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Bologna, Comunale Nouveau – Il barbiere di Siviglia

Il barbiere di Siviglia che chiude il 2025 del Teatro Comunale di Bologna è un allestimento che, giunto alla terza ripresa (ma qui riadattato per le limitate capacità sceniche del Comunale Nouveau) è entrato a pieno titolo in una sorta di “repertorio” del teatro felsineo. Lo spettacolo di Federico Grazzini, diciamolo subito, non brilla per particolare originalità o profondità di lettura, in particolare nella caratterizzazione di personaggi che restano abbastanza legati ai cliché tradizionali della commedia, ma nella sua semplicità (con qualche procedimento che sembra ispirarsi ora a Laurent Pelly ora a Damiano Michieletto) offre uno sfondo colorato e giocoso all’opera di Gioachino Rossini. Per cui alla fine, tra i personaggi che spuntano di qua e di là, l’arredamento caricaturale della casa di Bartolo e il momento di “assurdo” del finale primo, quando i personaggi vengono inseguiti da un’enorme palla da demolizione, il pubblico, è innegabile, si diverte.

Meno scontate, invece, alcune scelte musicali. Alla guida di un’orchestra del Comunale in buona forma, Renato Palumbo sorprende fin dall’attacco dell’ouverture, con rallentamenti improvvisi che, pur d’effetto, causano qualche incertezza alla compagine orchestrale. In generale, i tempi sono piuttosto dilatati, le strette mai davvero strette, e i crescendo piuttosto misurati, privi di esagerazioni percussive (spesso il timpanista usa le spazzole invece delle normali bacchette); ma non per questo l’esecuzione risulta languida o senza nerbo (malgrado un temporale che avrebbe potuto essere certamente più impetuoso). Il merito è nell’attenzione che la direzione concede ai disegni contromelodici e agli interventi solistici degli strumenti orchestrali. Ad esempio, è indubbio che «Piano, pianissimo» sembri piuttosto «Lento, lentissimo», ma si può, per una volta, apprezzare il contrappunto che il fagotto offre a Fiorello.
Un altro punto a favore della concertazione è la pressoché integralità dell’opera rappresentata a Bologna, con minimi tagli nei recitativi e il conseguente ripristino di sequenze spesso omesse: il dialogo tra le due strofe di «Se il mio nome» o il breve monologo di Berta nel primo atto, oltre ovviamente a «Cessa di più resistere».

Sul piano vocale, le aspettative di una locandina piena di navigati interpreti rossiniani, accanto all’atteso debutto bolognese di Dave Monaco nei panni del Conte d’Almaviva, non sono state disattese. Il giovane tenore si destreggia con grande agilità tra le temibili roulades, mantenendo la giusta morbidezza e mostrando buone intenzioni per quanto rigurda il fraseggio. Nel registro acuto, in effetti, la qualità timbrica non è la stessa, e un po’ di fatica affiora nella sequenza centrale del rondò, dove alla tessitura acuta si aggiunge la difficoltà del piano. Le variazioni, invece, sono eseguite con gran classe (e finalmente non ridotte alla puntatura sulla nota finale), e comprendono scale vertiginose – con un do già nell’aria di sortita – che gli valgono grandi applausi a ogni momento solistico. Bravo anche nei recitativi a caratterizzare un Almaviva dall’aria spavalda e piuttosto sicuro di sé (e forse non così simpatico: si direbbe che si vede già, in filigrana, il Conte delle Nozze di Figaro)

Non ha bisogno di presentazioni il Figaro di Nicola Alaimo, che troneggia per prestanza vocale e presenza scenica. Ma più che lodare gli acuti sempre ben piazzati o le messe di voce (quella che apre «All’idea di quel metallo»), o ancora l’eleganza dell’accompagnamento offerto ora ad Almaviva ora a Rosina nei duetti, dobbiamo salutare in Alaimo l’attenzione concessa a ogni parola cantata. Prendiamo il «Largo al factotum!»: ognuna delle frasi di Figaro («Qua la parrucca», «Presto la barba»…) ha un carattere distinto, un’intenzione, e, ciò che più conta, una diversa sfumatura comica. Certo, non è un Figaro che esce dagli schemi tradizionali di rappresentazione del personaggio, ma l’effetto risulta sempre riuscito.

