Come giù nella scorsa estate, la musica di Giacomo Puccini riecheggia sulle rive comasche del Lario. Per la diciottesima edizione del Festival Como Città della Musica, ispirata per il 2025 al tema Recondita armonia, l’inaugurazione è affidata a un celeberrimo titolo pucciniano su libretto di Giacosa e Illica, Tosca, nell’ambito dell’opera partecipativa 200.Com. Un progetto per la città, nata nel 2013 per coinvolgere artisti professionisti e cittadini appassionati di musica nella produzione di uno spettacolo di forte impatto. Come da prassi, tale proposta viene allestita all’aperto, nell’ampio spazio dell’Arena del Teatro Sociale di Como, con l’amplificazione (anche quest’anno perfettibile) di cantanti e orchestra, un riuscito coinvolgimento degli spettatori, che si trovano immersi nella vicenda narrata, e (purtroppo) l’immancabile inquinamento sonoro di macchine, moto e schiamazzi provenienti dalla strada (d’altra parte, ci troviamo nel centro della città di Volta). Qui si riferisce della seconda recita.
Alla guida di una compatta Orchestra 1813, la direttrice d’orchestra Manuela Ranno (di casa in piazze quali la Volksoper di Vienna, il Luglio Musicale Trapanese, il Teatro “Francesco Cilea” di Reggio Calabria), con gestualità nitida e scattante opta per una lettura chiaroscurata e sfaccettata, al servizio del canto. Con sensibilità e gusto, dosando e calibrando le sonorità e cercando di evitare (nei limiti del possibile) scollamenti con il palcoscenico e con le masse corali, Ranno enuclea via via le varie anime della partitura: per esempio, il tema ieratico e incombente di Scarpia; la passione languida e sensuale del duetto d’amore tra Floria Tosca e Mario Cavaradossi; la solennità barocca del Finale I, con lo spettacolare Te Deum; la tensione dello scontro violento tra la protagonista e l’antagonista; il raccoglimento della preghiera “Vissi d’arte”; i tempi maggiormente dilatati nel Finale II; il momentaneo attenuarsi della drammaticità nell’incipit dell’Atto III. L’auspicio è che Manuela Ranno possa tornare presto a Como, magari in una produzione al chiuso.
Il Coro 200.Com (che, lo ricordiamo, è formato da oltre 200 coristi amatoriali e non professionisti, semplici cittadini cultori dell’opera lirica), diretto come sempre con dedizione e cura da Massimo Fiocchi Malaspina e dagli altri maestri, i validi Davide Dell’Oca, Arianna Lodi e Cristina Merlini, si dimostra estremamente volenteroso, abbastanza coeso e molto entusiasta. Preciso l’intervento del Coro di voci bianche del Teatro Sociale.
Affiatato e perfezionabile il cast scritturato da AsLiCo. Beniamina del pubblico comasco e al debutto nel ruolo di Tosca, la giovane Alessia Panza brilla per uno strumento vocale cremoso, malleabile ed esteso, avvolgente e morbido nell’emissione, pastoso nei medi e nei gravi, sfolgorante e potente in acuto (il Do della “lama” nel III atto è una vera e propria sciabolata di suono, saldo e ben sostenuto). Il soprano emerge, inoltre, per un fraseggiare ricco di accenti, per un declamato incisivo e mai grottesco (si pensi a frasi come “Sogghigno di demone!” oppure “Quanto? Il prezzo!”, recitate con chiarezza e penetranza), nonché per un’interpretazione poliedrica: la sua è una Tosca gelosa, civettuola e passionale nel primo duetto con l’amato; una donna fragile e, al contempo, una tigre ferita nella scena delle torture; una virago quando uccide Scarpia, brinda al suo cadavere e gli rovescia addosso un calice di vino. In sintesi, un debutto felice quello di Alessia Panza, che siamo certi maturerà, perfezionerà e approfondirà ulteriormente in futuro.
Dopo il Calaf della scorsa estate, Max Jota indossa quest’anno i panni di Mario Cavaradossi. Il tenore brasiliano esibisce una vocalità nel complesso omogenea, robusta e di apprezzabile colore brunito, a suo agio soprattutto nelle note alte, emesse con estrema facilità e che risuonano sfacciate, corpose e squillanti, mentre quelle gravi appaiono a tratti velate. Jota è un Mario virile, appassionato ed eroico, partecipe e ammiccante nella recitazione, curato nel fraseggio; intensa la resa della romanza “E lucevan le stelle”. Risultato idoneo per il ruolo di Belcore al Concorso Internazionale AsLiCo 2025, il ventottenne JunYoung Choi impersona il perfido barone Scarpia. Il baritono coreano possiede una voce scura e tonante, solida nell’emissione e sicura in acuto; la dizione (soprattutto delle doppie) è perfettibile, l’interpretazione è un po’ asettica e avara di accenti, necessitante di essere rifinita maggiormente e di acquistare più carattere e mordente. Tiziano Rosati è un Cesare Angelotti sonoro e autorevole, scenicamente dinamico; sapido e ben caratterizzato, ma vocalmente a tratti sopra le righe è il Sagrestano di Donato Di Gioia; vigoroso e mellifluo lo Spoletta di Giacomo Leone; saldo e puntuale Giovanni Accardi (Sciarrone / Un carceriere); visibilmente emozionata Marina Romano (Un pastorello).
