Rainer Maria Rilke, osservando il Golfo di Napoli dall’alto di Villa Iovis, a Capri, scrisse in una lettera che non si sarebbe meravigliato di veder apparire da un momento all’altro, all’orizzonte, la nave di Ulisse, pellegrino nel Mediterraneo. Chissà se Davide Livermore, regista de Il ritorno di Ulisse in patria in scena al Teatro Ponchielli di Cremona per il Monteverdi Festival, aveva in mente questa suggestione quando ha pensato alla sua regia per il capolavoro monteverdiano.
L’Itaca di Livermore, con le scene di Eleonora Peronetti e D-WOK e il light designer Antonio Castro, assomiglia molto a un’isola del nostro meridione – la Magna Grecia -, colta in un momento preciso della storia del Novecento, il secondo dopoguerra (e lo dicono anche, elegantemente, i bei costumi di Anna Verde). “La nostra isola – scrive il regista nelle note di sala – è più di un luogo: è un limbo, una crasi geografica di memorie mediterranee. È un’Itaca (…) intrisa del profumo del mare e del ricordo di un mondo antico. Una realtà livida e polverosa che sembra uscita dal cinema neorealista di Rossellini e Visconti, con il respiro di una leggenda senza tempo e la forza del mito”. Come spesso accade per il regista torinese, non mancano citazioni cinematografiche, da film come Stromboli o La terra trema, con le belle proiezioni sullo sfondo che creano di volta in volta gli ambienti dove si svolge la vicenda, non senza riferimenti all’immaginario collettivo del tempo. Colpisce in particolare la figura sorridente della donna al centro della campagna pubblicitaria del Brodo Star, che si rivela poi essere una divinità, così come Amore, che sbuca da una statua della Vergine Maria, portata in processione a inizio opera. Come a dire che gli dèi non scendono dall’Olimpo ma si annidano nelle pieghe della quotidianità e che quella a cui stiamo assistendo è una vicenda tutta umana, fatta di affetti e di amore familiare, di giustizia e di vendetta. Il ritmo narrativo è così assicurato da un Livermore in stato di grazia, al quale evidentemente la parsimonia di mezzi aguzza l’ingegno e porta nella direzione di una asciuttezza davvero efficace, pur se non scevra di momenti vivaci (come la danza all’inizio della seconda parte). C’è poi da sottolineare che molto della riuscita dello spettacolo si deve al regista stesso che, eccezionalmente, ha deciso in questa occasione di tornare a esibirsi come cantante attore, indossando i panni di uno scatenato Iro, scenicamente strepitoso. Circoscritto da Monteverdi al solo ventre, l’Iro di Livermore proprio il pingue ventre esibisce come un trofeo, felice e pago del suo vivere immerso nell’ebbrezza dei sensi. Dal punto di vista vocale, meglio non si potrebbe scolpire quello spigoloso declamato che ne è la cifra distintiva. Tutti gli interpreti risentono della energia positiva sprigionata in scena da Livermore e danno il meglio di sé sotto il profilo della recitazione, con punte di eccellenza.
Meno felice il fronte musicale, che trova nella direzione di Michele Pasotti un’esecuzione di buona routine, ma tendenzialmente uniforme nelle agogiche e nelle dinamiche, così da pregiudicare un’adeguata tensione narrativa che, in un titolo come Ulisse, è più importante che negli altri capolavori monteverdiani. Ci sono comunque, da parte del direttore e della sua orchestra La Fonte Musica, una apprezzabile attenzione al canto e un generale rigore contrappuntistico.
Spicca su tutti la prova del protagonista Mauro Borgioni che, in un certo senso, ha finito per identificarsi nel personaggio. L’intensità dell’accento si accompagna in lui a una robusta linea di canto e la presenza scenica è ovunque incisiva. Al suo fianco, la Penelope di Margherita Sala, eroicamente in scena pur se infortunata, punta tutto sull’intensa drammaticità di una figura che quasi mai canta, esprimendosi invece in un recitativo arioso che richiede particolare attenzione all’articolazione delle parole. Forte il contrasto con il canto melodico – ma in fondo volgarmente popolare – dei pretendenti, qui validamente interpretati da Matteo Bellotto (Antinoo), Roberto Rilievi (Anfinomo) e Arnaud Gluck (Pisandro). L’intensità musicale di Eumete trova adeguata espressione nel canto di Francisco Fernandez Rueda, così come si fanno apprezzare l’Eurimaco di Alberto Allegrezza e il Melanto di Alena Dantcheva. Un bel rilievo ha la figura di Telemaco (uno Jacob Lawrence attento al fraseggio ed emozionante nel bellissimo duetto col padre), così come le divinità affidate a Luigi De Donato (Il Tempo/ Nettuno), Valentino Buzza (Giove), Giulia Bolcato (vivacissima nei panni di Amore e Giunone) e l’ottima Arianna Vendittelli (Minerva). Chiara Brunello è una Ericlea convincente, come sono a proprio agio Cristina Fanelli (La Fortuna) e Chiara Osella, nelle vesti di una Humana Fragilità che, proprio perché tale, canta all’inizio completamente nuda (e ricorda una figura di Tamara de Lempicka).
Vivo il successo per tutti in un teatro non esaurito, con punte di entusiasmo per Livermore. 




Monteverdi Festival 2025
IL RITORNO DI ULISSE IN PATRIA
Tragedia di lieto fine in un prologo e tre atti (realizzata in 2 parti)
Libretto di Giacomo Badoaro
Musica di Claudio Monteverdi
Ulisse Mauro Borgioni
Penelope Margherita Sala
Telemaco Jacob Lawrence
Il Tempo/Nettuno Luigi De Donato
Amore/Giunone Giulia Bolcato
La Fortuna Cristina Fanelli
Minerva Arianna Vendittelli
Giove Valentino Buzza
L’humana Fragilità Chiara Osella
Eumete Francisco Fernández-Rueda
Eurimaco Alberto Allegrezza
Melanto Alena Dantcheva
Iro Davide Livermore
Pisandro Arnaud Gluck
Anfinomo Roberto Rilievi
Antinoo Matteo Bellotto
Ericlea Chiara Brunello
La Fonte Musica
Direttore Michele Pasotti
Regia Davide Livermore
Scene Eleonora Peronetti, D-WOK
Costumi Anna Verde
Light designer Antonio Castro
Assistente regia Chiara Osella
Assistente costumi Francesca Sartorio
Cremona, Teatro Ponchielli, 13 giugno 2025

