Da dittico a trittico. Il 18 marzo 2021, in piena emergenza pandemica, il Teatro alla Scala aveva proposto in una sala vuota, in differita streaming su RaiPlay e sul proprio sito, due gustosi titoli nati dalla sinergia tra il compositore Kurt Weill e il drammaturgo Bertolt Brecht: il ballet chanté del 1933 Die sieben Todsünden (I sette peccati capitali) e la piccola cantata scenica Mahagonny Songspiel del 1927. Il progetto, fortemente voluto dal direttore musicale del Piermarini, il maestro Chailly, recentemente confermato nel suo ruolo anche per tutto il 2026 (mentre dal 2027 gli succederà Myung-Whun Chung), viene oggi riproposto con il pubblico dal vivo e, per l’occasione, viene arricchito con The Songs of Happy End, una selezione di brani dalla commedia musicale del 1929 Happy End, dando così vita al cosiddetto Trittico Weill.
La serata si apre con Die sieben Todsünden, balletto con canto in nove scene che debuttò al Théâtre des Champs-Elysées di Parigi con regia e coreografie di George Balanchine. Le due protagoniste, le sorelle Anna I e Anna II (o, probabilmente, esse rappresentano due sfaccettature del medesimo personaggio, la prima la pragmatica razionalità, la seconda l’istintualità), si cimentano in un faticoso viaggio attraverso le grandi metropoli degli Stati Uniti, così da racimolare soldi e realizzare il loro sogno: la costruzione di una casetta sul fiume Mississippi, in Louisiana. Per raggiungere il proprio scopo, tentando la fortuna per sette anni in vari modi (giungendo anche a fare le ballerine spogliarelliste in un cabaret e a prostituirsi), le due sorelle sperimentano tutti e sette i vizi capitali: accidia, superbia, ira, gola, lussuria, avarizia, invidia.
Si prosegue con Mahagonny, Songspiel che nel 1930 sfocerà nella celebre opera in tre atti Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny (Ascesa e caduta della città di Mahagonny). Anche in questo caso, si assiste a una critica corrosiva di una realtà degenerata dominata dal dio denaro, l’utopica città di Mahagonny: immaginata dai protagonisti (i quattro uomini Charlie, Billy, Bobby e Jimmy, e le due donne Jessie e Bessie) come una terra da sogno dove trovare ricchezza e divertimento, whisky e tavoli da gioco, a conti fatti si rivelerà un inferno dominato da anarchia e tumulti, nel quale per tirare a campare le donne sono obbligate a vendere il proprio corpo, e gli uomini sono intenti a cercare alcolici, sesso a pagamento e soldi da sperperare nel gioco d’azzardo.
Dopo l’intervallo, chiude la serata un florilegio di tredici canzoni in tedesco dal musical in tre atti Happy End, mai eseguito in forma scenica alla Scala: nella fattispecie, si ascoltano “Bilbao Song”, “Der kleine Leutnant des liebes Gottes”, “Geht hinein die Schlacht”, “Was die Herren Matrosen sagen”, “Bruder, gib dir einen Stoß”, “Fürchte dich nicht”, “In der Jugend goldnem Schimmer”, “Das Lied vom Branntweinhändler”, “Der Song von Mandelay”, “Das Lied von den harten Nuß”, “Surabaya-Johnny”, “Die Ballade von der Höllenlili” e “Hosiannah Rockfeller”. La commedia musicale, su testi di Brecht (nell’edizione scaligera vengono omesse le parti in prosa scritte da Elisabeth Hauptmann sotto lo pseudonimo di Dorothy Lane), concepita da Weill e Brecht come un sequel della celeberrima Die Dreigroschenoper (L’opera da tre soldi), vede protagonisti da un lato una banda di assassini, ladri e ubriaconi, dall’altro l’Esercito della Salvezza. La selezione di brani è chiusa dal tango-habanera del 1934 “Youkali”, sempre su musica di Kurt Weill e su testo in francese del 1935 di Roger Fernay, non appartenente a Happy End ma alla pièce Marie Galante: in esso viene decantata la piccola isola da sogno di Youkali, terra di felicità e piacere in cui tutto è possibile, nella quale trovare amore, bellezza, realizzazione delle proprie aspirazioni. In realtà, l’isola non esiste, come recita la canzone stessa: “Mais c’est un rêve, une folie, / Il n’y a pas de Youkali!”.
