La traviata di Verdi torna al Gran Teatre del Liceu. Viene ripreso (a cura di Leo Castaldi) l’allestimento per la regia di David McVicar che già aveva avuto successo in almeno altre due occasioni e, al netto di qualche dettaglio, è un ottimo spettacolo giocato sui colori scuri, con scene e costumi molto adatti di Tanya McCallin e luci – forse meno azzeccate – di Jennifer Tipton. La coreografia di Andrew George non sarà forse un capolavoro (soprattutto nel coro dei mattadori), ma funziona. C’è poi il non piccolo vantaggio che in questa messinscena ci si preoccupa non solo di caratterizzare i personaggi, ma anche di ricordare che questi devono cantare: la disposizione e i movimenti tengono sempre conto di questo non piccolo fatto che viene sempre più trascurato. Si racconta la vicenda così come si svolge nel libretto (grave peccato forse, ma il pubblico sembrava piuttosto soddisfatto) solo preceduta, durante il preludio, dalla presenza di Alfredo che ritorna nella casa di Violetta disabitata, dando così il via ai ricordi.
L’aspetto musicale ha segnato un ritorno alle buone pratiche di un grande teatro lirico: la preoccupazione di ottenere un livello esecutivo alto e omogeneo. A dimostrazione che, quando si vuole, si può. Fortunatamente eravamo agli antipodi della recente Butterfly. Sul palco si alternavano due cast (con tre Germont!) e qui si parlerà della prima delle recite con la prima compagnia.
La direzione di Giacomo Sagripanti è stata una delle migliori ch’io abbia mai ascoltato. Se il preludio iniziale era forse troppo ‘asciutto’, quello dell’ultimo atto era proprio quel che ci voleva per metterci di fronte alla grandezza di Verdi. Devo anche dire che i trenta minuti dell’atto primo scorrevano come se fosse la prima volta che si ascoltava quella meraviglia drammatica e musicale. Mi pare che non si possa fare elogio più grande. Il Brindisi non era il solito motivetto ripetuto e snaturato fino alla saturazione; gli accompagnamenti erano sempre precisi e il suono in filigrana che avvolgeva il grande duetto “Un dì felice” è stato uno dei momenti sublimi di una serata che non ne ha certo lesinati.
Protagonista assoluta Nadine Sierra, un soprano la cui voce ha acquistato corpo adeguato per il secondo e terzo atto senza perdere agilità ed estensione nei momenti tanto attesi del finale primo. Ha sfoggiato con disinvoltura acuti, sopracuti, messe di voce, ma la vera magia stava nel fraseggio e nella cura delle singole parole, ma anche dei gesti, sempre appropriati alle situazioni, oltre che nella tecnica. Se devo scegliere un momento (per quanto non mi sia sembrata meravigliosa la sempre problematica lettura della lettera nell’atto finale) indicherei l’”Addio del passato” (con le due strofe!). Una grande prova, insomma, che fa rimpiangere che non sia stata eseguita anche la seconda strofa di “Ah, fors’è lui!”.
Javier Camarena, reduce da un raffreddore, ha cantato divinamente. Qualcuno ha lamentato che la voce non fosse molto squillante. Non sono d’accordo: il tenore ha saputo cantare con vigore ma anche con grande delicatezza e capacità di illuminare frasi che di solito cadono nel vuoto (“sì, egli è ver’”), così come le sue agilità nel duetto prima citato erano diverse e complementari a quelle di Sierra. Ah, sì, c’è stato pure il do della cabaletta del secondo atto, e molto bello (anche se non è quello che definisce un grande Alfredo). Bene anche la scena in casa di Flora e il terzo atto.
Artur Ruciński è stato un bravo Giorgio Germont dalla voce di bel timbro e ben emessa, per quanto a tratti sembrasse limitata nell’espansione del suono (e penso non si tratti di una questione tecnica). Buon interprete, è stato molto premiato dal pubblico dopo “Di Provenza” e la cabaletta successiva (un pezzo musicalmente inferiore purtroppo).
Bravi o corretti i comprimari, con menzione per Gemma Coma-Alabert (Flora), Josep-Ramon Olivé (Douphol) e Gerard Farreras (Grenvil). Ottimo il coro istruito come al solito dal bravo Pablo Assante ed eccellente il livello dell’orchestra (se gli archi non fossero qualche volta troppo incisivi e gli ottoni un po’ invadenti…). Dell’accoglienza trionfale che dire? Meritatissima. 




Barcellona, 17 gennaio 2025

