Con una certa coerenza con lo spirito belle époque della città, l’Opera di Losanna ha sempre avuto una particolare affinità con il repertorio francese — in special modo quello più comico o “leggero” — del periodo compreso tra il Secondo Impero alla Prima guerra mondiale. In questa tradizione, dunque, s’inserisce a pieno titolo l’opera inaugurale della stagione 2025-2026, Don Quichotte di Jules Massenet. “Commedia eroica”, recita il sottotitolo, in cinque atti (ma due ore scarse di musica) che prova, non senza difficoltà, a ridurre il complesso romanzo di Cervantes in un’azione teatrale per le scene operistiche: e se non è una delle composizioni più note di Massenet, non si tratta nemmeno di un’assoluta rarità. Al contrario, vediamo sempre più spesso affacciarsi questo titolo sulle locandine in Francia e non solo.
Forse la nobiltà d’intenti, l’idealismo, la poesia di Don Chisciotte tornano a far sognare un mondo pieno di ingiustizie da sanare? La riduzione del romanzo, in ogni caso, non pone pochi problemi a chi affronta la regia dell’opera, che inizia in medias res, con un Don Chisciotte già cavaliere della trista figura che incontra la bella Dulcinea, per ricevere da quella una pericolosa missione da compiere. Innanzitutto: da quale punto di vista guardare le mirabolanti avventure dell’hidalgo della Mancha? Dall’esterno, da quello di un passante che vede un cavaliere armato correre contro dei mulini a vento? o dall’interno, palesando l’immaginazione del protagonista? Bruno Ravella, che torna all’inaugurazione dell’Opera di Losanna dopo il Guillaume Tell dell’anno precedente, opta per la seconda strada, riempiendo il palco di luci colorate, paesaggi immaginari, versi del libretto che, calati dall’alto, diventano oggetti di scena. Il momento più riuscito è certamente quello della carica contro i mulini, in cui gli enormi arti dei giganti che Don Chisciotte è convinto di vedere appaiono realmente sulla scena, per un effetto simile a quello delle surreali animazioni di Terry Gilliam nei film dei Monty Python. Siamo allora in un mondo onirico, o in una sorta di follia (Fu per lui la gran ventura / morir savio e viver matto recita d’altronde l’epitaffio di Don Chisciotte alla fine del romanzo). Un distacco dalla realtà, una fuga? Per il regista, che esplicita la sua idea nelle note di sala, è più prosaicamente la mente di un uomo affetto da demenza senile. Eppure, nella sua mancanza di lucidità, non è forse Don Chisciotte il più lucido di tutti? «Un folle, ma un folle sublime» dirà Dulcinea nel quarto atto. Lo stesso «folle sublime» che, nella bella scena dei briganti (una masnada alquanto improbabile che sembra uscita dai Pirates of Penzance di Gilbert & Sullivan) che si eleva, come una sorta di novello Cristo, a redimere i malfattori.
Manca forse, in mezzo a tutto ciò, un po’ di contesto, e qualche spunto di drammaturgia. Manca uno sfondo, delle contro-scene che mostrino, in controluce, la vita reale di Alonso Quijano, chi sia, cosa succeda al di fuori dei suoi sogni e della sua mente. Insomma, restano alcune domande aperte. Ma se invece queste domande fossero invece lasciate volutamente irrisolte?
Ciò che è chiarissima, invece, è l’impostazione musicale data da Massenet al personaggio di Don Chisciotte. Un basso d’imponente nobiltà (basti pensare che ne fu primo interprete Fëdor Šaljapin), tutto grandi ideali in lunghe frasi ampie e cantabili: si tratta forse della quintessenza di quei bassi grand-seigneur tipici del repertorio francese. Insomma, un cavaliere-poeta che ricorda molto un’altra figura che, negli stessi anni, conquistava i teatri francesi: quella di Cyrano de Bergerac. A Nicolas Courjal non manca l’intenzione per tutto questo, ma la rotondità del timbro e l’eleganza della declamazione sono evidenti solo quando la scrittura resta sufficientemente grave: al disopra del rigo, invece, fatica a mantenere la stessa nobiltà, con un vibrato eccessivo e sovente stimbrato. Va molto meglio nei toni più eroici quando l’hidalgo promette battaglia, o in certe mezzevoci («Elle m’aime») dal tono sognante.
