Chiusura di stagione alla Salle Garnier dell’Opéra di Monte-Carlo con un omaggio a Maurice Ravel. La proposta dei due suoi gioielli operistici, L’Heure espagnole e L’Enfant et les sortilèges, è stata preziosa anche per celebrare il centenario della seconda opera, che grazie al geniale intuito di Raoul Gunsbourg, direttore che guidò questo teatro e lo rese leggendario per oltre mezzo secolo, venne eseguita alla Salle Garnier il 21 marzo 1925. Il successo riscosso da questa “féerie lyrique” fu enorme, ma i preparativi dell’opera piuttosto burrascosi. Il libretto fu affidato alla scrittrice e attrice Colette, donna che fu emblema di uno stile di vita femminile per quegli anni piuttosto avanguardista, messa al fianco di un compositore notoriamente solitario e introspettivo come Ravel. A far scattare le scintille durante le prove fu la celebre compagnia dei Balletti russi di Diaghilev, che nicchiava a montare la coreografia, così importante nell’economia dell’opera, adducendo le più diverse scuse. Se non fosse stato per Gunsbourg, che minacciò il blocco dei pagamenti alla compagnia del grande coreografo, tutto sarebbe finito a carte e quarantotto. Per fortuna, nonostante le tensioni delle prove, L’Enfant et les sortilèges piacque moltissimo e fu uno degli ultimi storici grandi successi della gestione direttoriale di Gunsbourg.
Oggi, per ricordarla appunto nel centesimo anniversario della sua prima, Jean-Louis Grinda, autore della regia, riprende molte delle geniali intuizioni che già furono della sua messa in scena pensata per la Salle Garnier nel 2012. Lo spettacolo, che si avvale di scene e costumi accuratissimi di Rudy Sabounghi, parte dall’idea che a ribellarsi contro l’Enfant capriccioso, che distrugge tutto ciò che lo attornia e viene per questo punito, come per magia, dagli oggetti stessi da lui rotti e pronti ad animarsi per vendicarsi, siano i domestici stessi della casa, che fanno a gara per far pagare al fanciullo le sue malefatte assumendo le sembianze degli arredi. L’impianto scenico è splendido. Mostra una stanza con tendaggi adorni di drappi in velluto e una carta da parati rovinata dall’umidità. Un grande arazzo con temi di caccia si trasforma in uno specchio che serve da ingresso nel notturno giardino incantato dove i rumori e gli umori del bosco respirano di vita e vedono la Libellula, lo Scoiattolo e la Raganella dello stagno invadere la scena come fossero usciti dal sogno shakespeariano di A Midsummer Night’s Dream. In questo caso, la raffinatissima coreografia di Eugénie Andrin, di irresistibile originalità, e le luci fatate di Laurent Castaingt contribuiscono sensibilmente alla riuscita di uno spettacolo che prima ancora vive nel caos generato dall’ingresso dell’uomo Aritmetico che tormenta il bambino con calcoli irrisolvibili (in questa scena si mette in mostra l’ottimo Choeur d’Enfants de l’Académie de Musique Rainier III), o vede il bambino punito dalla fiammella che fuoriesce da un caminetto e attraversa il pavimento tenendolo rannicchiato e terrorizzato su una poltrona. Magia dopo magia, sempre nel segno dell’eleganza che sembra costituire un tutt’uno con l’orchestrazione di Ravel, continuamente cangiante nel disegnare in musica questo incantato sogno notturno, lo spettacolo risulta senza mezzi termini perfetto.
Alla sua riuscita contribuisce anche la bacchetta sensibile di Kazuki Yamada, direttore principale dell’Orchestre Philharmonique de Monte-Carlo, che guida con incantevole trasparenza di suono, realizzando a meraviglia tutte le più diverse sonorità che questa partitura prevede attraverso arcobaleni di tinte e colori strumentali avvolti nel mistero. Sul palcoscenico c’è l’Enfant un po’ cresciutello di Gaëlle Arquez, ma dalla voce ben a fuoco. Penetrante e svettante la voce di Florie Valiquette, soprano leggero che dà vita alle tre parti de Le Feu, La Princesse e Le Rossignol. Splendido il contributo di Florian Sempey nei panni de L’Horloge comtoise e de Le Chat, così come quello di Cyrille Dubois, dinamicissimo nelle vesti de La Théière, Le Petit Vieillard Arithmétique e La Rainette. Ottimi tutti gli altri: Julie Nemer (La Bergère e La Chouette), Floriane Hasler (La Tasse Chinoise, La Libellule e Un Pâtre), Jennifer Courcier (La Chauve-Souris e Une Pastourelle), Cécile Madelin (La Chatte e L’Écureuil), Matthieu Lécroart (Le Fauteuil e L’Arbre) e Axelle Saint-Cirel (elegantissima nei panni de La Mère dell’Enfant).