Sul podio dell’Orchestra del Teatro alla Scala in forma smagliante e a ranghi ridotti, con gusto e intelligenza Riccardo Chailly opta per una lettura lucida, tesa e tagliente delle tre partiture, improntata a sonorità perlopiù corpose e sfolgoranti. Un’interpretazione graffiante, con rimandi alla Kabarett-Revue berlinese anni Venti e alla ballad opera inglese, intenta a rendere a tuttotondo le svariate anime che contraddistinguono la sfaccettata musica di Weill: dal jazz al tango, dal valzer al blues, dal foxtrot alla marcia, da melodie languide e avvolgenti ad altre maggiormente energiche e corrusche. Un caleidoscopio di suoni e colori, tenuto assieme dal direttore milanese con mano salda, brillantezza e il giusto ritmo. Per l’occasione, il golfo mistico è rialzato di circa una quarantina di centimetri, così da evitare che il suono e le voci si disperdano nell’ampio palcoscenico scaligero e, al contempo, favorendo un maggiore contatto tra cantanti, orchestrali e pubblico.
Affiatata e valida la compagnia di cantanti-attori. Debuttante al Piermarini, il soprano israeliano Alma Sadé, nei triplici panni di Anna I, Bessie e Mary, esibisce una vocalità vivace e chiara, puntuta e di buon peso, una recitazione appassionata e viscerale, un fraseggiare potentemente espressivo, specialmente in Die sieben Todsünden, dove è la protagonista assoluta. Accanto a lei, il soprano americano Lauren Michelle (Anna II, Jessie e Jane) emerge per uno strumento morbido e vellutato, voluminoso e di suadente tinta brunita, nonché per la dizione ricca di accenti; apprezzabili anche le sue doti da ballerina nelle vesti di Anna II. In Mahagonny Songspiel entrambe le cantanti danno vita a una resa sensuale e accattivante della celebre “Alabama-Song”.
Il baritono texano Elliott Carlton Hines spicca, come Bruder I, Bobby e, specialmente, Sam Worlitzer, per la voce corposa e di colore scuro, per la recitazione estremamente briosa e coinvolgente, in particolare nella “Song von Mandelay” del terzo titolo. Il basso statunitense Andrew Harris (Mutter e Jimmy) si distingue per una vocalità tonante, profonda e sonora; il tenore austriaco Matthäus Schmidlechner (Vater, Charlie, Ein Mann) risalta per lo strumento chiaro e squillante, mentre l’australiano Michael Smallwood (Bruder II, Billy e Hannibal Jackson) sfoggia una voce tenorile duttile e luminosa.
In The Songs of Happy End si aggiungono, ai precedenti, altri tre artisti. Debutta alla Scala il mezzosoprano irlandese-canadese Wallis Giunta: vocalità vibrante e di tinta dorata, vivida e penetrante in acuto, nei panni di Lilian Holiday emerge per la cocente tempra drammatica, per il fraseggio nitido, dovizioso di inflessioni e sfumature, per la presenza scenica fascinosa e seducente. Di forte impatto la resa di “Was di Herren Matrosen sagen” (il “tango dei marinai”), e dell’arcinota “Surabaya-Johnny”; ammaliante e, al contempo, intrisa di malinconia l’interpretazione di “Youkali”. Habitué del palcoscenico scaligero, il baritono austriaco Markus Werba è un gangster Bill Cracker istrionico e travolgente, dalla voce piena e malleabile, dalla musicalità sopraffina e da un ragguardevole senso ritmico; l’iniziale “Bilbao Song” e “Das Lied von der harten Nuß” (la “canzone del pezzo grosso”) sono espugnate con scultorea vigoria e camaleontico dinamismo. Il mezzosoprano Natascha Petrinsky (Die Fliege) sopperisce a qualche disomogeneità vocale con un’encomiabile energia scenica e con pregevoli doti attoriali.
Partendo dallo spettacolo da lei firmato nel 2021 e ripensandolo, Irina Brook (responsabile di regia, scene, costumi e video) concepisce un allestimento estremamente movimentato, in una chiave di lettura apocalittico-ambientalista. Le tre perle musicali di Kurt Weill vengono viste come una sorta di rituale di sopravvivenza in un teatro vuoto, in un futuro catastrofico e pessimistico, privo di speranza, dove il mondo sta per finire (se già non è collassato). Il cast, radunatosi sul palcoscenico, per mantenere viva l’immaginazione sente il bisogno di recitare, muoversi, danzare: ecco quindi che prende avvio la narrazione. Die sieben Todsünden diviene una sorta di road movie attraverso un’America infernale, chimerica e distopica, dominata da avidità, grettezza, capitalismo, nella quale Anna I mostra con brutalità ad Anna II quanto possa essere spietata la vita reale; alla fine, le due sorelle tornano in Louisiana avendo perso tutto ma, soprattutto, essendo cambiate e ferite nel loro io più profondo. La scena, abbastanza povera, è dominata da oggetti da trovarobato e materiale di riciclo, il tutto sovrastato da un imponente cielo di rifiuti di plastica; su di uno schermo in fondo al palco vengono proiettate immagini in bianco e nero della grottesca famiglia delle due Anna e, nell’epilogo, la loro roulotte che brucia.
