Una quota di voce calda e potente, dalla proiezione marmorea, scolpita con carattere e una gestualità implicita di robusta fibra teatrale. Ma, per sensibilità e stile, alquanto lontana dalla sensibilità fatta di risonanze e sfumature intime e segrete che la lirica vocale da camera, di ogni regione e forma, esige e cesella d’intesa con la parola e l’accompagnamento pianistico. Pur se ci si attiene al regime di tutti i parametri musicali in pentagramma. Ed è quanto emerge dal sostanzioso recital, peraltro già testato sulla carta nazionale, tenuto al Teatro San Carlo di Napoli fra caldi applausi dal baritono Luca Salsi, in locandina per la concertistica dedicata alle grandi voci e dunque a pochi giorni di distanza dalla lezione di cifra e d’incanti parimenti giocata in recital da una siderale Elīna Garanča.
Il programma presentato da Salsi è netto e bifronte, diviso com’è fra le romanze da salotto di Francesco Paolo Tosti, i tre Sonetti del Petrarca di Franz Liszt nella prima parte e, nella seconda, alcune delle grandi arie per baritono (suoi cavalli di battaglia passati e recenti) tratte dalle opere di Giuseppe Verdi. A maggior ragione se ne coglie, entro il confronto, un profondo divario risultante anche ascoltando i generosi tre bis (un tonante “Cortigiani, vil razza dannata” dal Rigoletto di Verdi, un “Nemico della patria” potente dall’Andrea Chénier di Giordano e, scusandosi per una pronuncia dialettale con cui supera invece brillantemente l’esame, “Core ‘ngrato” dalla migliore tradizione canora napoletana) si comprende che la romanza da camera poco si addice a Salsi.
A ogni buon conto l’itinerario avvince e incuriosisce per densità e indubbio interesse d’approccio, a fronte di un esito che pur attesta nel già stellare traguardo professionale raggiunto dall’interprete la bontà dell’impegno e un lodevole desiderio di consolidare ulteriori, nuovi cimenti. Nell’occasione, ad accompagnare il baritono protagonista c’è Nelson Calzi, efficace pianista dalla peculiare vocazione romantica che ben sostiene nei tempi e negli accenti una linea di canto portata, entro l’economia dell’insieme, sempre in primo piano assoluto. E difatti, a garantire il riposo di quella voce, l’accompagnatore ritaglia per sé tre diversi siparietti (ma non molto di più rispetto alle mirabilia ascoltate pochi giorni prima dal pianista del recital con la Garanča) per solo pianoforte, con il Notturno op. 70 n. 2 di Giuseppe Martucci eseguito a stacco fra i due autori della prima parte, una trascrizione pianistica lisztiana del Lied Widmung di Robert Schumann fra i diversi brani d’opera e, concedendo anche lui un bis, sfoderando le sue migliori doti con la Parafrasi di Liszt sui temi del Rigoletto.
Il via al tracciato sonoro antologico ha dunque principio con quattro romanze di Francesco Paolo Tosti scelte fra le più celebri e amate: “L’ultima canzone”, “Non t’amo più”, “Sogno” e “L’alba separa dalla luce l’ombra”. Subito se ne avverte il singolare approccio, affrontato con rara omogeneità di pasta e fermezza di tempra, fiati sicuri nel governo di un’emissione concreta e terrena, ma il tutto a impatto ineludibilmente teatrale. L’attenzione di Luca Salsi tende difatti a concentrarsi sugli accenti, più che sulla magia evocativa dei versi e dei temi veicolati dalla parola poetica, quindi sul dosaggio fra il piano e il forte. E, quando assottiglia per interiorizzare il suono, tende a scalfirlo. Ne consegue un canto ben carico di rigore e vigore, senz’altro, ma per il genere esente da un lavoro di dettaglio sullo stile e sui colori, su quel prisma emotivo che ogni pagina vocale da salotto o da camera, tedesca, francese o italiana che sia, non può non avere.
