La stagione 2025/2026 del Grand Théâtre de Genève si apre, come l’anno scorso, sotto il segno di Richard Wagner. Se nel 2024 la serata inaugurale era stata dedicata a Tristano e Isotta, tocca ora a Tannhäuser marcare l’inizio dell’annata operistica sulle rive del Lemano.
Il Grand Théâtre (e la Deustche Oper di Berlino che co-produce lo spettacolo) aveva inizialmente fatto appello a Tatjana Gürbaca per ideare la messinscena di questo Tannhäuser, ma la regista tedesca, per ragioni di salute, aveva dovuto abbandonare l’incarico lo scorso giugno. È stato così richiamato Michael Thalheimer per portare a termine il lavoro iniziato da Gürbaca: richiamato, perché lo stesso Thailheimer era stato regista del Tristano di un anno fa, e di un Parsifal presentato sempre a Ginevra nel 2023: occasione, dunque, per chiudere una sorta di trilogia wagneriana.
La mise-en-scène di quel Tristano era stata, nel suo minimalismo, a dir poco deludente, con una scena vuota in cui non sembrava accadere mai nulla. Dominava la vista un elemento lineare, un grande rettangolo. Stavolta, per Tannhäuser, abbiamo invece un grande cerchio rotante su cui l’eroe wagneriano cammina incessantemente durante il primo atto (come un criceto sulla sua ruota o come il protagonista di 2001: Odissea nello spazio?) mentre viene insidiato da Venere. In un’atmosfera sempre buia e cupa (se non per le bianche vesti di Elisabeth, e per i potenti led, che proprio come nel finale di Tristano, illumineranno la redenzione del protagonista), il grande cerchio resterà sempre sullo sfondo, privo di un particolare utilizzo.
Se le scene allora restano piuttosto vuote, tutto si gioca sulla caratterizzazione dei personaggi e sui loro gesti e movimenti. Abbiamo un Tannhäuser debosciato e fiaccato dai vizi del Venusberg, che si contrappone al circolo dei trovatori, intellettuali dandy, come si contrappone la candida purezza di Elisabeth alla sensualità di Venere. Le poche altre idee, per il resto, sembrano non essere che dei riempitivi: e se nel baccanale iniziale non succede assolutamente nulla in scena, quando Tannhäuser invoca Maria compare una figurante vestita come la statua della Madonna di Lourdes, o nella lunga preparazione della gara canora, prima di introdurre qualche gag dei poeti che lascia un po’ il tempo che trova, Thailheimer non ha altre idee che far intervenire delle ragazze armate di spazzoloni a ripulire la scena come un campo di pallavolo durante un time-out. Altri elementi, più interessanti, non sembrano essere sfruttati fino in fondo: fin dal preludio fanno capolino alcuni personaggi con teste di animali, che si riveleranno poi essere i trovatori colleghi di Tannhäuser: ma il travestimento verrà usato al solo scopo di giocare uno scherzo crudele a Heinrich che, alla fine del primo atto, si ritroverà sul capo una testa d’asino. Forse Thailheimer non è riuscito a trovare altro uso a un’idea di Tatjana Gürbaca? Né, ancora, è ben chiaro perché il peccato in cui è caduto il protagonista debba per forza essere simboleggiato da copiose secchiellate di sangue che Tannhäuser si lancia addosso, in un’opera in cui – per una volta – non ci sarebbe violenza… Un altro problema resta irrisolto: il ruolo del coro dei pellegrini, così fondamentale nell’economia musicale dell’opera. Chi siano questi pellegrini non è dato sapere: non un costume, non un movimento, non una caratteristica li identifica. Sembra quasi che il regista non si sia proprio posto la questione, ma è difficile credere a una lettura di Tannhäuser che tratta i pellegrini quasi alla stregua di comparse.
Vale la solita legge: quando il teatro offre poco, spetta ai cantanti (e, in particolare in Wagner, all’orchestra) e alla resa musicale supplire a quanto non si vede sulla scena. L’obiettivo è raggiunto solo in parte. Il problema principale: Tannhäuser è probabilmente il meno wagneriano dei tenori wagneriani, mentre lo svedese Daniel Johansson è specialista dei più gravosi ruoli tedeschi (nella trilogia ginevrina, aveva già sostenuto la parte di Parsifal). Il suo canto eroico gli permette un’ottima proiezione oltre alla solidità di acuti ben tenuti (come quando esclama «Mein Heil ruht in Maria!» o quando pare risvegliarsi alla fine del primo atto al nome di Elisabeth), malgrado spesso la voce, salendo in acuto, tenda ad avvicinarsi a un limite oltre il quale il suono appare affaticato e ingolato, specie verso la fine dell’opera con il lungo racconto del pellegrinaggio. Certo, è un Tannhäuser che il vizio, prima, e il mancato perdono, poi, ha indebolito e incattivito – e questo può spiegare l’asprezza di certi accenti o la foga con cui affronta la gara di Wartburg. Non passa però inosservata una certa mancanza di musicalità, di legato, di gusto lirico insomma in un «Dir töne Lob!» che dovrebbe invece avvicinarsi al Lied: Johansson sembra sempre cantare, anche quando l’accompagnamento si riduce a una sola arpa, come se dovesse sovrastare un’immensa orchestra.