Non esisterebbe Don Chisciotte senza il suo fidato Sancho Panza, contraltare “materialista” all’idealismo del cavaliere (d’altronde gli è stata promessa un’isola) ma poi ardente difensore dei suoi grandi sogni. Marc Barrard si destreggia alla perfezione nel declamato e con ottima verve comica incalza sempre il protagonista, ma sa trovare anche accenti ben più nobili in un «Riez du pauvre idéologue» in cui recupera tutta la sua grandezza.
Resta Dulcinea del Toboso, la contadina che, nel romanzo, il cavaliere errante immagina gran dama, e che, nella regia di Ravella, si trasforma in una meneuse de revue di un cabaret parigino, inseguita da uno stuolo di amanti. Stéphanie d’Oustrac, mezzosoprano dal repertorio quasi equamente diviso tra il barocco e l’Ottocento francese (potremmo dire: da Bach a Offenbach), sembra essere l’interprete ideale per questa Dulcinea, che l’opera rende assai più civettuola dell’originale di Cervantes. Con agilità tornite (e colorature spagnoleggianti à la Carmen), linee melodiche sempre raffinate e delicate e una grandissima attenzione al testo, D’Oustrac sembra perfettamente calarsi nel ruolo di una cantante di varietà.
Anche l’Orchestre de Chambre de Lausanne guidata da Laurent Campellone sembra fedele a quest’impostazione offenbachiana, in particolare nel primo atto, e la cosa non mancherebbe di coerenza, se non finisse per appiattire spesso le dinamiche su un tonitruante fortissimo, dimenticando il raffinato melodismo di Massenet e il suo gusto per l’orchestrazione. In un’opera tutta fondata sulle voci medio-gravi (i protagonisti sono un basso, un baritono e un mezzo-soprano), i colori orchestrali sono a loro volta basati sul corno inglese (qui ottimo nei suoi soli), su viole e violoncelli, sui corni. Un peccato, allora, che queste sonorità finiscano talvolta per sparire in mezzo all’orchestra (ne è un esempio l’aria di Don Chisciotte «Quand apparaissent les étoiles» in cui i violini in sovracuto non dovrebbero coprire la dolcissima melodia del corno inglese…)
Altro elemento interessante della scrittura di Don Quichotte è il sapiente uso del contrappunto da parte di Massenet: canoni e imitazioni punteggiano gli interventi del coro dell’opera di Losanna, preparato con precisione da Alessandro Zuppardo, e del quartetto di pretendenti di Dulcinea (Andrea Cueva Molnar, Herlinde Van de Straete, Maxence Billiemaz, Jean Miannay) che disegnano con eleganza, leggerezza e giusto senso comico (malgrado qualche piccola rigidità) i quattro amici.
In ogni caso, il Don Quichotte presentato a Losanna può dirsi ben riuscito, visti gli applausi che salutano con entusiasmo tutti gli interpreti e la squadra creativa, e apre una stagione quasi tutta giocata su titoli meno comuni ma di grande interesse.
E così la morte di Don Chisciotte, alla fine, cantata con grande umanità e partecipazione da Nicolas Courjal nobilita fino in fondo, non senza un po’ di malinconia, il Cavaliere della trista figura. Perché in fondo, come cantava un altro poeta:
«E anche se siamo soltanto due romantici rottami,
sputeremo il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte:
siamo i Grandi della Mancha, Sancho Panza… e Don Chisciotte!»





Opéra de Lausanne
DON QUICHOTTE
Comédie héroïque in cinque atti
Libretto di Henri Cain dalla pièce
Le Chevalier de la Longue-Figure di Jacques Le Lorrain,
tratta da Don Chischiotte di Miguel de Cervantes
Musica di Jules Massenet
Dulcinée Stéphanie d’Oustrac
Don Quichotte Nicolas Courjal
Sancho Marc Barrard
Pedro Andrea Cueva Molnar
Garcias Herlinde Van de Straete
Rodriguez Maxence Billiemaz
Juan Jean Miannay
Il capo dei banditi Giulio Foresto
Banditi Nicolas Charoud, Gabriel Colin, Romain Favre
Valletti Pier-Yves Têtu, Mohamed Haidar
Orchestre de Chambre de Lausanne
Direttore Laurent Campellone
Coro dell’opera di Losanna
Maestro del coro Alessandro Zuppardo
Regia Bruno Ravella
Scene Leslie Travers
Costumi Gabrielle Dalton
Luci Ben Pickersgill
Losanna, 5 ottobre 2025

