Chiudi

Montecatini Terme, Teatro Verdi – Pagliacci ed Edipo Re

Leoncavallo? Certo, Pagliacci. Ma poi? Hic sunt leones, verrebbe da dire. Tanti titoli ricordati solo da pochi melomani, cantanti e musicologi con una passione quasi proibita per la Giovane Scuola. Ed è un peccato, perché Ruggero Leoncavallo è stato uno dei protagonisti della rinascita operistica italiana dopo la profonda crisi degli anni Settanta-Ottanta dell’Ottocento, con una produzione che, seppur diseguale, racconta l’Italia dei nostri bisnonni e nonni: fra tendenze decadenti, belle époque, neoclassicismo e operetta, capace ancora oggi di parlarci.

Dietro il celebre capolavoro verista si celano, ad esempio, le tendenze decadentiste e neorinascimentali dei Medici, su un terreno che sarà presto frequentato da poeti come D’Annunzio e Sem Benelli e da compositori come Mascagni, Zandonai e Montemezzi. Oppure gli echi parigini da demi-monde di Zazà, che, come La rondine, rappresenta un tentativo di elevare l’operetta a opera lirica; o ancora La bohème, non una copia-plagio di quella di Puccini, ma un’alternativa coeva con protagonisti Marcello e Musetta. Si approda infine al neoclassicismo tutto italiano di Edipo Re. Sappiamo bene che qui si deve recensire uno spettacolo e non indulgere in digressioni musicologiche, ma aggiungiamo soltanto che resta ancora molto da fare, in ambito sia accademico che teatrale, per riscoprire, studiare e riportare in vita le opere di Leoncavallo.

A Montecatini Terme, città adottiva del compositore napoletano, dove visse l’ultima fase della sua vita, la direzione artistica della rassegna Montecatini Terme Città della Musica 2025, presieduta da Fabrizio Moschini, dimostra piena consapevolezza dell’ingiusto oblio in cui è caduto il musicista. Ha così messo a punto un cartellone interamente dedicato a lui e alla sua produzione. Accanto a incontri musicologici e divulgativi, figurano un concerto lirico con brani scelti dalle due Bohème e la rappresentazione di due opere del compositore: Pagliacci ed Edipo Re, al Teatro Verdi della città termale. La prima e l’ultima opera del catalogo, presentate in un’unica serata come in un ideale viaggio dall’alfa all’omega. Composte a quasi trent’anni di distanza e qui separate da soli venti minuti di intervallo.

Ça va sans dire, il dittico rappresenta l’evento di punta del festival, rilevante per la raffinatezza della proposta, la rarità dell’occasione e la qualità dei cast. L’iniziativa merita un plauso tanto per il coraggio produttivo quanto per il valore culturale, soprattutto se si considera che non si tratta né di un teatro di tradizione né di una fondazione lirico-sinfonica, con tutte le implicazioni organizzative e tecniche del caso. Anzi, proprio le grandi istituzioni liriche, che pure dispongono di ben altri mezzi, spesso si rifugiano nel repertorio più prevedibile.

La serata si apre con Pagliacci, eseguita in forma semiscenica. Grazie a pochi ma mirati elementi – qualche sedia, un baule, palloncini, una corda – e ai costumi dell’Arte Scenica Reggio Emilia, la rappresentazione risulta di fatto pienamente teatrale. La regia di Lorenzo Lenzi utilizza con intelligenza lo spazio, impiegando anche una pedana alla sinistra del proscenio e la platea. Il regista insiste sulla natura metateatrale di Pagliacci: la compagnia itinerante entra dalla sala, Silvio siede tra gli spettatori, costretto ad assistere inerme – come uno di loro – all’uccisione dell’amata. Scelte pensate e coerenti, che valorizzano la drammaturgia e si rivelano particolarmente efficaci.

Molto buoni i cast coinvolti, composti da veterani, artisti affermati e giovani promesse. Samuele Simoncini, Canio, si distingue per una voce robusta e sonora, con centri pieni e acuti brillanti; la dizione è netta e il canto sempre poggiato sulla parola. Meritatissimo l’applauso a scena aperta dopo “Vesti la giubba”, interpretata con intensità e partecipazione. Avevamo già apprezzato il tenore nello Chénier di Lucca e nel Piccolo Marat di Livorno: qui si conferma interprete autorevole del verismo italiano.
Elisa Balbo unisce una prova vocale solida a un’interpretazione scenica eccellente. Ogni gesto e ogni espressione sono misurati e meditati, restituendo una Nedda completa, umana e carnale. Il soprano riesce a rendere i diversi piani psicologici e climatici con credibilità sia vocale sia attoriale. Belli i pianissimi del duetto con Silvio, efficaci le vocette comiche di Colombina, intensi i declamati tragici prima dell’omicidio. La voce, pur non enorme, è omogenea nei registri, con acuti smaltati e precisi. Molti e meritati applausi.
Giuseppe Altomare, da quasi quattro decenni sui palcoscenici italiani e internazionali, si conferma artista di razza. La voce, lo squillo e il timbro – ancora ottimamente preservati – uniti all’esperienza e all’intelligenza interpretativa, restituiscono un Tonio di grande livello. Ottimo il Prologo, ben fraseggiato e potente; altrettanto riuscite le scene più truculente.
Didier Pieri (Beppe) si fa apprezzare per il bel timbro tenorile e un’ottima serenata, in cui un acuto non del tutto a fuoco non compromette l’insieme. Nicolò Ayroldi offre un Silvio credibile e umano, con un eccellente duetto insieme a Balbo, in cui emergono fraseggio e mezzevoci.