Risplende allora, al contrario, il Wolfram von Eschenbach di Stéphane Degout, di cui si conosce la nobiltà del timbro con i suoi gravi ricchi di armonici. Convince soprattutto, in questo caso, il modo con cui Degout cesella ogni parola e incarna ogni emozione, passando dalla sincera amiciza con cui si rivolge a Heinrich (anche nel rimproverarlo per la sua condotta) a una sorta di rispettosa malinconia (quei piani in acuto nella canzone di Wartburg!) che mostra di aver accettato, non senza dolore, l’impossibilità dell’amore provato per Elisabeth. C’è insomma nel canto di Degout tutta l’umanità di cui il baritono francese ha sempre dato prova nei suoi frequenti incontri con il repertorio tedesco: nel Cristo della Passione secondo Matteo come nel Wozzeck di Berg, passando per i Lieder di Schubert.
Le due donne che si contendono Tannhäuser sono incarnate dalla voce vellutata e raffinata di Victoria Karkacheva (Venere), piena di bei legati e portamenti (ma la dizione tedesca resta talvolta un po’ confusa), e da Jennifer Davis, luminosa fin dalla sua prima apparizione, con un «Dich, teure Halle» solido e vigoroso, ma capace anche di pianissimi ben curati.
Franz-Josef Selig è un langravio dai caratteri piuttosto paterni: il suo invito a Heinrich a unirsi ai pellegrini diretti a Roma appare più come un’amorevole raccomandazione che un perentorio ordine. Poiché si rappresenta la versione di Vienna (forse Dresda sarebbe stata più conveniente a una regia che non ha saputo cosa fare di venti minuti di baccanale e che invece ha provato a caratterizzare maggiormente i trovatori?) il club dei Minnesänger non ha che un ruolo “corale”: Julien Henric (Walther), Jason Bridges (Heinrich der Schreiber) e Raphaël Hardmeyer (Reinmar) se la cavano degnamente. Solo Mark Kurmanbayev (Biterolf) ha diritto a una vera aria, in cui, dopo una piccola esitazione iniziale, trova il giusto tono infiammato e violento per la sua invettiva.
Il coro del Grand Théâtre non manca all’appuntamento di un’opera che annovera alcune delle pagine corali più belle del repertorio, che affronta con la precisione e la pulizia di un canto sacro. La direzione di Mark Elder alla testa di un’Orchestre de la Suisse Romande sempre ottima nei suoi colori è caratterizzata da tempi piuttosto lenti (ma va dato conto di un brutto décalage tra coro e trombe interne nel secondo atto) e da qualche soluzione interessante (certi diminuendo fino quasi al silenzio nella transizione tra ouverture e baccanale) ma in generale da una certa compostezza che assicura accompagnamenti mai troppo forti, ma d’altro canto il suono sembra sempre trattenuto anche quando l’apoteosi orchestrale necessiterebbe di dare pieno sfogo ai tromboni che annunciano il tema dei pellegrini sotto le rapide scale dei violini.
Come se la musica, insomma, restasse sempre un passo indietro: un risultato che sembra ben accompagnarsi ai toni neri e cupi di tutto lo spettacolo. Toni sempre neri e sempre cupi che però, nel complesso, impediscono di mostrare fino in fondo la duplicità di un Tannhäuser “conteso” tra la luce e l’ombra, con il risultato che, malgrado il generale buon livello della distribuzione canora, che riscuote un vivo successo ai saluti finali, si esce dopo quasi quattro ore e mezza di spettacolo con una certa sensazione d’incompletezza. 




Grand Théâtre de Genève – Stagione 2025/26
TANNHÄUSER
Opera in tre atti, versione di Vienna (1875)
Libretto e musica di Richard Wagner
Tannhäuser Daniel Johansson
Elisabeth Jennifer Davis
Venus Victoria Karkacheva
Herrmann, Landgraf von Thüringen Franz-Josef Selig
Wolfram von Eschenbach Stéphane Degout
Walther von der Vogelweide Julien Henric
Biterolf Mark Kurmanbayev
Heinrich der Schreiber Jason Bridges
Reinmar von Zweter Raphaël Hardmeyer
Ein junger Hirt Charlotte Bozzi
Vier Edelknaben Lorraine Butty, Louna Simon,
Roxane Macaudière, Anna Manzoni
Orchestre de la Suisse Romande
Direttore Mark Elder
Coro del Grand Théâtre de Genève
maestro del coro Mark Biggins
Regia Michael Thalheimer
Scene Henrik Ahr
Costumi Barbara Drosihn
Luci Stefan Bolliger
Drammaturgia Maximilian Enderle
Ginevra, 21 settembre 2025

