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Palermo, Teatro Massimo – L’elisir d’amore

Due agglomerati di case ammonticchiate l’una sull’altra, sull’impervia collina di un paesino di montagna – e poco importa che sia «un villaggio, nel paese de’ Baschi»; e un cerchio in cielo, ora un caldo sole che «ferve e bolle», a illuminare l’«ardore» di meriggi primaverili, ora una luna che rischiara una notte di attesa: la favola è servita. Basta davvero così poco per mettere in scena L’elisir d’amore? Ce lo chiedevamo, domenica scorsa a Palermo, in un Teatro Massimo preso d’assalto in ogni ordine di posti da spettatori conquistati, ancora una volta, dal capolavoro donizettiano: «uno scherzo, e come tale è presentato», secondo Felice Romani, ma anche opera dagli equilibri delicatissimi, precari.

Sulla scena una conferma: lo spettacolo firmato da Ruggero Cappuccio per l’Opera di Roma nel febbraio del 2011, puntualmente ripreso nella primavera del 2014 e ancora sul principio del 2023. Profondo conoscitore dei generi minori – oltre che di quelle che ama definire come le ‘lingue di scena’, in primis il napoletano di Eduardo – il regista campano si accosta al melodramma del Bergamasco con mano leggera, con affettuosa bonomia e spirito di servizio. Le luminose scene di Nicola Rubertelli sono un prezioso omaggio a un’arte – oggi in via di estinzione – della provincia italiana: quella del ricamo. Eleganti merletti incorniciano infatti la scena, tappeti a scacchi cadenzano il piancito, mentre il bianco candido della scena si tinge delle sfumature disegnate da Vinicio Cheli – l’arancio vivace per Adina, l’azzurro che trascolora nell’ametista per Nemorino – che culminano nel rosso bordeaux per accompagnare la folgorante apparizione di Dulcamara. E se un «nuvoletto» cade dall’alto, sul palcoscenico è tutto un tripudio dei colori della campagna nei divertiti e divertenti costumi di Carlo Poggioli, che ricopre di cerate traslucide fragole e girasoli, gerbere e grappoli d’uva, frutta e fiori raccolti per illustrare l’abbondanza ubertosa di un microcosmo garbatamente sorridente. Un ruolo non secondario viene ricoperto da un attore, Enzo Mirone, assistente di Dulcamara, ma soprattutto da spericolati acrobati e mimi che animano l’introduzione e i finali d’atto. L’intervento forse più suggestivo è quello di una funambola che s’inerpica su due strisce di stoffa rossa durante la romanza di Nemorino, issandosi verso quel «cielo» che al contadino è parso di toccare con un dito allo scorgere le lacrime di Adina. Meno convincono, invece, i passetti di danza di ponnelliana memoria che fin troppo spesso mimano, accompagnano, sottolineano gli accenti musicali: sono una trovata ormai datata e che poco o punto contribuisce alla pulizia e al nitore del disegno scenico. Nel complesso, tuttavia, si tratta di un’impaginazione patinata, estremamente gradevole, certo lontana dal ritmo scatenato dell’ultima, indiavolata edizione palermitana di tredici anni or sono (la celeberrima versione ‘marittima’ di Damiano Michieletto), ma non per questo priva di buon gusto.

Dall’edizione del 2012 derivano anche due dei cinque interpreti dell’opera: conferme felicissime e, seppur in diversa maniera, indicative di percorsi di cui si misura la portata, a distanza di oltre un decennio. Accolta da un’ovazione di pubblico al termine dell’aria finale come ai saluti, Desirée Rancatore ha ritrovato in Adina uno dei suoi ruoli di elezione. L’artista palermitana si avvicina a grandi passi al trentennale del suo debutto sulle scene del Massimo: appena un mese dopo la riapertura del teatro, dopo un quarto di secolo di chiusura, nel maggio del 1998, giovanissima, vestì i panni di Sophie in un memorabile Rosenkavalier. Da allora, tutte le tappe principali della sua carriera sono state scandite nella sala del Basile e, oggi, la sua Adina arriva carica di un’esperienza – ma forse sarebbe meglio dire maturità – che in nulla sminuiscono il brio di una presenza scenica seducente e spiritosa. Incarna infatti un’imprenditrice cinica e spigliata ma di animo sensibile, e se i due duetti con Nemorino la vedono incline a sottolineare gli aspetti più raffinati del marivaudage, nella liberatoria aria finale si scatena in variazioni dalla coloratura pirotecnica, risolta con smagliante spontaneità. Ma si accennava alla maturità: perché quel che più si ammira è il rigore – dietro il quale si scorge anche la didatta che nel frattempo è diventata – con cui sgrana ritmi puntati («Per guarir da tal pazzia») o staccati come una punta di spillo («Una tenera occhiatina»), per dar vita a un belcanto fragrante, ironico, di gran classe.

Non minor rilievo ha il Dulcamara di Paolo Bordogna. Non è certo il caso di portar vasi a Samo e di elogiare, per l’ennesima volta, la caratura del buffo che è diventato: forse solo il timbro, ormai decisamente chiaro, lo allontana da quanto richiede la partitura. Ma è una vera e propria performance, la sua, tutta da seguire, a partire dalla sua cavatina di sortita: da manuale non solo per il dominio assoluto del lessico brillante, quanto soprattutto per l’equilibrio con cui ne amministra i tratti, senza quegli eccessi gigioneschi e caricaturali che, sino a non molti anni fa, ne appesantivano la figura. Dulcamara, per questa via, diventa personaggio modernissimo, non più furfante e ciarlatano (certo, in fondo è anche quello) ma abilissimo manipolatore, borghese scaltro e arrivista, venditore perfettamente capace di rifilare al cliente quanto questi domanda. Si pensi al recitativo che precede il duetto con Nemorino: complice il saporoso fortepiano di Matteo Londero, pronto a citare ironicamente l’Isotta wagneriana, fa finta di conoscere le virtù di una pozione buona per qualsiasi necessità. Questo gli consente di sfoderare anche un’inedita carica di umanità, quando si fa mediatore con Adina («Essa pure è innamorata, | ha bisogno del liquor») ed è capace di trasformare sillabati e staccati nel controcanto perfetto dei languori della capricciosa fanciulla. Dominatore della scena, è il trionfatore dell’intreccio, nell’aria finale che – caso raro nella storia del melodramma italiano dell’Ottocento – assicura al buffo la ribalta, conquistata grazie a un fraseggio affilato, sfolgorante, coinvolgente.

Con l’aggraziata Giannetta di Federica Maggì, la distribuzione prevede due new entries, rispetto all’ultima edizione. Beniamino del pubblico palermitano, che tante volte lo ha visto protagonista di innumerevoli ruoli nel corso dell’ultimo decennio, René Barbera è un Nemorino praticamente perfetto, accolto da applausi interminabili e richieste di bis – rimaste insoddisfatte – dopo «Una furtiva lagrima». Mette a frutto, infatti, il nitore di un timbro terso e cristallino con la pulizia del fraseggio: non cerca inutili ombreggiature, si limita a mettere in scena con simpatica bonomia la figura del contadino, e riesce a trar partito finanche da una personalità scenica altrove non carismatica, ma che perfettamente si attaglia alla semplicità bonaria del giovanotto. E se già «Quanto è bella, quanto è cara!» lo isola nell’estatica ammirazione di Adina, è il finale del primo atto a consegnarne il lato più scopertamente larmoyant, restituito tuttavia con equilibrio, senza eccessi, con encomiabile attenzione alla linea di canto, all’eleganza del legato. È la romanza, tuttavia, il vertice della sua interpretazione: la sfuma con un’attenzione sorgiva e naturale alla prosodia, in prezioso dialogo con gli interventi del fagotto solista, restituendo la ricchezza emotiva di un percorso interiore – autistico? forse… – che lascia trasparire la sensibilità schiettamente romantica del personaggio. Ed è grazie a questa pagina, autentico snodo del dramma, che l’azione evolve verso l’atteso lieto fine.

Merita una menzione particolare, infine, il Belcore di Vittorio Prato, di cui è nota l’attenzione alla vocalità baritonale, emergente nel repertorio romantico, sin dal suo contributo discografico dedicato ad Antonio Tamburini. E proprio al celeberrimo baritono faentino si rifà il suo sergente sin dalla sortita, raffinato tributo alla celeberrima litografia di Alexandre de Valentini, realizzata in occasione delle recite al Théâtre-Italien del 1839, in cui si presenta ad Adina con un bouquet di fiori nella canna del fucile. Da qui innesta una visione del ruolo che ne fa, certo, un irresistibile dongiovanni, ma che sottilmente sfugge al cliché buffo: lo conferma la nobiltà di accenti e la cura della frase nella cavatina di sortita, ma forse, più ancora, l’intervento nel pezzo concertato del finale primo («Il ciel ringrazia, o babbuino») non esente da una sprezzatura al limite della violenza: dove ritrova accenti risentiti da vilain, presto ricomposti nel gaudente invito alle danze.

Non solo fiaba, dunque, in questo Elisir d’amore. E il merito va riconosciuto a Gabriele Ferro, che dopo un inizio con qualche sfasatura rispetto alla compagine corale, efficacemente preparata da Salvatore Punturo, consegna una lettura del capolavoro donizettiano attenta alla sfaccettature di una partitura meno prevedibile di quanto si voglia credere: dà profondità ai personaggi, cura la ricerca di una tinta che non scade nel frenetico – come oggi va di moda – ma si attarda sulle preziosità dei colori orchestrali, punteggia di Bellini («Chiedi all’aura lusinghiera») ciò che impreziosisce Donizetti, cui restituisce un equilibrio sempre trepidante, a fior di pelle. Forse la lezione più alta arriva al termine del pezzo concertato del finale primo, nel – temuto – momento del groundswell: quando il crescendo gradatamente lievita fino ad approdare all’intervento delle percussioni, che molti esaltano con un clangore liberatorio. Il direttore palermitano, invece, più opportunamente alleggerisce improvvisamente le sonorità, quasi a ricordare che siamo ancora – e fortunatamente! – ben lontani dalla tragedia: L’elisir d’amore non è Macbeth e non c’è alcun cadavere nella stanza accanto. Bagnano entrambi nella medesima temperie romantica, di cui impiegano i medesimi congegni, ma approdano a esiti radicalmente diversi: non è poco ricordarlo, indugiando su dettagli che fanno la differenza.

Teatro Massimo – Opera e Balletti 2024-25
L’ELISIR D’AMORE
Melodramma giocoso in due atti
Libretto di Felice Romani
Musica di Gaetano Donizetti

Adina Desirée Rancatore
Nemorino René Barbera
Belcore Vittorio Prato
Dulcamara Paolo Bordogna
Giannetta Federica Maggì

Orchestra e Coro del Teatro Massimo
Direttore Gabriele Ferro
Maestro del coro Salvatore Punturo
Maestro al fortepiano Matteo Londero
Regia Ruggero Cappuccio
Scene Nicola Rubertelli
Costumi Carlo Poggioli
Luci Vinicio Cheli riprese da Emanuele Agliati
Allestimento del Teatro dell’Opera di Roma

Palermo, 13 aprile 2025

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