Il teatro come luogo dell’impossibile. Un luogo dove può anche accadere che il protagonista, poco dopo essere spirato su una musica di una sconcertante modernità, riprenda improvvisamente vita al ritmo di una gioiosa marcia e – sconfitti i nemici – coroni il suo sogno d’amore. È accaduto proprio questo al Festival della Valle d’Itria di Martina Franca, dove è andato in scena Tancredi di Gioachino Rossini, con i due finali, l’uno tragico e l’altro lieto.
La vicenda è nota: il capolavoro rossiniano, ispirato a una tragedia di Voltaire, fu licenziato nel 1813 per La Fenice di Venezia con un finale lieto. Qualche settimana dopo la prima, per una ripresa a Ferrara, Rossini scrisse invece un finale tragico, coerente con la fonte, su testo del nobile bresciano Luigi Lechi, amante del mezzosoprano interprete di Tancredi, Adelaide Malanotte. Quest’ultimo spartito, inspiegabilmente perduto, fu ritrovato a metà degli anni Settanta del secolo scorso negli archivi della famiglia Lechi, nel palazzo di Montirone, vicino Brescia, dove ancora oggi si trova gelosamente custodito. Fu Philip Gosset in persona a volare da Chicago in Italia e a certificare con tutta la sua autorevolezza l’autenticità dello spartito stesso. Che contiene una pagina per certi versi sconvolgente per la sua scarna essenzialità, quasi monteverdiana nell’ispirazione: un arioso su semplici accordi degli archi con l’aggiunta di due clarinetti, una musica che si fa incontro al silenzio restituendo plasticamente il dileguarsi di tutto ciò che è terreno.
È doppiamente difficile – dal punto di vista drammaturgico e da quello strettamente musicale – costruire una narrazione che renda in qualche modo plausibile l’avvicendarsi dei due finali. A Martina Franca, il direttore Sesto Quatrini è riuscito nell’impresa, smussando lo stacco tra i due momenti, alleggerendo e stemperando l’orchestra nel finale lieto, senza uno iato molto forte con il momento precedente, dando davvero l’idea che si trattasse di una sorte di sogno e che il vero finale fosse quello spiazzante appena risuonato.
Analogo problema aveva il regista Andrea Bernard, ma in questo caso, la sua scelta rientrava nella concezione generale che ha impresso all’opera, ardita e non del tutto convincente, ma comunque in sé stessa coerente. Ovvero questa: adottare uno sguardo esterno, quello di un bambino che funge da alter ego di Tancredi, che vive la realtà come una sorta di grande gioco e che può quindi permettersi anche di trasformare la tragedia in possibilità, la morte in rinascita: è lui, con il suo Superman giocattolo, a ribaltare la sorte dell’eroe, facendolo tornare in vita.
Premesso che mettere in scena Tancredi è una vera sfida, perché l’intreccio è drammaturgicamente debolissimo, Bernard sceglie di ambientare la vicenda in uno scenario di guerra contemporaneo, ricreato dallo scenografo Giuseppe Stellato, efficacemente illuminato da Pasquale Mari, con i costumi di Ilaria Ariemme. Sul palco si vede così un parco giochi devastato da un bombardamento, un luogo che non dovrebbe mai essere toccato dalla violenza e che proprio per questo ne rivela tutta l’assurdità. La guerra è passata, il gioco è finito, ma il bambino (un bravissimo Carlo Buonfrate) insiste nel cercare la pace in mezzo a queste rovine. Qui si intrecciano le due dimensioni della storia, quella pubblica e quella privata, e qui davvero tutto è possibile: anche che l’eroe non muoia, che Amenaide venga creduta, che l’amore trionfi. Ciò che non convince pienamente di questa impostazione è proprio il suo chiudersi in questa dimensione di perenne conflitto e quindi il suo insistere sulla violenza, con momenti piuttosto forti, a fronte di una musica e di un libretto che invece talvolta dicono altro. Soprattutto, stride il confronto con l’ispirazione rossiniana che ha ovunque del miracoloso e serba in sé una sorta di canoviana purezza, che trasfigura anche i più aspri conflitti in un superiore equilibrio.
Di questo carattere ha invece piena contezza il direttore Quatrini, che, alla guida dell’Orchestra dell’Accademia della Scala, offre una lettura squisita per precisione ritmica, levigatezza sonora, capacità di sostenere il canto e di creare una tensione drammatica sempre cogente. Con tutto ciò, l’impasto timbrico è prezioso, il peso sonoro accuratamente calibrato, il fraseggio duttile.
Nel complesso all’altezza dell’arduo compito la compagnia di canto, capitanata dalla giovanissima Yulia Vakula, cantante russa al suo debutto assoluto in un’opera: la voce ha il colore brunito di autentico mezzosoprano, calda e omogenea, l’interprete è parsa persuasiva anche nella pronuncia italiana (pur non parlando la nostra lingua) e siamo certi che potrà crescere ancora. Al suo fianco, l’Amenaide liliale e musicalissima di Francesca Pia Vitale, peraltro ottima anche nei virtuosismi, mentre Adolfo Corrado ha sfoggiato una voce importante e una incisiva interpretazione quale protervo Orbazzano. Eccellente la prova di Dave Monaco nella difficilissima parte di Argirio, che ha affrontato con puntuale consapevolezza stilistica, con una voce da autentico tenore rossiniano, agile e timbrata. Molto brave anche Hinano Yorimitsu (Isaura) e Giulia Alletto (Roggiero): precise, intonate, scenicamente disinvolte. Il Lucania e Apulia Chorus, guidato da Luigi Leo, al debutto in una produzione operistica, si è disimpegnato con esito nel complesso discreto. Vivo successo per tutti. 




Festival della Valle d’Itria 2025
TANCREDI
Melodramma eroico in due atti
Libretto di Gaetano Rossi
Musica di Gioachino Rossini
Edizione critica a cura di Philip Gossett
edita dalla Fondazione Rossini di Pesaro
Esecuzione con il finale della prima versione per
il Teatro La Fenice di Venezia (6 febbraio 1813)
e a seguire della versione per
il Teatro comunale di Ferrara (21 marzo 1813)
Argirio Dave Monaco
Tancredi Yulia Vakula
Orbazzano Adolfo Corrado
Amenaide Francesca Pia Vitale
Isaura Hinano Yorimitsu
Roggiero Giulia Alletto
Orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala
Direttore Sesto Quatrini
L.A. Chorus, Lucania & Apulia Chorus
Maestro del coro Luigi Leo
Regia Andrea Bernard
Scene Giuseppe Stellato
Costumi Ilaria Ariemme
Light designer Pasquale Mari
Nuova produzione del Festival della Valle d’Itria
Martina Franca, 26 luglio 2025

