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Ginevra, Grand Théâtre – Dido and Æneas

La breve durata di Dido and Æneas di Henry Purcell, una cinquantina di minuti scarsa, fa sì che, nella maggior parte dei cartelloni, la più nota pagina del barocco inglese venga proposta in double bill, in abbinamento a un altro melodramma di analoga lunghezza. Spesso, gli accostamenti sono piuttosto arditi, creando dialoghi tra il Seicento e la musica del Novecento: e abbiamo visto, ad esempio, Purcell affiancato a Kurt Weill o a Šostakovič. Al Grand Théâtre de Genève invece, per uno spettacolo previsto nella stagione 2021 e prodotto solamente in streaming, e ora riproposto finalmente dal vivo nel quadro del Festival Antigel, la rassegna ginevrina dedicata alle arti contemporanee, la scelta è invece stata quella di includere la musica di Purcell all’interno di un più ampio spettacolo teatrale curato dalla compagnia di danza belga Peeping Tom e punteggiato da composizioni originali di Atsushi Sakai.

Anche la direzione musicale della serata si svolge in alternanza: l’ensemble Le Concert d’Astrée, in buca, vede la bacchetta passare dalle mani di Emmanuelle Haïm per i brani di Purcell a quelle di Sakai (quando non si trova sul palco a suonare in scena il violoncello) per i brani di nuova composizione.

L’idea di Franck Chartier, che firma la regia dello spettacolo, è di presentarci una Didone (interpretata magistralmente dall’attrice Eurudike De Beul) come l’anziana e non più lucida regina di un mondo surreale, che vive nel ricordo e nella nostalgia di un amore perduto in gioventù ed è ossessionata dall’opera di Purcell, che esige essere eseguita ogni giorno da un’orchestra riconosciuta come “presente” all’interno della finzione teatrale e da quattro solisti che altro non sono che parte della servitù personale della nobildonna.

Insomma, è come se si reinserisse la recita di Didone ed Enea nel contesto forse originale di una masque di corte: e questo giustifica anche il ridotto numero di cantanti che sostengono ruoli multipli, anche tra loro antagonisti: chi canta la Didone di Purcell è anche la maga e lo spirito (un’allusione forse al fatto che la stessa Didone-attrice abbia invece allontantato il suo Enea volontariamente?), Belinda e la seconda dama sono anche le due assistenti dell’incantatrice, mentre Enea copre anche l’intervento del Marinaio.

L’idea di contestualizzare la vicenda di Didone ed Enea dentro un contenitore più ampio in cui dare libero sfogo all’estro surreale di Peeping Tom, i cui danzatori mostrano un incredibile controllo dei movimenti, non è di per sé malvagia, come d’altro canto gli interventi recitati, pur nella loro non sempre facile comprensione, sono ben costruiti con una sottile ironia, e le immagini che la scena offre sono sempre visivamente assai suggestive. La realizzazione tecnica è eccellente.

Il problema è nel bilanciamento: perché gli inserti sono, a conti fatti, più lunghi dell’opera originale e le interruzioni della partitura di Purcell così frequenti, che più che contestualizzata l’opera sembra invece annegata all’interno di scene che si ha l’impressione potrebbero essere risolte in un tempo assai minore, e che sembrano spesso prolungarsi inutilmente. Né molto aggiungono le nuove musiche: le sonorità concepite da Sakai non sono che un sottofondo alla recitazione e assomigliano prevalentamente a quella musica d’atmosfera in loop che si ascolta nei videogiochi horror: lunghi accordi dissonanti, qualche nota estrema negli acuti degli archi, rapidi interventi sinistri del controfagotto (in versione barocca, uno strumento-monstre lungo più di due metri!), una melodia modaleggiante del flauto dolce… Si saluta ovviamente la perizia degli orchestrali nell’eseguire su strumenti antichi un repertorio di epoca completamente differente, ma insomma la sensazione durante la maggior parte degli inserti è quella di impaziente attesa per il ritorno della musica di Purcell.

L’altro problema delle nuove musiche è, in realtà, il loro scarso dialogo con la partitura dell’opera, malgrado i brani di Purcell, spesso basati su semplici progressioni o sull’ostinato del ground bass si prestino con facilità ad “espansioni” ad esempio usando linguaggi più tipici del jazz sulla stessa base armonica. Non accade questo invece che una sola volta nell’arco di tutta la rappresentazione: i due piani restano allora così del tutto separati, non veramente integrati. Ed è un peccato, perché invece le coreografie di Peeping Tom sembrano essere azzecatissime nelle danze scritte da Purcell, e avrebbero tutto da guadagnare in loro prolungamenti che attraversino barriere temporali e stilistiche.

