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Bologna, Teatro Comunale – La bohème

Trionfalmente applaudita al debutto nel 2018 e ripresa con successo nell’estate 2021, La bohème di Puccini firmata da Graham Vick dimostra di essere perfetta anche per il palco del Comunale Nouveau, dove le scene di Richard Hudson, sviluppate in orizzontale, si incastonano con naturalezza nella cornice del palco. Si possono quindi ritrovare la casa da studenti del primo e quarto quadro, i negozi prosaici e quasi anonimi del secondo e l’oscuro, sordido vicolo del terzo, in uno degli spettacoli che più hanno colpito il pubblico italiano degli ultimi anni. La regia fluisce di nuovo piena di idee, con movimenti curati e interpreti ben calati nei propri personaggi, secondo una lezione molto vicina a quella professata dallo stesso Vick.

Tuttavia il tempo, o la diversa percezione del ricordo, si fa sentire soprattutto nella prima metà dello spettacolo che in fin dei conti risulta piuttosto convenzionale. Soprattutto il secondo quadro, il più difficile da gestire, è in sostanza una Bohème di tradizione in abiti moderni, anche se molto ben fatta. Il terzo e quarto quadro, invece, sembrano ripetere il miracolo e restano ancora spietati e disincantati come otto anni fa, con i ragazzi che affrontano la vita con irruenza e cinismo, mentre dimostrano disagio di fronte alla sofferenza altrui (e qui Rodolfo diventa come l’Alfredo della Traviata scaligera di Černiakov) per poi fuggire quando la morte arriva, perché quei sentimenti complessi per certe generazioni sono diventati assai difficili da affrontare. Quella di Vick era un’estremizzazione e talvolta si ha l’impressione che sia un ritratto di chi le giovani generazioni non le vive da dentro ma le osserva da fuori; eppure le idee teatrali sono ancora lì con la loro forza e il loro fondo di verità.

Per uno spettacolo del genere serve un direttore che crei un universo sonoro coerente con quello visivo, e Martijn Dendievel dimostra in questo di essere un’ottima scelta: stacca tempi serrati e cerca di mettere sempre le voci a proprio agio, ma soprattutto firma una direzione che ha un’idea: si passa quindi dal tripudio di colori del primo quadro, a sottolineare squarci sensuali e la scoperta di emozioni nuove, a suoni che diventano sempre più asciutti, quasi scarnificati, come se la speranza si spegnesse: i personaggi finiscono per addolcirsi solo nel ricordo dell’amore che ormai si è dissolto, e in effetti le uniche oasi liriche vere dell’ultimo quadro risultano essere quelle del “Sono andati?” di Mimì, in cui non c’è sdilinquimento ma una malinconia disincantata. L’Orchestra del Teatro Comunale si dimostra perfettamente all’altezza di questa lettura e segue il direttore con entusiasmo e sicurezza, anche a fronte di qualche sbavatura. Ottimi, inoltre, gli interventi del Coro e del Coro di voci bianche dell’istituzione felsinea.

Il primo cast risulta ben assemblato. Stefan Pop è un Rodolfo vocalmente centrato, con una voce squillante, ben emessa e omogenea. Affronta le arie famose col giusto piglio, si immedesima bene nello spettacolo ma lascia un’impressione di buona e collaudata routine. Nei panni di Mimì, Karen Gardeazabal offre una performance in crescendo. Lo strumento è connotato da un timbro pastoso, mentre il fraseggio appare molto curato, quasi tagliente nel costruire un personaggio cinico, perfettamente in linea con la regia, specialmente nel terzo e quarto quadro.
Giuliana Gianfaldoni appare vocalmente un po’ appannata come Musetta: la voce giunge chiara e limpida solo nei momenti in cui l’orchestra si fa più leggera. Si riscatta, però, con una prova attoriale pressoché perfetta, in un personaggio che sembra uscito da Cercasi Susan disperatamente.
Vittorio Prato è invece un Marcello spigliato, dotato di uno strumento corposo e di bel colore scuro che riempie con facilità la sala. Andrea Piazza è uno Schaunard poco incisivo nel racconto del primo quadro, ma poi delinea con massima cura gli interventi del quarto. Davide Giangregorio si dimostra assai centrato per il ruolo di Colline sia per la voce di bel timbro e volume che per il fraseggio ben curato. Nicolò Ceriani affronta il doppio ruolo di Benoît e Alcindoro, risultando più centrato nel primo che nel secondo.
Alla prima, pubblico folto e partecipe, pur con qualche borbottio all’apertura del terzo quadro, ma si segnalano applausi sentiti dopo i numeri più celebri. Alla fine, si registra un vivo successo per tutta la compagnia di canto – in particolare per Gardeazabal, Pop, Gianfaldoni e Prato – e applausi convinti per direttore e team registico.

Teatro Comunale – Stagione 2025
LA BOHÈME
Opera in quattro quadri
Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
Musica di Giacomo Puccini

Mimì Karen Gardeazabal
Musetta Giuliana Gianfaldoni
Rodolfo Stefan Pop
Marcello Vittorio Prato
Schaunard Andrea Piazza
Colline Davide Giangregorio
Benoît/Alcindoro Nicolò Ceriani
Parpignol Yongtianyi Yin

Orchestra, Coro, Coro di Voci bianche e Tecnici
del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Martijn Dendievel
Maestro del coro Gea Garatti Ansini
Maestro del Coro di voci bianche Alhambra Superchi
Regia Graham Vick
Co-Regia Ron Howell, Yamal das Irmich
Movimenti scenici Ron Howell
Scene e costumi Richard Hudson
Luci Giuseppe Di Iorio

Produzione del Teatro Comunale di Bologna
Bologna, 23 novembre 2025

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