All’aprirsi del sipario, prima ancora che l’orchestra inizi a suonare, appare un’anonima sala d’attesa di una clinica. Una donna incinta – che sapremo poi essere la protagonista – aspetta nervosa l’esito di una operazione a cui è sottoposto il marito. Comincia così, in modo spiazzante, Caterina Cornaro, capolavoro di Gaetano Donizetti che ha inaugurato il Festival che Bergamo dedica all’illustre figlio.
Si tratta dell’ultima regia di Francesco Micheli, già direttore artistico della manifestazione per dieci anni, che con il suo team e con il contributo del dramaturg Alberto Mattioli immagina che Caterina sia “una e trina”. C’è il personaggio storico, c’è la protagonista dell’opera donizettiana e c’è quest’ultima Caterina nostra contemporanea. Su questa base, Micheli costruisce un intreccio tra passato e presente, grazie anche all’agile scena rotante disegnata da Matteo Paoletti Franzato che alterna lo spazio asettico dell’ospedale a un elegante interno rinascimentale, spesso animato dalle immaginifiche proiezioni del Visual designer Matteo Castiglioni. Caterina veglia il marito malato e intanto sogna un’altra vita, immagina una Caterina felice che sta per sposarsi (ed è la vicenda narrata dal libretto). In fondo, Donizetti racconta la malattia di un uomo e il dolore di sua moglie. L’assunto iniziale ha una sua plausibilità, ma poi la sua realizzazione non risulta così chiara al pubblico, almeno fino a quando, sul finire dell’opera, si capisce che l’amato Gerardo – in veste di medico – impugna il bisturi (e non la spada, come nella fonte) per tentare di salvare il malato terminale Lusignano dalla morte. Il cerchio si chiude e le due vicende – quella antica e quella contemporanea – trovano pienamente i propri punti di contatto. Tuttavia, l’impressione è di trovarsi di fronte a un azzardo non completamente riuscito. E questo, nonostante le didascaliche didascalie (ci si passi la tautologia) che compaiono sovente sulla scena. Tanto che, alla fine, il regista e il suo team vengono accolti da sonore contestazioni da parte di un pubblico che, viceversa, tributa convinte ovazioni a direttore e cantanti.
Con tutto ciò, il mestiere di Micheli emerge chiaro nel trattamento dei protagonisti e del coro, mossi sempre con grande perizia e, in alcuni momenti, con pregevoli risultati sotto il profilo estetico: contribuiscono, in tale senso, i sontuosi costumi di Alessio Rosati, ispirati a certi dipinti del Pollaiolo, ma anche le luci sempre efficaci di Alessandro Andreoli.
Dal podio, Riccardo Frizza – direttore musicale e artistico le Festival – governa con polso fermo l’Orchestra Donizetti Opera, non solo sostenendo sempre in modo puntuale il canto, ma soprattutto conferendo spedito passo teatrale alla narrazione. L’atmosfera generale dell’opera (scritta nel 1842 e andata in scena due anni dopo), al netto di alcune aperture belcantistiche, è pienamente romantica. Il maestro bresciano coglie tale carattere e lo amplifica, puntando su colori scuri e corruschi, su un vibrante incalzare ritmico, e, in definitiva, sottolineando una volta di più l’enorme debito che Verdi ebbe nei confronti di Donizetti.
Carmela Remigio affronta il ruolo della protagonista forte dell’indiscusso carisma teatrale e scenico, che si traduce in una presenza incisiva sul palco e in un canto ovunque attento alla parola, duttile nella linea, vario nel fraseggio. Enea Scala è un Gerardo che alla facilità di emissione accompagna sempre una pregevole varietà d’accento, mentre il Lusignano di Vito Priante si impone per nobiltà di canto e intensità di interpretazione, tanto da far davvero intravedere certi caratteri verdiani di là da venire. Questo vale anche perché l’edizione dell’opera presentata a Bergamo è quella critica, curata dalla musicologa Eleonora Di Cintio, che sostituisce il finale scritto per Napoli (con il “classico” rondò della protagonista), con una scena più articolata, ove il ruolo centrale è affidato proprio a Lusignano. Peraltro, secondo la studiosa, si tratterebbe della prima esecuzione assoluta di questo finale, davvero notevole, che restituisce compiutamente senso e dignità al percorso sentimentale e drammatico della regina.
Completano la locandina l’Andrea Cornaro di Fulvio Valenti, sufficientemente a fuoco nel ruolo del padre dolente, l’ottimo Riccardo Fassi quale bieco Mocenigo, nonché Francesco Lucii, squillante nel doppio ruolo di Strozzi e di un Cavaliere, e la brava Vittoria Vimercati (Matilde). Il Coro dell’Accademia del Teatro alla Scala, guidato da Salvo Sgrò, offre un contributo perfettibile per compattezza e intonazione in un’opera dove il ruolo del coro è molto sviluppato e vario. 




Donizetti Opera 2025
CATERINA CORNARO
Tragedia lirica in un prologo e due atti
Libretto di Giacomo Sacchero
Musica di Gaetano Donizetti
Prima rappresentazione secondo la volontà del compositore
Edizione critica a cura di Eleonora Di Cintio
© Casa Ricordi, Milano
con la collaborazione e il contributo
della Fondazione Teatro Donizetti di Bergamo
Caterina Cornaro Carmela Remigio
Andrea Cornaro Fulvio Valenti
Gerardo Enea Scala
Lusignano Vito Priante
Strozzi Francesco Lucii
Mocenigo Riccardo Fassi
Un cavaliere del re Francesco Lucii
Matilde Vittoria Vimercati
Orchestra Donizetti Opera
Coro dell’Accademia Teatro alla Scala
Direttore Riccardo Frizza
Maestro del coro Salvo Sgrò
Regia Francesco Micheli
Scene Matteo Paoletti Franzato
Costumi Alessio Rosati
Lighting design Alessandro Andreoli
Dramaturg Alberto Mattioli
Visual design Matteo Castiglioni
Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Donizetti
in coproduzione con il Teatro Real di Madrid
Bergamo, 14 novembre 2025

