Vienna, Wiener Staatsoper – I vespri siciliani

I vespri siciliani tornano a Vienna. Questo titolo (non il più popolare di Verdi) ha dei periodi di eclissi e altri in cui compare un po’ ovunque. Dopo Palermo, in Italia è arrivato a Bologna e Milano. In questi giorni è in scena a Napoli, e anche alla Wiener Staatsoper dove si riprende l’allestimento del 2002 per la regia del fu Herbert Wernicke.

Si tratta di un’opera davvero difficile, come lo è stata la sua gestazione. Il risultato è quanto meno discontinuo, anche se ci sono grandi o grandissimi momenti. Ma il primo lavoro “esclusivo” di Verdi per “la grande boutique” risente dei condizionamenti del grand-opéra. Il balletto d’obbligo non è niente male dal punto di vista musicale (la soluzione adottata dalla Dante a Palermo di spezzarlo in un movimento per atto non è stata azzeccata a mio modo di vedere), ma viene spazzato via nella versione italiana. Verdi, evidentemente, non ne poteva più, anche perché non sembra essersi curato della traduzione di Caimi, con risultati che fanno sembrare felici quelli de La favorite. Infatti il testo è la cosa peggiore dei Vespri, se paragonato a quello francese di Scribe che già non era forse un capolavoro (adattare il libretto scritto per l’incompiuto Duc d’Albe di Donizetti non pare proprio un colpo di genio), ma è molto più “naturale”, scorrevole e perfino agile, e ovviamente più adatto alla musica. Se da un lato non si possono negare dei progressi nell’orchestrazione (e non solo della celebre sinfonia, di esecuzione frequente anche in concerto) e la maggiore ambiguità dei personaggi politici (Procida è uno dei patrioti meno simpatici di Verdi, oggi sarebbe un fondamentalista; Monforte, che è un tiranno e per di più comanda una forza d’occupazione, viene redento invece dall’amore paterno), dall’altro non mancano punti deboli: per esempio, il finale del secondo atto è tra le cose meno riuscite di Verdi, che pure sapeva, eccome, portare efficacemente a conclusione drammatica un atto.

La difficoltà nel portare in scena i Vespri è anche quella di trovare, come per Il trovatore, quattro cantanti di prima classe e un direttore adeguato. La famosa Sophie Crüwell doveva essere un fenomeno se Verdi scrisse per lei la parte di Elena. Dal vivo ho ascoltato solo due soprani in grado di rendere onore ai terribili salti dall’acuto al grave, ai lunghi fiati, alle note di forza seguite da filati eterei, nonché al virtuosismo di cui ha bisogno il famoso “Boléro”, e cioè Montserrat Caballé e soprattutto Angela Meade. Quest’ultima ha cantato recentemente nei Vespri proprio a Vienna. Questa volta tocca a Rachel Willis-Soerensen, un soprano che frequenta tutto il repertorio e fa seguire, per esempio, Elsa del Lohengrin a questa Elena. Io non ho mai creduto troppo ai soprani “assoluti”, ma in questo caso è chiaro che ci troviamo di fronte a un soprano lirico di buon volume, con mezzevoci e acuti sicuri (anche se un po’ metallici). Ma naturalmente al centro e nei gravi i suoni si sentono poco e quel che si sente non è bello. Esegue correttamente il “Boléro” ma non stupisce.
Arrigo è un bel guaio perché, nato per un tenore francese, è poi passato per tradizione agli interpreti italiani. John Osborn è un cantante mirabile ma si trova più a suo agio nella versione francese (immagino che gli sia costato passare dal francese all’italiano), anche se dimostra di avere tutte le carte in regola: qualche acuto è forse più corto del solito, ma tecnica e stile sono ideali. Igor Golovatenko è un bravo cantante, di mezzi notevoli, dal timbro non particolarmente bello ma scuro e omogeneo. E se l’attore non impressiona, il fraseggio è corretto ma generico, e le sfumature sono poche.
Insieme a Osborn, il migliore in campo è Erwin Schrott. Il suo Procida astuto (notevole il suo modo di aizzare i francesi contro le nuove coppie di sposi), feroce e ardito nell’atto finale, comincia con un’aria di sortita che ottiene il primo applauso individuale della serata, e non perde occasione di dare a ogni frase l’intenzione e il colore più appropriati. L’attacco del grande concertato del quarto atto, poi, è un grande momento di canto.
Tra i comprimari, discreti, direi che il giovane Simonas Strazdas dimostra, nel ruolo del Sire di Béthune, di avere solidi mezzi da basso che però hanno ancora bisogno di guida e perfezionamento. Il Danieli di Norbert Ernst (della compagnia stabile) ha il merito di farsi sentire nei concertati, nonostante la direzione aiuti poco i cantanti.

Carlo Rizzi, infatti, dirige bene ma con tendenza al fortissimo ogni volta che può, a scapito del palcoscenico. Già a partire dalla sinfonia si alternano passaggi bellissimi ad altri meno riusciti e questo mi riporta nel tempo a tanti anni fa, quando per la prima volta l’ho visto dirigere ad Amsterdam Luisa Miller. Ovviamente adesso Rizzi ha più esperienza e non si può dire che non si tratti di una buona e competente bacchetta, ma basta sentire un frammento della storica versione dei Vespri di Erich Kleiber a Firenze per avvertire quel tocco che fa la differenza (e Kleiber padre – dicono – non era un verdiano doc). Il coro risulta in grande forma, come ogni volta che a dirigerlo è Thomas Lang.

Quanto all’allestimento, Herbert Wernicke era un uomo molto intelligente, creativo, qui autore di tutto: scene, costumi, luci e, ovviamente, regia. Ma anche arbitrario. Questa non è una delle sue regie più trasgressive. La scena unica si risolve in una scalinata tremenda (io le vieterei) con i poveri interpreti che scendono e salgono anche cantando. La storia si segue bene, le luci sono ottime, gli abiti naturalmente modernizzati: i siciliani sono vestiti tutti di nero, tranne le giovani spose, mentre le fogge dei normanni o francesi sono un po’ alla Napoleone, ma non troppo. Quanto alla direzione attoriale, dopo ventidue anni non mi pare resti molto dello spettacolo originale: forse i movimenti d’insieme, quelli del coro e dei comprimari, ma gli interpreti principali si muovono autonomamente e ognuno fa come meglio gli pare. [Rating:3/5]

Vienna, 16 gennaio 2024