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Napoli, Teatro San Carlo – Recital di Lisette Oropesa

Più che il solito recital, un concerto-spettacolo scintillante, ricco di gesti, sorrisi e sorprese. Cantato a meraviglia pur a fronte di autori relativamente congeniali quanto magnificamente accompagnato al pianoforte entro un’intesa rara e non dissimile, fra le rispettive parti, per il lavoro di cesello su tecnica, ritmo, melodia e accenti coreutici. In più, già nelle premesse, un programma costruito con arte raffinata e grande intelligenza intorno al genere della lirica da camera indagandone l’esotismo iberico di matrice francese e le forme della tradizione popolare spagnola per approdare a un’importante dorsale storica che tocca il Verdi sia da salotto che da palcoscenico e ancor prima, in sintonia ben a fuoco con il glorioso passato musicale partenopeo, Rossini e Mercadante. Fino poi a chiudere in gran trionfo, fra i lunghi e caldissimi applausi, con una raffica di quattro bis mozzafiato: la qui auspicata e vertiginosa al limite dell’eseguibile Danza dalle Soirées musicales di Rossini, l’aria parimenti velocissima Carceleras dalla zarzuela Las hijas del Zebedeo del compositore spagnolo di fine Ottocento Ruperto Chapí Lorente, un cult della canzone classica napoletana qual è I’ te vorria vasà di Eduardo Di Capua pubblicata nell’anno 1900 – con sorprendente padronanza nella dizione del testo – e, accontentando la richiesta espressa a gran voce da uno spettatore di barcaccia, l’Amami Alfredo estratto dalla Traviata di Verdi gestualizzandone il peso dell’”Addio” a braccia curve verso l’alto come a calcare simpaticamente l’ormai opportuno distacco al culmine di un vero e proprio tour vocal de force.

Proseguendo così nel solco dei grandi recital canori recentemente proposti al Teatro San Carlo di Napoli, ma vincendo sugli altri per numero di presenze in sala, per la varietà dei brani, per la viva simbiosi nel rapporto voce-pianoforte e, non da ultimo, per la risposta pienamente empatica fra artisti e spettatori, conquista tutti il bel concerto del soprano americano dalle origini cubane Lisette Oropesa accanto al giovane e bravissimo pianista calabrese Alessandro Praticò.
Assieme mettono difatti in piedi un tracciato d’ascolto che, se fosse un libretto di Cammarano, potrebbe scandirsi per un’interprete che per antonomasia è – e anche in tal caso resta – di smaliziata coloratura in una sequenza di titoli compresi tra “la sfida” spingendosi verso il primo Novecento di Ravel, “il gioco” brillante da salotto tripartito tra i francesi del pieno o tardo Ottocento Delibes, Massenet e Bizet, la comfort zone condivisa fra il Rossini delle Soirées musicales (L’invito) e il Mercadante gioiello di un paio di liriche (La stella e La primavera), fino a toccare “il desiderio” evidente più o meno da sempre di cimentarsi con un repertorio verdiano perfettamente eseguito ma che in ogni caso, per peso e stile, le resta sostanzialmente estraneo. Il tutto inframmezzato da un paio di gradite incursioni per solo pianoforte non citate in programma e difatti annunciate in via estemporanea dal pianista Praticò, musicista egregio e interessantissimo, al suo debutto sancarliano: in sagace aggancio con la Sevillana di Massenet appena eseguita, l’artista scolpisce con tocco puntuale quanto di smalto una seducente Sevilla dalla Suite española op. 47 di Isaac Albéniz così come, dopo Mercadante, restituisce nella misura migliore e ben oltre il consueto pianismo asciutto e tagliente l’incanto poetico e la fibra autenticamente romantica del Liszt di “Pace non trovo” dai Tre Sonetti del Petrarca.

La scaletta canora, fermo restando il cardine ritmico e tematico di riferimento, offre quindi un intero quadro di risorse interpretative fra prove di agilità e un’infinità di esposizioni espressive, luminose in zona acuta, tendenzialmente coperte al registro grave. Il duplice Ravel (la Chanson Espagnole e l’impervio Vocalise-étude en forme de habanera) dà la possibilità all’Oropesa di esibire, in prima battuta, la duttilità di un canto caldo e intensamente avvolgente accanto a una vera e propria sfida sulla tecnica vocalizzata farcita di trilli, discese ripide e passaggi di registro. Sfida che prosegue nel Boléro de Les filles de Cadix di Leo Délibes rincarando la dose in quota oltre il pentagramma e nei gesti sonori spiccatamente danzanti conciliando mirabilmente afflato lirico e prestanza virtuosa. Diversamente danzante, nella vibrata e spesso tesa mestizia, è la Chanson andalouse di Jules Massenet elaborata sulla musica di un ballo tratto da El Cid dello stesso compositore. E sempre all’autore di Manon riconduce la pirotecnica Sevillana, A Séville, belles Señoras tratta dal Don César de Bazan, ulteriore banco di prova per le mirabilia di un’Oropesa qui, fra salti, arpeggi e altre vertigini, pari a una prodigiosa Olympia in salsa spagnola.

In chiusura della prima parte quindi, dopo aver sistemato fra le risate di tutti la fascia di seta destinata a mantenere i pantaloni al pianista, un doppio e antitetico omaggio a Georges Bizet, diviso fra i sinuosi slanci staccati a ritmo di bolero con l’Oeuvre ton cœur dall’ode sinfonica Vasco de Gama e i lirici affondi della mélodie Adieux de l’hôtesse arabe proiettati e miracolosamente tenuti senza stacco di suono nell’intera gamma di altezze.

Per la seconda metà della serata, cambio d’abito (dal celeste e più moderno vestito lungo dai ricami preziosi la cantante opta per il nero ad ampi panneggi di foggia ottocentesca) e di repertorio, passando ai grandi operisti italiani in versione quasi totalmente da camera nel rispetto di un’emissione dal sapore antico e rigorosamente salottiero. Il che vale per il Bolero tratto dalle Soirées musicales (L’invito), per i due cammei mercadantiani valorizzati attraverso una cantabilità delicata e di ampio respiro, per il Verdi delle romanze È la vita un mar d’affanni, Stornello, Chi i bei dì m’adduce ancora, Perduta ho la pace, scontornate allacciando con cura parole e note, quindi cercandone di volta in volta pur sempre facendo i conti con una fibra non verdiana, lo slancio lirico, la spigliatezza brillante, il temperamento drammatico. Chiudendo infine virando sul Verdi operistico e, come prevedibile, agevolmente librandosi in volo sulle spericolate peripezie tecniche richieste dal bolero “Merci, jeunes amies” da Les vêpres Siciliennes.
Meritati i consensi al termine, molti gli spettatori in piedi e incandescente il poker di bis con i due omaggi partenopei (La Danza a velocità supersonica e la canzone classica partenopea) appositamente imparati – “ci provo” ha candidamente confessato – per il pubblico di Napoli.

Teatro San Carlo – Stagione di Concerti 2024/25
I GRANDI RECITAL
Musiche di Maurice Ravel, Leo Délibes, Jules Massenet,
Isaac Albéniz, Georges Bizet, Gioachino Rossini,
Saverio Mercadante, Franz Liszt, Giuseppe Verdi

Soprano Lisette Oropesa
Pianoforte Alessandro Praticò

Napoli, 9 gennaio 2025

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