Non diversamente il baritono affronta i tre Sonetti lisztiani (“Pace non trovo”, “Benedetto sia ‘l giorno”, “L’vidi in terra angelici costumi”), anche se in tal caso l’accesa tempra romantica trova miglior riscontro nelle sue corde.
Poi, con il Verdi teatrale, avviene la grande svolta. Il mosaico di estrazione operistica restituisce infatti con la forza di un bassorilievo sontuoso, di volta in volta, il fuoco della storia, le diverse situazioni drammatiche, i tanti, lapidari ritratti.
Si parte dal Verdi patriottico con l’accorato cantabile del duce milanese Rolando (Se al nuovo dì pugnando) tratto dal terzo atto della tragedia lirica su libretto del Cammarano La battaglia di Legnano, opera sollecitata dagli eventi rivoluzionari delle cinque giornate di Milano e dall’imminente guerra d’indipendenza. Qui Salsi, del personaggio, restituisce perfettamente con portamento nobile e cullante la mesta consapevolezza della fragilità del proprio destino in battaglia unitamente alla preoccupazione per la famiglia, affidando sposa e figlio nelle mani del guerriero veronese Arrigo nel caso in cui dovesse chiudere per sempre il ciglio.
In coerente aggancio con il sentimento paterno entra poi nel ruolo del Doge intonando a seguire la romanza “O vecchio cor, che batti” da I due Foscari su libretto del Piave, dunque piangendo fra sbalzi d’accenti e con lunghe note la condanna del figlio Jacopo decretata dal Consiglio dei Dieci. Mantenendo la linea introspettiva ma irrobustendo ulteriormente i toni si sposta quindi su un altro suo ruolo di punta, Macbeth e, nello specifico, ne attraversa in “Pietà, rispetto, onore” la certezza che nessuno ne onorerà il nome dinanzi a una fine che sente vicina all’avanzare delle truppe nemiche.
Dopo lo stacco pianistico il baritono interloquisce con il pubblico (“Come va? Adesso – anticipa – arrivano i pezzi forti”) e riprende con un altro suo must: “Per me giunto… Io morrò”, dall’ampia e dolente chiusa di Rodrigo all’atto IV del Don Carlo: lo scavo fra le pieghe del dramma e del sentimento interiore acquistano vibrazioni di statura imponente, fra il mutevole corso delle dinamiche e la verità degli affondi. Fra i momenti più alti, oltre al bis a firma di Umberto Giordano, si annovera il Credo di Jago dalla seconda scena dell’atto secondo dell’Otello su libretto di Boito: è un Credo asciutto, mordente nel risalto alla parola, cinico e maligno, sfaccettato fra sospensioni, strette e impennate di suono. Infine l’altro ultimo Verdi, sempre in tandem con il geniale Boito da Shakespeare con il dissacrante monologo sull’onore sentenziato in parodia dal protagonista al primo quadro dell’atto I (L’onore! Ladri!) del Falstaff, fra scatti canori d’impazienza e veementi esclamazioni irate.
Tanti gli applausi al termine, in special modo per Luca Salsi che, mano sul cuore fra baci e saluti nel ribadire il suo amore per Napoli, presto sarà di nuovo nel segno di Verdi al Teatro San Carlo: sia come interprete, con la nuova stagione “Be luminous” dando voce e forma appunto a sir John Falstaff (nel febbraio 2026) per la regia di Laurent Pelly sotto la direzione musicale di Marco Armiliato mentre, in settembre, sarà Amonasro nell’Aida in forma di concerto diretta da Riccardo Frizza; sia – e questa è la maggiore novità – in qualità di docente nell’appena annunciata terna (con Maria Agresta e Michele Pertusi) che guiderà dopo Mariella Devia la prestigiosa formazione degli allievi dell’Accademia lirica della Fondazione. 




Teatro San Carlo – Stagione di Concerti 2024/25
GRANDI VOCI
Musiche di Tosti, Martucci, Liszt,
Verdi, Liszt-Schumann
Baritono Luca Salsi
Pianoforte Nelson Calzi
Napoli, 6 giugno 2025

