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Festival di Salisburgo 2025 – Macbeth

Cominciamo dalla fine, cioè dai buu. Perché Krzysztof Warlikowski e il suo team sono stati abbastanza platealmente fischiati. Colpa di una lettura che si allontana dal libretto (interpretazioni per gli uni, eccessi per gli altri)? O magari a causa di un certo effetto di saturazione perché ormai il regietheater dopo la Germania ha conquistato l’Austria? Ma andiamo per ordine.

Questo Macbeth era in realtà una ripresa. Lo spettacolo andò in scena già due anni fa con lo stesso direttore (Philippe Jordan) e con un cast identico per i ruoli di Macbeth (Vladislav Sulimsky), di Lady Macbeth (Asmik Grigorian) e di Banco (Tareq Nazmi). Anche allora, raccontano le cronache, il pubblico disapprovò vigorosamente la regia. A ragione? Non avendo assistito alla creazione, non posso che giudicare da quello che ho visto, ovvero dalla “prima” dell’edizione dell’edizione 2025. Non è escluso che la messinscena e magari l’intera produzione ne escano migliorate. Indubbiamente, va reso globalmente omaggio al lavoro di Warlikowski: la sua non è una visione buttata giù in fretta, raffazzonando tutto quello che si è già visto. Idee ci sono. Forse, anche troppe, tanto da rendere poi il tutto difficilmente leggibile. Per Warlikowski, il problema non è il potere, non l’ambizione smisurata. Ma la filiazione. Di figli ce ne sono ovunque. Ci sono quelli che non vengono mai alla luce (l’opera si apre con il video che proietta Lady Macbeth dal ginecologo: a giudicare dal volto, le notizie non sono confortanti), quelli che vengono uccisi (la progenie del nobile scozzese Macduff), quelli che riescono a fuggire (Malcolm), quelli destinati a salire al trono (la discendenza di Banco). E poi tanti bambini si aggirano sul palcoscenico, magari con faccioni da adulti. Insomma, l’avremo capito: il bimbo è il re tanto da diventare un’ossessione psicanalitica. Indubbiamente, l’aria di Macduff “O figli, o figli miei… Ah, la paterna mano” ne esce illuminata da questa interpretazione drammaturgica. Warlikowski non sa fermarsi e aggiunge una stazione con un’enorme sala d’attesa dove compaiono pure le streghe (doppiate da bambine, guarda caso). Purtroppo, non tutto è lineare, ma lo spettacolo resta potente e il regista polacco riesce in un intento per nulla banale: ci inchioda alla sedia, obbligandoci a riflettere su un’opera che pensavamo di conoscere.

E comunque l’allestimento musicale non era certo sottotono. Innanzi tutto, c’è la nuova diva: Asmik Grigorian che ha da poco trionfato a Bastille, interpretando da sola il Trittico pucciano e sfoderando una paletta sconfinata di talenti. Li ritroviamo tutti nella sua Lady Macbeth. Dosa a suo piacimento un volume impressionante e un controllo tecnico belcantistico, mettendo l’uno e l’altro al servizio di una versione sempre misurata, mai incline agli eccessi. E che attrice consumata! Bravissimo (e applauditissimo) anche Vladislav Sulimsky: il baritono bielorusso ha dalla sua una massa vocale non comune accumunata a un timbro sempre vellutato e a uno stile giusto. Ne risulta un Macbeth mai volgare, e invece torturato, originale. Il Banco di Tareq Nazmi è perfettamente convincente e raffinatissimo. Così come la prestazione di Charles Castronovo in Macduff (nel 2023 c’era Jonathan Tetelman): l’italo-americano non è messo in valore da una parte abbastanza limitata (se ne lamentavano già i tenori ottocenteschi…), ma appena la musica gliene dà la possibilità conquista la scena con una musicalità indiscutibile. Impeccabili pure Davide Tuscano (Malcolm) e Natalia Gavrilan (dama di Lady Macbeth).

E infine, ci sono loro. I Wiener. Opulenti, senza essere ingombranti. Eleganti, senza leziosità. Sguazzano proprio nelle acque verdiane e regalano pura delizia al pubblico. Il merito va certo a ogni singolo musicista e pure al direttore svizzero. Philippe Jordan, che al momento della creazione due anni fa rimpiazzò Franz-Welser Möst, si conferma una scelta illuminata. Che vorremmo vedere più spesso sul podio dei teatri europei.

Salisburgo, 9 agosto 2025

 

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