È la «prima volta» di Dmitri Tcherniakov a Salisburgo. Quanto basta per accendere i riflettori. Poi, a ben vedere, quello del regista russo è un debutto duplice: non solo firma la sua prima produzione al festival austriaco, ma affronta anche il suo primo titolo del repertorio barocco. Fino ad ora si era fermato alle due Iphigénie di Gluck. Insomma, ce n’è abbastanza per correre a vedere questo Giulio Cesare in Egitto senza eccessive esitazioni e uscirne tre ore e mezza dopo, rassicurati: Tcherniakov fa sempre Tcherniakov. Nel bene e nel male. Poco importa il repertorio. D’altra parte, scrive nel programma di sala che l’opera di Händel non è poi così diversa dal Trovatore. (Peccato averlo letto all’intervallo, tanto da costringermi, per il resto dello spettacolo, a cercare le analogie).
Ma in fondo è sicuramente anche questo Tcherniakov: un gusto per la provocazione spinto all’eccesso. Un dove-cogli-cogli che qualche volta funziona (eccome), altre un po’ meno. In questo caso ha tutti infilato sotto un bunker. Ci restano tutti e otto i personaggi quasi senza mai uscire. Tutti assistono a tutto. Anche il corpo di Pompeo (quello dell’attore René Keller) è per lo più al centro della scena – senza evidenti ragioni. A momenti scompare, per poi riapparire. Fuori c’è la guerra – quella del libretto sarebbe in realtà finita all’ingresso di Cesare, ma è noto che del testo il regista non si cura: sarebbe altrimenti un approccio «didascalico». Un conflitto in piena regola, con sirene, bombardamenti e anche calcinacci che cadono dal soffitto. Per fortuna, il pubblico in sala la guerra vera non l’ha mai presumibilmente vissuta, ma quella in televisione gli è fatalmente (e quotidianamente) familiare. Insomma, sembra anche a noi di essere in quel bunker, e sussultiamo al suono delle sirene, dimenticandoci di essere a teatro. Ma Tcherniakov non si ferma qui.
L’opera italiana, è noto, è tutta una questione di conflitti di passioni personali. Il regista le estremizza, facendone vere patologie. Sesto e Cornelia hanno una relazione incestuosa del tutto esibita. Tolomeo non si limita a non stare ai patti con Achilla: violenta Cornelia davanti ai suoi occhi. La matrona romana è trasformata in un vero oggetto di sfogo sessuale: anche qui, gli orrori del bunker raccontati dai media si plasmano sulla scena.
Musicalmente, questa produzione sfoggia non poche stelle nel cast. Trionfano i due ruoli principali: Christophe Dumaux è un Cesare pienamente convincente, anzi lussureggiante – tanto vocalmente quanto attorialmente. Sublime la sua interpretazione di “Va tacito e nascosto”, così come delle temibili “Al lampo dell’armi” e “Quel torrente che cade dal monte”. L’ucraina Olga Kulchynska è la degna partner: tecnicamente e stilisticamente ineccepibile, sa variare i registri, navigando dai toni più leggeri a quelli tragici (Piangerò la sorte mia). Il pubblico ha, a ragione, riservato un’accoglienza trionfale al giovane Federico Fiorio nei panni (perigliosi) di Sesto – una parte en travesti concepita per Margherita Durastanti. “Cara speme”, questo core resterà un momento unico, sospeso. Difficile fare meglio. Avvincente pure il mezzosoprano Lucile Richardot, che tutto oppone alla Cleopatra di Kulchynska: la francese ha una voce androgina, scura, tanto che sono i passaggi cupi che le riescono meglio. Yuriy Mynenko è un Tolomeo scenicamente credibile (Tcherniakov ne fa un degenerato) e vocalmente corretto.
Certo, però, che non poche meraviglie fuoriescono dalla fossa. Emmanuelle Haïm è al timone del suo ensemble Le Concert d’Astrée, che naviga in acque certo difficili, ma che conosce bene. Il suono è sensuale, pieno, variegato. Una meraviglia.
Qualche posto vuoto in una platea solitamente stracolma. Che la curiosità si sia fermata davanti alle porte del bunker? 




Photo: Monika Ritterhaus

