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Erl, Tiroler Festspiele – I puritani (con Lisette Oropesa e Mattia Olivieri)

Dal 1997, nella piccola cittadina di Erl in Austria, ha luogo in inverno ed estate il Tiroler Festspiele Erl, un festival che è divenuto nel tempo sempre più importante. Con il nuovo sovrintendente, Jonas Kaufmann, si è assistito a un rilancio che coinvolge anche l’opera italiana. Nell’appuntamento invernale appena terminato si sono tenuti un concerto di brani d’opera per San Silvestro, una Bohème in forma scenica e due serate dove, per la prima volta, si sono ascoltati I puritani di Vincenzo Bellini in forma di concerto.
L’impresa, di per sé difficile, è parsa quasi impossibile quando una serie di defezioni hanno coinvolto tre dei quattro interpreti principali annunciati in origine. Nel caso poi del soprano, si è dovuto ricorrere in pochissimo tempo a due specialiste del ruolo di Elvira, una per recita. Peripezie che confermano la capacità e velocità di reazione dei responsabili artistici per assicurare una versione più che dignitosa di un titolo per niente semplice.

Lorenzo Passerini dirigeva l’orchestra e il coro (preparato da Olga Yanum) del Festival, due formazioni di tutto rispetto che si sono fatte valere nel corso della serata. Sul giovane maestro avevo sentito pareri buoni e molto buoni. Mi piacerebbe sentirlo in una versione scenica e quindi con l’orchestra in buca per avere un’idea più precisa. Con le compagini sul palcoscenico (la sala della Festspielhaus ha un’eccellente acustica) i momenti più “marziali” risultavano troppo forti – anche se per fortuna le voci riuscivano quasi sempre a farsi sentire – e sembrava di trovarsi già in Verdi (per quanto sia vero che un concertato come il finale primo è decisamente “preverdiano”). Per il sottoscritto si aggiungeva poi il problema del gesto: il maestro mi risultava troppo enfatico nel modo di dirigere i pezzi solistici, che non mancava di applaudire alla fine insieme al pubblico, facendo anche salutare lo strumentista o gli strumentisti principali, e così personalmente ho avuto la sensazione di sentire tutta l’opera sì, ma in modo piuttosto frammentario.

Sugli scudi, due degli interpreti principali. Lisette Oropesa, che canterà prossimamente il ruolo a Parigi, ha fatto sensazione con un canto che, senza insistere troppo su sopracuti, messe di voce e ornamentazioni aggiunte, mirava soprattutto a restituire un vero personaggio. In una prestazione di simile livello, le va riconosciuta una scena della pazzia del secondo atto memorabile anche per la gestualità, non condizionata per una volta dallo spartito sul leggio. Peccato che non si eseguisse il finale scritto per la Malibran, ma la polacca, i duetti con basso e tenore, e il suo “Ah vieni al tempio” (uno di quei momenti dove la musica di Bellini tocca il cielo e i cuori) verranno ricordati e giustamente.
Mattia Olivieri ha offerto una prova da fuoriclasse. In nessun momento si era davanti a un “cattivo”: il suo Riccardo era un uomo disperato cui l’amore non corrisposto fa perdere la testa. Il recitativo e l’aria di sortita sono stati sensazionali, e le variazioni della ripresa della cabaletta ottime per linea perfetta, tecnica e grande squillo. Anche nel suo caso, ogni momento risultava interessante, e così il recitativo con il quale si presenta nel secondo atto aveva un’autorità e un’intenzione notevoli. Ovviamente Olivieri ha avuto un altro grande momento nel duetto con Giorgio “Il rival salvar tu dèi”, cantato con emozione e dignità, per poi lanciarsi a fondo nel finale d’atto “Suoni la tromba”, che ha suscitato un delirio di applausi e richieste di bis, fortunatamente concesso.
Un bis che naturalmente coinvolgeva anche il basso. Giorgi Manoshvili, ventinovenne, aveva forse la voce con più volume di tutte, bella, omogenea e con un magnifico italiano. Se proprio gli manca qualcosa (come già avevo notato la scorsa estate a Pesaro nella sua interpretazione in Bianca e Falliero) è che lo si presenta come basso-baritono, ma le noti gravi per il momento sono poco consistenti (vedi il finale di “Cinta di fiori” sulla e di “morte” e la o di “dolor”). E in effetti la differenza con Olivieri era minima, a parte un suono un po’ più scuro e meno squillante.

Voce di autentico basso (cantante) era quella del giovanissimo Pawel Horodyski, che si vorrebbe sentire in panni più importanti di quelli di Valton. Molto interessante anche il timbro del mezzosoprano Emilia Rukavina: peccato che la parte – importante ma breve – di Enrichetta non le abbia fornito più opportunità di farsi apprezzare. Molto modesto il Bruno di Peter Kirk.
E Arturo, il ruolo che non faceva dormire tranquillo il giorno prima di una recita tale Alfredo Kraus? Levy Segkapane ha consentito che si potesse eseguire l’opera e questo gli va riconosciuto. Non direi però che la sua voce sia adatta al ruolo, piccola com’è, non bella, con un vibratello persistente, acuti corti o in falsetto. Si può dire che si è difeso fino alla “canzon d’amor” all’inizio dell’atto terzo, e qui mi fermo. Però va detto che il pubblico che riempiva la sala lo ha osannato alla stregua dei suoi colleghi.

Erl, 4 gennaio 2025

 

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