Si è data priorità nel riferire de L’Enfant et les sortilèges per l’anniversario che le toccava e per il ricordo della sua creazione nel Principato, ma l’opera è stata preceduta da una non meno felice messa in scena de L’Heure espagnole, firmata anche questa da Jean-Louis Grinda, come la precedente di questo dittico nato in coproduzione con l’Opéra di Tours, l’Opéra d’Avignone e l’Opéra Royal de Wallonie di Liegi. La realizza andando al cuore del significato di questa comédie musicale che è un continuo andirivieni fra lo studio di Torquemada, orologiaio interessato più ai meccanismi delle sue pendole che alla fedeltà della propria moglie, e la stanza da letto della sua infedele consorte, Concepción, che ha due spasimanti un po’ inconcludenti: lo studente Gonzalve, che si atteggia a poeta, e il ricco banchiere Don Iñigo Gomez. La donna li nasconde uno alla vista dell’altro chiudendoli in pesanti pendole poi spostate da una stanza all’altra grazie al robusto mulattiere Ramiro, che finisce con l’avere la meglio su tutti i pretendenti perché, parafrasando Boccaccio, tra tutti gli amanti vince quello più “efficace”. Lo spettacolo, con scene e costumi ancora una volta firmati da Rudy Sabounghi, è una delizia di ingenua semplicità e intinge l’opera in una atmosfera ambientale francese più che iberica. Mostra una stanza che pare costruita in cartone, come uscita da un libro animato per bambini, con quinte e orologi disegnati sui muri, all’interno della quale la vicenda viene dipanata da una regia fresca e vitale.
Il resto è in mano alla direzione di Kazuki Yamada, anche qui attenta nell’illuminare il raffinato e variegatissimo strumentale di Ravel e dando anima al dinamismo di interpreti teatralmente pronti a stare al gioco di chi li sovrasta, musicalmente contraddistinto dal ticchettio e dal dipanarsi degli ingranaggi degli orologi che scandiscono un tempo che li rende automi di un disegno superiore al loro stesso agire. C’è infatti un momento, che è il geniale quintetto finale, in cui tutti i protagonisti gettano la maschera e cantano rivolti al pubblico ironizzando su quello che si è visto prima, quando appunto agivano come sotto carica del continuo susseguirsi di meccanismi messi in moto: quelli degli ingranaggi dei mille orologi che li attorniano e li sovrastano in una dimensione ossessionata dallo scandire del tempo, descritto in musica in tutte le sue dimensioni sonore, e forse, a ben vedere, il vero protagonista dell’opera assieme ai ritmi spagnoleggianti che qua e là la attraversano.
La compagnia di canto si avvale di cantanti e attori formidabili. Gaëlle Arquez, Concepción di procace avvenenza e dalla voce mezzosopranile densa e corposa, appare pronta a delineare con insolenza la sensuale carnalità di una donna che non esita a farsi gioco del distratto marito, il disincantato Vincent Ordonneau (Torquemada). Ci sono anche l’ottimo Matthieu Lécroart, Don Iñigo Gomez, ma soprattutto due fuoriclasse del canto francese come il baritono Florian Sempey nei panni di Ramiro e il tenore Cyrille Dubois in quelli di Gonzalve. Il primo non è il solito mulattiere palestrato che affascina Concepción con la forza dei suoi muscoli, bensì sembra un tontolone preso fra le braccia di questa donna in cerca di un uomo che, senza tante parole ma con i fatti, asseti la sua inappagata sensualità, stanca di sottostare all’inconcludenza degli altri suoi amanti. Il secondo si conferma, sia attorialmente, nel segno dell’ironia per la comunicativa scatenata e sinergica della recitazione, sia vocalmente, per la finezza del suo canto, fra i migliori tenori di scuola francofona di oggi. Al momento in cui, uscendo dalla pendola, intona il suo “Adieu”, si impone per lo stile e la classe che sempre lo contraddistinguono, mostrando quella singolare eleganza nel modulare la voce propria appunto ai tenori della grande tradizione francese. In questo caso lo fa, come il momento richiede, con umorismo, e subito conquista per le sue superiori qualità artistiche.
Successo festosissimo per i due spettacoli, senza macchia di riserva alcuna. 




Salle Garnier – Stagione 2024/25
L’HEURE ESPAGNOLE
Comédie musicale in un atto
Libretto di Franc-Nohain
Musica di Maurice Ravel
Concepción Gaëlle Arquez
Gonzalve Cyrille Dubois
Torquemada Vincent Ordonneau
Ramiro Florian Sempey
Don Iñigo Gomez Matthieu Lécroart
Orchestra Philharmonique de Monte-Carlo
Direttore Kazuki Yamada
Regia Jean-Louis Grinda
Scene e costumi Rudy Sabounghi
Luci Laurent Castaingt
L’ENFANT ET LES SORTILÈGES
Fantaisie lyrique in due parti
Libretto di Colette
Musica di Maurice Ravel
L’Enfant Gaëlle Arquez
Sa Mère Axelle Saint-Cirel
La Bergère, La Chouette Julie Nemer
La Tasse Chinoise, La Libellule, Un Pâtre Floriane Hasler
Le Feu, La Princesse, Le Rossignol Florie Valiquette
L’Horloge Comtoise, Le Chat Florian Sempey
La Chauve-Souris, Une Pastourelle Jennifer Courcier
La Chatte, L’Écureuil Cécile Madelin
Le Fauteuil, L’Arbre Matthieu Lécroart
La Théière, Le Petit Vieillard Arithmétique, La Rainette Cyrille Dubois
Orchestra Philharmonique de Monte-Carlo
Choeur de l’Opéra de Monte-Carlo
e Choeur d’Enfants de l’Académie de Musique Rainier III
Direttore Kazuki Yamada
Regia Jean-Louis Grinda
Scene e costumi Rudy Sabounghi
Luci Laurent Castaingt
Coreografia Eugénie Andrin
Video Jérôme Noguera & Micha Vanony
Coproduzione con l’Opéra de Tours,
l’Opéra Grand Avignon
e l’Opéra Royal de Wallonie
Monte-Carlo, 21 marzo 2025

