di Bastille un anno fa, più che l’indomita guerriera “dagli occhi raggianti che brillano nella tempesta”. Si ha l’impressione di trovarsi davanti a un’interprete dall’intelligenza fuori dal comune, ma che fatica a trovare una sua dimensione vocale: tecnica solidissima, facilità nell’acuto, e grande l’intensità emotiva fanno a ogni modo di questa Brünhilde un personaggio convincente.
Colpletano il cast la Fricka di Ève-Maud Hubeaux che, come nel Prologo della Tetralogia, compensa con una presenza scenica impeccabile una vocalità non del tutto centrata per il ruolo, e Günther Groissböck nel ruolo di Hunding, che risulta a tratti atono nonostante il bel timbro nel registro centrale.
Se il pubblico applaude con calore il cast, gli applausi più entusiasti vanno però alla bacchetta di Pablo Heras-Casado, la cui lettura elegante di Wagner tocca evidentemente le corde del pubblico parigino. E non senza motivo: come già nell’Oro del Reno di qualche mese fa, colpiscono l’attenzione a certe finezze timbriche e alle dinamiche interne dell’orchestra (si pensi, ad esempio, al bilanciamento delle percussioni che guarda quasi alle avanguardie). Allo stesso tempo, a soffrirne un po’ è la resa delle scene più intense dell’opera: la Cavalcata, va da sé, ma anche il climax dell’addio di Wotan, che non arrivano del tutto.
Infine, tocca l’ingrato compito di affrontare (ne faremmo volentieri a meno) la regia di Calixto Bieito. Non che ci sia molto da dire: se nel Prologo – al netto di criticità e idiosincrasie personali – si poteva comunque apprezzare un filo di lettura coerente e alcune soluzioni visive d’impatto, chi scrive non è riuscito a individuare un senso in questa Prima Giornata e si limiterà a qualche impressione sparsa. Poco resta della critica alla tecnologia attorno alla quale s’imperniava il Prologo: Valchirie cyberpunk e alcune proiezioni in bianco e nero durante la scena della Cavalcata, apparentemente realizzate con l’intelligenza artificiale (critica allo strumento o pigrizia dissimulata?). E se almeno questa scena risulta visivamente impressionante, non si può dire altrettanto per il resto dello spettacolo: il palco è chiuso subito dopo il proscenio da un brutto scatolone di metallo che nell’Oro del Reno rappresentava il Walhalla, e che qui invece ospita indifferentemente dèi, umani e incomprensibili spazi vuoti degni di un vernissage d’arte contemporanea.
Così come non si capisce se in questo mondo in cui è ambientato lo spettacolo – un po’ cyberpunk, un po’ anni ’70, un po’ Germania nazista (avanguardia pura) – l’aria sia o meno respirabile: in certi momenti, gli umani indossano per uscire maschere antigas, mentre la selvaggina cacciata da Hunding scorrazza liberamente all’aperto. E se nel Rheingold si poteva almeno lodare la cura nei movimenti e una certa aderenza all’azione scenica, qui al contrario sembra che si voglia deliberatamente contraddire il libretto o, peggio ancora, parodiarlo. Impossibile trattenere le risate (e infatti il pubblico ride) quando Brünhilde entra in scena con un largo vestitino blu elettrico da principessa Disney, cavalcando un bastone con testa di cavallo. Ed è parimenti su una nota di ridicolo e di nonsense che si chiude lo spettacolo quando, al culmine del Leb’ wohl – forse la scena più emotivamente intensa scritta da Wagner – la Valchiria si mette a menare il padre, che poco dopo si lancia in una danza dopo aver evocato il fuoco nuziale, evidentemente sollevato di essersi liberato di una figlia tanto manesca. 




Opéra Bastille – Stagione 2025/26
DIE WALKÜRE (LA VALCHIRIA)
Dramma musicale in tre atti
Musica e libretto di Richard Wagner
Siegmund Stanislas de Barbeyrac
Wotan Christopher Maltman
Hunding Günther Groissböck
Sieglinde Elza van den Heever
Brünnhilde Tamara Wilson
Fricka Ève-Maud Hubeaux
Gerhilde Louise Foor
Ortlinde Laura Wilde
Waltraute Marie-Andrée Bouchard-Lesieur
Schwertleite Katharina Magiera
Helmwige Jessica Faselt
Siegrune Ida Aldrian
Grimgerde Marvic Monreal
Rossweisse Marie-Luise Dreßen
Orchestra dell’Opéra national de Paris
Direttore Pablo Heras-Casado
Regia Calixto Bieito
Scene Rebecca Ringst
Costumi Ingo Krügler
Luci Michael Bauer
Video Sarah Derendinger
Drammaturgia Bettina Auer
Parigi, 11 novembre 2025