Lo spettacolo è affidato al quarantaduenne Davide Marranchelli, nativo di Cantù (Como), regista, attore e drammaturgo. La vicenda viene riletta in chiave fortemente politica, divenendo una riflessione corale sul civismo, sulla partecipazione e sul senso di responsabilità civile. All’ingresso dell’Arena, siamo accolti da rivoltosi di grigio vestiti che gridano “Libertà”, “Liberate Angelotti”, “Chi partecipa è complice!”, impugnano cartelli con scritte come “Angelotti libero!” e distribuiscono agli spettatori volantini nei quali si chiede a gran voce che Floria Tosca non si esibisca al concerto di gala a Palazzo Farnese. Di contro, prima che inizi la serata, sul palcoscenico e tra i posti a sedere si aggirano parecchi individui in eleganti abiti da sera bianchi, che rivolgono al pubblico algidi sorrisi di facciata. Nelle intenzioni di Marranchelli, i primi sono “quei cani di volterriani nemici del santissimo governo”, per citare il Sagrestano, mentre i secondi sono i sostenitori del potere asfissiante e repressivo di Scarpia e della polizia papalina. Questo filo rosso ricorrerà per l’intero spettacolo: ad esempio, i volterriani irromperanno in scena nel II atto, prima che inizi la musica, e cercheranno di convincere la protagonista a non cantare; nel III atto, invece, grideranno come slogan le parole di Mario “L’alba vindice appar che fa gli empi tremar! Libertà sorge, crollan tirannidi!”, festeggiando poiché Tosca, finalmente conscia della situazione, ha preso una posizione contro l’autorità manipolatrice e gli indifferenti (impersonati questi ultimi da alcuni coristi che, nel II atto, seduti sul palco, assistono con distacco a ciò che accade). Nel finale Floria Tosca, divenuta una pasionaria e la guida della rivolta, come estremo atto di coraggio, scopre la scritta “ODIO GLI INDIFFERENTI” e si lancia nel vuoto, lasciandosi alle spalle un mondo corrotto. Il suo sacrificio non resterà però inascoltato: sulle ultime battute gli indifferenti, unitisi ai volterriani, accerchiano con fare minaccioso Sciarrone e Spoletta, pronti ad aggredirli. La semplice e scarna scenografia di Anna Bonomelli, una struttura metallica e un’ampia scalinata dominate da un cielo azzurro attraversato da nuvole bianche, è arricchita da sparuti arredi e ravvivata dalle luci impattanti di Gianni Bertoli; di fogge differenti i costumi a firma di Bonomelli, nei quali predomina il colore bianco degli abiti della protagonista, dei conniventi e degli scagnozzi di Scarpia, della salopette del pittore (mentre il laido barone indossa un completo da sera blu midnight con pioggia di cristalli su cravatta, colletto e spalle). In sintesi, l’allestimento risulta coerente dall’inizio alla fine con la chiave di lettura (condivisibile o meno) di Marranchelli, abile nella caratterizzazione dei personaggi, nella movimentazione fluida e agile delle masse corali, nello sfruttamento degli ampi spazi dell’Arena. Lo spettacolo, al quale concorrono anche numerosi figuranti a rappresentare, di volta in volta, l’effigie della marchesa Attavanti, la statua della Madonna nella chiesa di Sant’Andrea della Valle, alcune figure muliebri panneggiate in stile Impero e non meglio identificabili, si presenta ricco di spunti visivi e di idee, alcune non sempre comprensibili (durante il Te Deum, Scarpia indossa un manto regale bordato di ermellino e sale in piedi a un basamento di colonna: apoteosi del potere pontificio?).
Al termine, caloroso successo di pubblico, con manifestazioni di entusiasmo soprattutto per Panza, Jota, Ranno, Choi e il Coro 200.Com. 




Festival Como Città della Musica 2025
200.Com Un progetto per la città – XI edizione
TOSCA
Odio gli indifferenti
Melodramma in tre atti
Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
Musica di Giacomo Puccini
Floria Tosca Alessia Panza
Mario Cavaradossi Max Jota
Il barone Scarpia JunYoung Choi
Cesare Angelotti Tiziano Rosati
Il Sagrestano Donato Di Gioia
Spoletta Giacomo Leone
Sciarrone/Un carceriere Giovanni Accardi
Un pastorello Marina Romano
Orchestra 1813
Coro 200.Com
Coro di voci bianche del Teatro Sociale
Direttrice Manuela Ranno
Maestro del Coro 200.Com e Coro di voci bianche Massimo Fiocchi Malaspina
Altri maestri del coro Davide Dell’Oca, Arianna Lodi, Cristina Merlini
Regia Davide Marranchelli
Scene e costumi Anna Bonomelli
Lighting designer Gianni Bertoli
Assistente alla regia Gaia Barco
Assistente ai costumi Angelica Forni
Nuova produzione Teatro Sociale di Como AsLiCo
Como, Arena del Teatro Sociale, 5 luglio 2025