Aya Wakizono è ormai una specialista del ruolo di Rosina: se il mezzosoprano giapponese tende a scurire talvota eccessivamente i gravi (ottenendo però un suono piacevolmente corposo, e particolarmente efficace nel minaccioso «Indietro, anima scellerata» con cui accoglie, fucile alla mano, il Lindoro che crede traditore), salendo via via verso l’acuto, invece, la voce, pur assottigliandosi, si mostra sempre più agile e pungente, rivelando la Rosina che cento trappole prima di cedere farà giocar, o che canterà con giovanile freschezza la scena della lezione.

Il dottor Bartolo (che nei costumi e nei modi burberi parrebbe essere il Major-General Stanley di Gilbert & Sullivan) è interpretato da Paolo Bordogna, altro buffo di grande esperienza, i cui sillabati di «A un dottor della mia sorte» sono ineccepibili e a cui non manca mai il senso teatrale nel rappresentare un Bartolo comicamente insopportabile — ora irascibile, ora subdolo e vendicativo.

Vedere Michele Pertusi, che conosciamo interprete di personaggi austeri e ieratici (Filippo II, il Padre guardiano, Oroveso, Mosè…), indossare i panni di don Basilio, «solenne imbroglion di matrimoni», è una circostanza che, già da sé, suscita una certa ilarità. E sembra che Pertusi si diverta nel dare a Don Basilio i tratti di un personaggio sempre fuori luogo, mantenendo, specie nel registro grave, quell’austerità sacerdotale che lo rende perfetto nel ruolo dello scocciatore. D’altro canto, la «Calunnia» testimonia un ottimo crescendo, ma anche acuti non sempre precisissimi. In ogni caso, la solidità della recitazione compensa ampiamente una voce che ha perso un po’ di smalto.

Restano poi i comprimari: Yulia Tkachenko (Berta) se la cava bene nel «Vecchiotto cerca moglie», mentre il Fiorello di Nicolò Ceriani, in apertura, mostra dei bei gravi scuri e corposi. Bene anche il coro del Comunale diretto da Gea Garatti Ansini, specialmente efficace nel finale del primo atto.

Insomma, quello di Bologna non è certo un Barbiere rivoluzionario: le trovate sceniche hanno l’aria del «già visto» e la caratterizzazione dei personaggi risponde ai canoni tradizionali della commedia. Il pubblico, in ogni caso, ride di gusto di fronte alle battute del libretto e allo spirito comico di interpreti che conoscono bene i tempi teatrali e che, nei recitativi, privilegiano la chiarezza e la prontezza dialogica delle frasi rispetto all’esattezza delle scansioni ritmiche.
E forse è proprio questa la lezione: che, alla fine, scene semplici, un po’ da cartone animato, costumi vistosi e colorati e qualche gag ben dosata possono bastare per convincere il pubblico del Barbiere di Siviglia. Perché, malgrado i duecento e più anni che ci separano dalla prima dell’opera, possiamo ancora rispecchiarci nei suoi personaggi e nelle sue situazioni senza dover cercare a tutti i costi una lettura innovativa o una nuova contestualizzazione. La prova, in fondo, che si tratti di un’opera immortale.
E quando a una buona compagnia di canto, di solida esperienza rossiniana, si unisce una concertazione raffinata che sa rivelare, tra le righe della partitura, tutto l’umorismo musicale di Gioachino Rossini, non possiamo che dirci soddisfatti. Soddisfatti come il pubblico che, al termine dello spettacolo, ha salutato con entusiasmo tutti i protagonisti – in particolare Alaimo accolto da un vero e proprio trionfo.

Comunale Nouveau – Stagione 2025
IL  BARBIERE  DI  SIVIGLIA
Commedia con musica in due atti
Libretto di Cesare Sterbini
dal dramma di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais
Musica di  Gioachino Rossini

Il Conte d’Almaviva Dave Monaco
Bartolo Paolo Bordogna
Rosina Aya Wakizono
Figaro Nicola Alaimo
Basilio Michele Pertusi
Berta Yulia Tkachenko
Fiorello Nicolò Ceriani
Ambrogio Massimiliano Mastroeni
Un ufficiale Tommaso Norelli

Orchestra del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Renato Palumbo
Coro del Teatro Comunale di Bologna
Maestro del coro Gea Garatti Ansini

Regia Federico Grazzini
Scene Manuela Gasperoni
Costumi Stefania Scaraggi
Luci Daniele Naldi

Bologna, 19 dicembre 2025

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