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Ginevra, Grand Théâtre – Pelléas et Mélisande

Quando Gabriel-Albert Aurier pubblicò nel 1891 sul Mercure de France un vero e proprio manifesto di pittura simbolista, indicò in cinque punti le caratteristiche dello stile:
«L’opera d’arte […] sarà: 1° Ideista, perché il suo unico ideale sarà l’espressione dell’Idea; 2° Simbolista, perché esprimerà quest’Idea attraverso le forme; 3° Sintetica, perché descriverà queste forme, questi segni, secondo un modo di comprensione generale; 4° Soggettiva, poiché l’oggetto non sarà mai considerato in quanto oggetto, ma in quanto segno di un’idea percepita dal soggetto; 5° (per conseguenza) decorativa — poiché la pittura decorativa […] non è che una manifestazione d’arte al contempo soggettiva, sintetica, simbolista e ideista.»

Di quest’introduzione abbiamo bisogno per parlare di Pelléas et Mélisande di Claude Debussy presentato al Grand Théâtre de Genève, in una produzione originata all’Opera fiamminga di Anversa, passata per Lussemburgo e ripresa per la seconda volta a Ginevra, finalmente dal vivo dopo una prima rappresentazione nel 2021 che la pandemia aveva costretto allo streaming. Perché il gioco di forme e di idee è il fulcro dello spettacolo immaginato da Sidi Larbi Cherkaoui e Damien Jalet, che sono, prima di tutto, due coreografi. Siamo allora agli antipodi del Pelléas iperrealista di Katie Mitchell di Aix-en-Provence: quest’Allemogne è fatta di forme geometriche, cerchi e cristalli (in una scenografia firmata nientemeno che da Marina Abramović), e proiezioni video di pianeti e galassie. Scelta che parrebbe più che appropriata, nello spirito simbolista.

Le immagini di scena, allora, restituiscono un mondo esteticamente appagante (per quanto le composizioni immortalate dall’obiettivo fotografico sembrino spesso più riuscite di come appaiono allo spettatore nel dipanarsi dello spettacolo). Ma in tutta questa armonia visuale, in questa simmetria, appunto, decorativa, resta una sensazione di freddezza, di distanza. Una sorta di mancanza di comunicazione tra l’universo dello spettacolo e quello evocato da Maeterlinck e Debussy.
Ammiriamo le costruzioni geometriche, ammiriamo l’abilità performativa degli otto danzatori del corpo di ballo del Grand Théâtre e dell’Eastman Dance Company che intervengono lungo tutto lo spettacolo, ora amplificando con i loro movimenti i gesti scenici dei personaggi, ora formando suggestive figure durante gli intermezzi sinfonici. Ammiriamo, dicevamo, l’eccezionale controllo di muscoli e articolazioni, ammiriamo le immagini… eppure resta un senso di vuoto, d’incompiuto. Vuoto e incompiuto che non corrisponde a un vago o un indefinito di leopardiana memoria: quello che invece ascoltiamo nella partitura.

L’impianto invece funziona quando le geometrie del paesaggio scenico assumono veramente un ruolo teatrale. Sono i capelli di Mélisande che, diventati lunghi fili (un mezzo assai caro a Cherkaoui, per chi ricorda il suo Idomeneo ginevrino) intrappolano vicendevolmente nella loro rete Golaud, Pelléas e infine Mélisande stessa. Ma in altri frangenti, solo i colori orchestrali distinguono il locus amoenus della fontana in cui giocano Pelléas e Mélisande dal locus horribilis della grotta in cui Golaud invia la sfortunata moglie a cercare l’anello perduto. Manca insomma quella dimensione sintetica che Aurier ci dice necessaria per l’arte simbolista, e che dà senso al simbolo secondo le sue percezioni soggettive. Manca insomma, per gran parte della serata, il legame tra le forma e l’idea che deve riflettersi nella trama e nella psicologia dei personaggi.

Per fortuna, allora, che in buca c’è l’Orchestre de la Suisse Romande. Un’orchestra che, fin dai tempi di Ernest Ansermet, è assai legata a Debussy e al repertorio coevo. Il suono diafano e la precisione quasi cameristica fanno dimenticare le dimensioni di un’orchestra sempre a suo agio in tutta la tavolozza dinamica e coloristica, che disegna i contrasti di luce e ombra ora con flauti e violini eterei, ora con i toni scuri dei fagotti e corni. Juraj Valčuha guida con estrema perizia questa macchina meravigliosa, disegnando le melodie e accompagnando certi diminuendi fino al nulla di rara perfezione. Ma è come se non si sentisse mai una tensione, una difficoltà, un’incertezza. Tutto accade naturalmente: la musica fluisce dalle mani di Valčuha all’orchestra, e nella sala, e il triplo pianissimo delle trombe negli accordi finali dell’opera lascia un senso di sublime, irreale bellezza.