D’altro canto, il barocco di Emmanuelle Haïm, di solito assai vivace, percussivo e giocato su grandi contrasti sembra invece più spento, meno vigoroso rispetto a quel che siamo abituati: ma la diluizione del dramma ne riduce l’impellenza, rende tutto più lungo e più stanco. Anche per le voci la situazione è resa più complicata dalla discontinuità dell’azione e da una messinscena che relega i solisti a poco più che comparse sul palco. Marie-Claude Chappuis (Didone/la maga/lo spirito) fa valere una voce morbida e i cui gravi, pieni e caldi, sono messi in luce in particolare negli interventi dello spirito e della strega (in cui la cantante prova a differenziarsi dal ruolo di Didone esagerando i suoni consonantici). Se le agilità da innamorata («Whence could so much virtue spring») risultano precise e levigate, nei lamenti, compreso l’arcifamoso «When I am laid in earth», complice i tempi rallentati, i suoni nel registro acuto tendono invece a una certa asprezza: ma trasmette anche un senso di oppressione e di abbandono, che risalta in particolare nell’attacco, in pianissimo di «Peace and I are strangers grown».

La Belinda di Francesca Aspromonte (anche seconda maga) si distingue invece per la trasparenza delle agilità e per la chiarezza di «Pursue thy conquest, Love», mentre la più luminosa e giovanile Yuliia Zasimova (prima maga e seconda dama) offre un ottimo supporto negli assiemi delle dame e delle streghe, per quanto si trovi un po’ più in difficoltà in «Oft she visits».
Convince Jarrett Ott con il suo Enea imperioso e virile, forte di una voce da baritono profonda ma sempre chiara, utile anche nella chiamata militareggiante del marinaio, anche se la maledizione agli dèi («Yours, be the blame ye gods») potrebbe essere più partecipata.

Resta l’importante ruolo del coro del Grand Théâtre de Genève che la messinscena dispone su un balcone come membri di un parlamento che commenta la vita privata della regina. La distanza creata in questo modo non aiuta i contrasti dinamici e di articolazione né i dialoghi con i solisti, di cui il coro riprende spesso temi e parole. Ad esempio, lo staccato di «Cupid only throws the dart» è ben azzeccato, ma sempre sul limite dello scollamento: e in generale c’è sempre un deficit di immediatezza in un coro che dovrebbe avere caratteri quasi madrigalistici.

Insomma, la ricontestualizzazione di Dido and Æneas sarebbe una bella idea, se non ribaltasse i ruoli tra l’opera e il suo contorno, se non abusasse dei tempi, se non interrompesse così tanto la continuità della partitura. Meno interventi, più brevi e più centrati, avrebbero certamente aggiunto un livello di interesse teatrale: così invece, a parte le immagini certamente ben congegnate, e la bravura tecnica degli interpreti, Purcell resta ingabbiato in mezzo a troppo contenuto esterno, e a farne le spese sono innanzitutto i cantanti la cui esibizione sembra ridotta a un concerto interno a un altro dramma. Può «When I am laid» trasmettere fino in fondo l’idea di un lamento estremo se, al termine, chi canta Didone lascia semplicemente il palco? E resta la solita questione: si può scrivere sulla locandina il nome di un’opera che, in fondo, non è che un play within a play in un altro spettacolo?
Peccato, perché se solo la struttura attorno a Didone ed Enea fosse stata limitata, ad esempio, a un prologo e a degli intermezzi tra i diversi atti dell’opera originale, lasciando pur invariata la drammaturgia dello spettacolo (e levando, diciamo, una buona mezz’ora alle nuove musiche e scene), si sarebbe ottenuto un risultato assai migliore.

Grand Théâtre de Genève
DIDO AND ÆNEAS Z.626
Opera in tre atti
Libretto di Nahum Tate dall’Eneide di Virgilio
Musica di Henry Purcell
con composizioni originali di Atsushi Sakai

Didone / La maga / Lo spirito Marie-Claude Chappuis
Enea / Un marinaio Jarrett Ott
Belinda / Seconda maga Francesca Aspromonte
Prima maga / Seconda dama Yuliia Zasimova
Artisti della compagnia Peeping Tom:
Marie Gyselbrecht, Romeu Runa, Hun-Mok Jung,
Eurudike De Beul, Christina Guieb, Yi-Chun Liu, Brandon Lagaert

Le Concert d’Astrée
Direzione Emmanuelle Haïm e Atsushi Sakai
Coro del Grand Théâtre de Genève
Maestro del coro Mark Biggins
Regia e coreografia Franck Chartier
Scene Justine Bougerol
Costumi Anne-Catherine Kunz
Luci Giacomo Gorini
Drammaturgia Clara Pons

Ginevra, 20 febbraio 2025

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