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Barcellona, Gran Teatre del Liceu – Rusalka (con Asmik Grigorian e Piotr Beczała)

L’unica opera di Antonin Dvořák a essere entrata ovunque stabilmente in repertorio è Rusalka, la storia dell’ondina che desidera conoscere l’amore e il mondo degli esseri umani. Un capolavoro assoluto, ma “delicato” per quanto riguarda allestimento e interpretazione musicale. In questa produzione del Gran Teatre del Liceu si è (fortunatamente) abbandonata la cervellotica messinscena di Stefan Herheim – che si presentava anche come coautore – premiatissima in Germania e altrove, per sostituirla con quella di Christof Loy, già vista a Madrid e destinata ad approdare anche a Valencia e Dresda.

Loy, com’è noto, è un patito delle scene uniche e dei rimaneggiamenti sostanziali del libretto originale. Questa volta ha sostituito il mondo degli abissi acquatici con quello del balletto, probabile metafora dell’arte in generale, e funzionale anche alla gamba malata della protagonista in luogo della coda da sirena. Una scelta che può reggere nel secondo atto, ma che non funziona nel primo e nel terzo. I problemi sono molteplici: Ježibaba non ha mansioni chiaramente definite nella compagnia di danza (le tre ondine sono altrettante ballerine con i piedi a posto), mentre la presenza di un arlecchino che canta la parte del cacciatore nel primo atto per poi dedicarsi a deambulare con aria esterrefatta o triste risulta poco convincente. Non parliamo poi della coppia dei charlot che si rivelano essere il guardacaccia e lo sguattero, e dello stesso Spirito dell’Acqua che sembrerebbe piuttosto un Djagilev benevolo.

Le pietre che delimitano la scena negli atti estremi – forse intese come una scenografia per balletto – e il cervo morto dell’atto finale (probabile allusione alla cerva bianca del primo atto) completano un impianto che dissolve la netta contrapposizione tra mondo umano e non umano che è alla base del libretto e della musica. E anche se questo permette alla protagonista di eseguire molto bene le sue piroette e i suoi passi di danza, il senso complessivo dell’opera ne esce compromesso. Va detto però che si è visto anche di peggio, e che la lettura “moderna” più riuscita resta ancora quella firmata da Robert Carsen per Parigi.

Sul versante musicale, lo spettacolo ha avuto molti punti di forza. Asmik Grigorian si conferma una vera cantante attrice. La voce non è particolarmente privilegiata quanto a timbro (come si era già notato in concerto nei Vier Letzte Lieder di Strauss), ma è molto musicale, ben estesa (qualche acuto metallico non inficia l’esito), e soprattutto è sostenuta da una intensità drammatica straordinaria. Si capisce che susciti passioni: adesso è diventata beniamina del pubblico barcellonese, che però non le aveva riconosciuto le stesse qualità al suo debutto in loco con Il Demone di Rubinštejn, dove pure aveva fornito una prova maiuscola. A preoccupare, più che altro, è il suo sconfinato repertorio.

Non ascoltavo Piotr Beczała nella parte (difficilissima) del Principe dai tempi della sua favolosa interpretazione al Met accanto a Renée Fleming (una Rusalka storica). Sorprende che oggi il tenore risulti ancora più luminoso e incisivo, forte di un’energia scenica e un aplomb vocale che gli consentono di passare da acuti potenti a pianissimi alati nella scena finale. È un cantante molto amato dal pubblico del Liceu, ma non si vedeva un tale entusiasmo – in un titolo peraltro non di repertorio – dai tempi del suo straordinario Werther.

Il bonario Vodknik di Alexandros Stavrakakis, forse troppo giovine come aspetto, mette in luce una voce di grande interesse (come al solito più da bassobaritono che da vero basso – ma dove lo si trova adesso un Nesterenko?) e si conferma un bravo artista, che fa quanto gli viene detto. Okka von der Damerau, presenza ormai di casa al Liceu, non sarà certo il mezzosoprano scuro che richiede la parte della strega (qui trasformata in una signora matura un po’ perfida e libidinosa), ma si difende bene. Karita Mattila, nella parte breve ma difficile della Principessa straniera, offre una lezione d’interpretazione, pur con mezzi vocali ormai sciupati.
Bene i comprimari: il più completo è il guardacaccia di Manel Esteve, ma convincono anche le tre ondine: Julietta Aleksanyan, Laura Fleur, soprani, e soprattutto Alyona Abramova, mezzosoprano molto promettente. Felici esiti anche per il cacciatore di David Oller e per Kuchtík lo sguattero, il ruolo comico en travesti affidato a Laura Orueta.
Il coro, impegnato in una parte breve, è stato ben preparato come sempre da Pablo Assante.

La terza colonna portante dello spettacolo è l’orchestra, in grande forma, guidata dalla bacchetta sensibile e attenta del direttore musicale Josep Pons (che lascerà l’incarico alla fine della prossima stagione). A lui si può forse imputare qualche eccesso sonoro nel primo atto, ma si tratta di una scelta perfettamente legittima, in una partitura che può prestarsi a un approccio sinfonico – trappola in cui cadono spesso anche direttori di grande prestigio.
Sala gremita e reazioni entusiastiche, con vere ovazioni al termine dello spettacolo.

Barcellona, 1 luglio 2025

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