Sul versante canoro, si dovrà osservare il fatto che nessuno dei protagonisti è di madrelingua francese: con il risultato che, alle volte, il testo risulta scandito con più attenzione al ritmo scritto che al flusso naturale della prosa di Maeterlinck. Il che non impedisce ai tre protagonisti di offrire un’ottima prova, pur nella diversità degli stili. Perché Leigh Melrose fa di Golaud un marito-padrone crudele e violento, usando ogni possibile effetto teatrale, compreso il parlato, per tratteggiare un antagonista irrequieto (un esempio: i ripetuti oui del quinto atto, quando Golaud chiede alla morente Mélisande la confessione della sua colpevolezza, non sono uno uguale all’altro, ma accompagnano la discesa di Golaud dalla certezza alla disperazione). Un canto duro, senza grazia, e che restituisce l’idea di un personaggio assai verista: ed è un’interpretazione chiaramente possibile, per quanto distante dal mondo onirico dello spettacolo.

Il Pelléas di Björn Bürger ha un’aria luminosa, di una dolcezza quasi belcantista sfoggiando un bel legato e una voce che, al centro, è delicata ed elegante, perfetta per le scene amorose. Peccato che gli acuti, che risentono di qualche difficoltà, risultino ogni tanto appiattiti e privi della stessa finezza timbrica. La norvegese Mari Eriksmoen, che assieme a Melrose è stata presente in tutte le riprese di questa produzione, dà a Mélisande una voce sottile ma che risalta nella tessitura acuta, dove le note acquistano una risonanza particolarmente brillante. Al contempo, conferisce ai gravi non meno sollecitati dalla scrittura di Debussy, specie verso la fine dell’opera, un colore caldo, che tratteggia una Mélisande più matura rispetto agli accenti quasi infantili del primo incontro con Golaud, e alla frivola lucentezza di quello con Pelléas. E quanta dolcezza in «Mes longs cheveux»…

Nicolas Testé esordisce con gravitas quasi spettrale, costruendo pian piano lungo l’opera l’umanità del personaggio del re Arkel fino a conferirgli, nel finale, un carattere compassionevole. Sophie Kock dà a Geneviève i tratti di ua madre distante e piuttosto autoritaria. Brava Charlotte Bozzi nel rendere Yniold credibile, trasmettendo assieme alle melodie infantili un senso di malessere per le violenze di cui il piccolo è vittima. Per concludere, Mark Kurmanbayev assolve con precisione ai brevi ruoli del pastore e del medico.

Insomma, dispiace un po’ che l’approccio geometrico di Cherkaoui e Abramović non risulti, in fondo, che in un’estetica fine a se stessa, che appaga gli occhi ma che difetta di una caratterizzazione teatrale. Ci dice ancora Aurier che nella pittura simbolista «i simboli, ossia le Idee, sorgono dalle tenebre, si animano, iniziano a vivere una vita che non è più la nostra vita contingente e relativa». Questo mancava nelle composizioni decorative che abbiamo visto sul palco del Grand Théâtre. A sopperire, e a corrispondere perfettamente alla definizione, è stata la sublime esecuzione dell’Orchestre de la Suisse Romande, vera trionfatrice della serata. Lo testimoniano d’altronde gli applausi finali: perché il più forte boato d’approvazione dal pubblico arriva proprio nel momento in cui, con il tradizionale gesto, Juraj Valčuha indica, dal palco, la buca dell’orchestra.

Grand Théâtre de Genève
PELLÉAS ET MÉLISANDE
Dramma lirico in cinque atti e dodici quadri
Libretto tratto dal dramma di Maurice Maeterlinck
Musica di Claude Debussy

Pelléas Björn Bürger
Mélisande Mari Eriksmoen
Golaud Leigh Melrose
Arkel Nicolas Testé
Geneviève Sophie Koch
Yniold Charlotte Bozzi
Un berger / Un médecin Mark Kurmanbayev

Orchestre de la Suisse Romande
Direttore Juraj Valčuha
Coro del Grand Théâtre de Genève
Maestro del coro Mark Biggins
Corpo di ballo del Grand Théâtre de Genève
e Eastman Dance Company

Regia e coreografia Damien Jalet e Sidi Larbi Cherkaoui
Scene Marina Abramović
Costumi Iris van Herpen
Luci Urs Schönebaum
Video Marco Brambilla
Drammaturgia Koen Bollen

Ginevra, 26 ottobre 2025

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