In Mahagonny Songspiel, eseguito in continuità con il titolo precedente, le due sorelle sono naufragate come profughe su di un’isola disabitata, circondata da un minaccioso mare di plastica, assieme a un uomo d’affari, un attore che gira con in mano un teschio “alla Amleto”, un attivista ecologista e un survivalista. Sull’atollo si imbattono in una inquietante, clownesca e misteriosa figura silenziosa (il magnetico attore Geoffrey Carey, in scena per l’intera serata), nelle vesti di un anziano barista e di un “puro folle”, che nella “III. Mahagonny-Song” si rivelerà essere Dio che, con candide ali d’angelo, accusa e condanna gli abitanti di Mahagonny per la loro depravazione. Nel finale, sullo schermo un affamato orso polare attraversa un pack, che si sta lentamente sciogliendo, alla ricerca di cibo, mentre compaiono a lettere rosso sangue i sette peccati capitali.
Dopo l’intervallo, in The Songs of Happy End il clima muta radicalmente, e si respira un’atmosfera da rivoluzionario cabaret berlinese, grazie anche agli eleganti abiti neri da sera (in contrasto con quelli variopinti e ordinari dei due titoli antecedenti). Il palco, completamente spoglio, vede sul fondo lunghi tavoli con specchi per il trucco e sedie; i vari artisti cantano, recitano, danzano, interagiscono tra di loro, dando vita alle passioni che caratterizzano i brani (egoismo, gelosia, pietà, ipocrisia, desiderio, dolore), in un climax ascendente che sfocia nel rutilante “Hosiannah Rockfeller”, una sfrenata santificazione del capitalismo americano e dei suoi leader (dai Rockfeller ai Ford), mentre in secondo piano scorrono preoccupanti filmati, concessi da Greenpeace, di alluvioni, mari inquinati, trivelle e pozzi petroliferi, animali denutriti. Suggestivo e intimistico il finale, il tango-habanera “Youkali”, cantato al proscenio e a lume di candela.
In sintesi, quello di Irina Brook si presenta come un piacevole, efficace e coerente spettacolo di denuncia, attualizzato ai giorni nostri e alle odierne istanze (dopotutto, il teatro di Brecht e Weill, durante gli anni della Repubblica di Weimar, era improntato a uno spirito caustico di contestazione politica e sociale), realizzato con mezzi poveri e semplici, vivacizzato dalle impattanti luci di Marc Heinz, dalle cromie violentemente espressioniste, e dalle irrefrenabili e travolgenti coreografie di Paul Pui Wo Lee.
Alla prima qui recensita, teatro quasi esaurito e, al termine, vivo e trepidante successo, con ovazioni per Chailly e accoglienza festante soprattutto per Wallis Giunta, Markus Werba, Lauren Michelle, Alma Sadé ed Elliott Carlton Hines. Applausi calorosi misti a flebili e sparuti dissensi per i responsabili della parte visiva. 




Teatro alla Scala – Stagione 2024/25
DIE SIEBEN TODSÜNDEN
Balletto con canto in nove scene
Testo di Bertolt Brecht
Anna I Alma Sadé
Anna II Lauren Michelle
Bruder I Elliott Carlton Hines
Mutter Andrew Harris
Vater Matthäus Schmidlechner
Bruder II Michael Smallwood
MAHAGONNY SONGSPIEL
Testo di Bertolt Brecht ed Elisabeth Hauptmann
Jimmy Andrew Harris
Bobby Elliott Carlton Hines
Billy Michael Smallwood
Charlie Matthäus Schmidlechner
Jessie Lauren Michelle
Bessie Alma Sadé
THE SONGS OF HAPPY END
Dalla commedia musicale in tre atti
Testi di Bertolt Brecht
Bill Cracker Markus Werba
Sam Worlitzer Elliott Carlton Hines
Die Fliege Natascha Petrinsky
Lilian Holiday Wallis Giunta
Jane Lauren Michelle
Mary Alma Sadé
Ein Mann Matthäus Schmidlechner
Hannibal Jackson Michael Smallwood
Musica di Kurt Weill
Orchestra del Teatro alla Scala
Direttore Riccardo Chailly
Regia, scene, costumi e video Irina Brook
Luci Marc Heinz
Coreografia Paul Pui Wo Lee
Attore Geoffrey Carey
Nuova produzione Teatro alla Scala
Milano, 14 maggio 2025