L’Orchestra Cupiditas è impegnata in entrambe le opere, con direttori e cori differenti. In Pagliacci dirige Pietro Mazzetti, con una lettura viva e appassionata, capace di cogliere al meglio sia i momenti languidi sia quelli più sanguigni e cupi. L’orchestra si distingue per un suono curato nelle sezioni e nell’insieme; splendida l’esecuzione dell’Intermezzo, salutata da un giusto applauso a scena aperta. Discreto il Coro Harmonia Cantata diretto da Raffaele Puccianti. Nonostante alcune imprecisioni nel coro iniziale del secondo atto e nella stretta finale, esegue molto bene il coro delle campane. Corretta la prova del Coro di voci bianche dell’Accademia Musicale della Valdinievole, diretto da Michela Masini.

Parte del cast di Pagliacci ritorna in Edipo Re, proposto in forma di concerto: scelta felice, data la natura oratoriale e “alla greca” dell’opera. Interessantissima la musica dell’ultimo Leoncavallo: accanto a pagine tipicamente da Giovane Scuola – con il tenore che canta sul passaggio raddoppiato da archi e ottoni – emergono preziosismi orientaleggianti, come l’ingresso di Giocasta con coro femminile e arpe, e passaggi modali dal sapore arcaico.

Ritroviamo Samuele Simoncini, Nicolò Ayroldi e Didier Pieri, rispettivamente Creonte, un Corinzio e un Pastore, tutti confermando quanto di buono ascoltato in Pagliacci, nonostante l’impegno vocale notevole. Il protagonista è Vittorio Vitelli. Pur trattandosi di una parte lunga e complessa, cavallo di battaglia di Titta Ruffo, il baritono convince pienamente e, anche in forma di concerto, restituisce l’evoluzione psicologica del personaggio e dei suoi tormenti. Il timbro è corposo ma controllato, con acuti precisi. Notevole la scena finale con l’addio del re cieco a Tebe.
La Giocasta di Maria Billeri è regale e austera. Il soprano mostra una voce ampia e ben proiettata, con acuti precisi: in una prova in crescendo, intensa e partecipe, i registri risultano solidi e ben sostenuti. Buona anche la prova di Paolo Pecchioli come Tiresia: voce grave, corposa ma morbida, sempre al servizio della parola.

Valerio Galli, specialista del repertorio verista e della Giovane Scuola, dirige con precisione e passione. Il gesto, sempre chiaro e attento al canto, restituisce una partitura complessa e poco conosciuta senza il minimo sbandamento. Ottima, come in Pagliacci, la prova dell’Orchestra Cupiditas, così come quella del Coro Archè, istruito da Marco Bargagna, che si distingue per compattezza e precisione.

Al termine delle due opere, grandi applausi per tutti da parte di un Teatro Verdi gremitissimo – per la cronaca, una sala da quasi millecinquecento posti – con un pubblico eterogeneo ma attento e partecipe. Accanto a storici appassionati e volti noti, molti erano al battesimo dell’opera o semplici curiosi. Abbiamo anche sentito dire: «Leggiamo la trama, ma non tutta: niente spoiler». Dovrebbe essere sempre così a teatro: un “grande spettacolo”, per citare lo stesso Leoncavallo, orizzontale e condiviso.

Teatro Verdi – Montecatini Terme Città della Musica 2025
PAGLIACCI
Dramma in un prologo e due atti
Musica e libretto di Ruggero Leoncavallo

Nedda (Colombina) Elisa Balbo
Canio (Pagliaccio) Samuele Simoncini
Tonio (Taddeo) Giuseppe Altomare
Beppe (Arlecchino) Didier Pieri
Silvio Nicolò Ayroldi

Orchestra Cupiditas
Direttore Pietro Mazzetti
Coro Harmonia Cantata
Direttore del coro Raffaele Puccianti
Coro di voci bianche dell’Accademia Musicale della Valdinievole
Direttrice del coro di voci bianche Michela Masini
Esecuzione in forma semiscenica a cura di Lorenzo Lenzi
Costumi Arte Scenica Reggio Emilia

EDIPO RE
Opera in un atto
Musica di Ruggero Leoncavallo
Libretto di Giovacchino Forzano

Edipo Vittorio Vitelli
Giocasta Maria Billeri
Creonte Samuele Simoncini
Tiresia Paolo Pecchioli
Un corinzio Nicolò Ayroldi
Un pastore Didier Pieri

Orchestra Cupiditas
Direttore Valerio Galli
Coro Arché
Direttore del coro Marco Bargagna

Esecuzione in forma di concerto
Montecatini Terme, 11 dicembre 2025

Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino