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Milano, Teatro alla Scala – Tosca (cast alternativo)

Proseguono con buon successo di pubblico le repliche di Tosca al Teatro alla Scala, titolo di Puccini assente da queste tavole dal 2019. Come da cartellone, per alcune recite si assiste a un cambio di cast per quanto riguarda i tre ruoli principali e un comprimario.

Reduce dal trionfo zurighese in Manon Lescaut, Elena Stikhina veste i panni di Tosca. Il soprano russo esibisce uno strumento vocale di buon peso, pieno e di puro smalto, timbricamente carnoso, ben sorretto nei medi e nei gravi, sonoro e squillante in acuto (il Do della “lama” nel III atto risuona saldo, centrato e tagliente). Con tecnica ferrea, dizione nel complesso curata e un’interpretazione a tratti distaccata, Stikhina delinea una Floria Tosca civettuola, gelosa e tenace, senza però mai eccedere o calcare la mano, sempre molto controllata nelle emozioni. L’attesa aria “Vissi d’arte”, coronata da applausi a scena aperta, è affrontata con piglio sicuro, linea di canto immacolata, notevole tenuta dei fiati e un’espressività austera.
Accanto a lei, Fabio Sartori è un Mario Cavaradossi solido, vigoroso e tonante. La voce risulta ampia, potente, di colore mediterraneo, omogenea nell’emissione, sfrontata e ben proiettata nel registro acuto. Il fraseggiare e la recitazione appaiono un po’ generici e uniformi, dipingendo il tenore un Cavaradossi granitico, eroico e tutto d’un pezzo, carente nel I atto di languore. Tra i momenti meglio riusciti della serata, si registrano il gagliardo scontro con Scarpia del II atto e la celeberrima romanza “E lucevan le stelle”, accolta da scroscianti applausi, risolta da Sartori con accenti energici e schietta comunicatività.
Il baritono di origini mongole Amartuvshin Enkhbat dà vita a un barone Scarpia autoritario e protervo, dal portamento nobile e fiero, mai volgare o sopra le righe, lusingatore e insinuante nei confronti della donna bramata, misurato anche nei momenti di maggiore enfasi e di lussuria. Enkhbat emerge per la vocalità pastosa, tornita, lussureggiante e doviziosa di armonici, emessa con suadente morbidezza, compatta in acuto e vellutata nei medi e nei gravi, nonché per la dizione chiara e nitida e per il fraseggio adamantino.
Aggraziata e avvolgente è Valentina Diaz nello stornello in dialetto romanesco del pastore. Invariato il resto del cast: il mercuriale sagrestano di Marco Filippo Romano; Li Huanhong, Cesare Angelotti dalla pronuncia perfettibile; lo Spoletta mellifluo di Carlo Bosi; i solidi Costantino Finucci (Sciarrone) e Xhieldo Hyseni (Un carceriere).

Sul podio dell’Orchestra del Teatro alla Scala, Michele Gamba conferma di essere un direttore sensibile, intelligente ed estremamente interessante. La sua è una lettura tesa e di forte impatto teatrale, dall’agogica perlopiù incalzante, di sapore novecentesco e quasi espressionista, attenta a sbalzare a tuttotondo le varie anime della partitura: citiamo, per esempio, la sensualità latente del duetto d’amore fra Tosca e Mario; la solennità ieratica del Te Deum; la violenza dirompente dello scontro tra la primadonna e il laido barone e delle torture a Cavaradossi; il sinfonismo terso e tagliente dell’assassinio di Scarpia; la mesta delicatezza della luce incerta del mattino che precede l’alba, con le campane delle chiese romane che suonano il mattutino; il climax ascendente dell’esecuzione di Mario. Apprezzabile la scelta, come già fece Riccardo Chailly nel 2019, di adottare la nuova edizione critica a cura di Roger Parker della versione Roma 1900, con alcune parti poi espunte: ricordiamo, almeno, il ripristino delle linee vocali originali nella conclusione del Te Deum o, nel tragico finale, il ripristino delle sei battute solitamente non eseguite, quest’ultima una soluzione maggiormente emozionante e coinvolgente. Privi di sbavature e incisivi gli interventi del Coro del Teatro alla Scala e del Coro di Voci Bianche dell’Accademia Teatro alla Scala, guidati rispettivamente da Alberto Malazzi e Bruno Casoni.

L’allestimento è quello imponente, maestoso e di taglio cinematografico pensato da Davide Livermore per l’inaugurazione di stagione del 7 dicembre 2019, oggi ripreso da Alessandra Premoli, supportato dalle scene colossali e agevoli di Giò Forma, dai bei costumi evocativi di Gianluca Falaschi (suggestivo quello indossato dalla protagonista nel II e nel III atto, con l’azzurro del cielo e della purezza che vira verso il rosso del sangue, quasi un omaggio ai colori delle albe romane), le luci nitide e pregnanti di Antonio Castro e gli efficaci video di D-Wok. Per lo scrivente, tra le idee più convincenti e toccanti si annovera il finale, con il “doppio” di Tosca che, fluttuando nell’aria al rallenty, cade dagli spalti di Castel Sant’Angelo, il volto deformato dalla disperazione e dal dolore, suicidio ma, al contempo, ascesa al cielo dell’eroina pucciniana.
Teatro esaurito e, al termine, festante successo da parte di un pubblico internazionale, con accoglienza trionfale per Stikhina, Sartori, Enkhbat e Gamba.

Teatro alla Scala – Stagione 2024/25
TOSCA
Melodramma in tre atti
Libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa
Musica di Giacomo Puccini

Floria Tosca Elena Stikhina
Mario Cavaradossi Fabio Sartori
Il barone Scarpia Amartuvshin Enkhbat
Il sagrestano Marco Filippo Romano
Cesare Angelotti Li Huanhong
Spoletta Carlo Bosi
Sciarrone Costantino Finucci
Un carceriere Xhieldo Hyseni
Un pastore Valentina Diaz

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Coro di Voci Bianche dell’Accademia Teatro alla Scala
Direttore Michele Gamba
Maestro del coro Alberto Malazzi
Maestro del coro di voci bianche Bruno Casoni
Regia Davide Livermore ripresa da Alessandra Premoli
Scene Giò Forma
Costumi Gianluca Falaschi
Luci Antonio Castro
Video D-Wok

Produzione Teatro alla Scala
Milano, 28 marzo 2025

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