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Verona, Teatro Filarmonico – Stabat Mater di Rossini

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Il dolore che si trasforma in bellezza, un misterioso congiungersi di un velluto tenebroso con uno smalto celeste. Molto si discute sulla natura “teatrale” dello Stabat Mater di Gioachino Rossini (allo stesso modo in cui si fa per il Requiem di Giuseppe Verdi), ma tant’è: la versione rossiniana della sequenza latina attribuita a Jacopone da Todi può ben competere con il modello per eccellenza di Giovanni Battista Pergolesi. Fortemente teatrale lo intende Roberto Abbado, chiamato dalla Fondazione Arena di Verona a dirigere il capolavoro per due repliche in giorni altamente significativi: il Venerdì e il Sabato Santi. Come noto, la Chiesa cattolica spegne il suono delle campane nel giorno che prelude alla Pasqua di resurrezione. Un tempo nel quale nelle chiese abita un assorto silenzio, che invita a meditare sulla sorte di un Dio diventato uomo sino all’estremo sacrificio della sofferenza e della morte. Dunque, se musica deve risuonare in questo giorno, deve essere all’altezza di tale mistero. Proprio come accade per Rossini.

Teatrale, dicevamo, l’approccio di Abbado, che enfatizza i contrasti dinamici, imprime un vigore ritmico a tutte le pagine, sottolinea con dolcezza l’involo melodico, valorizza l’apporto degli strumentisti (ottima la prova dei fiati e, tra gli ottoni, dei corni in particolare). La concentrazione espressiva è sempre tesa, con sonorità vibranti che mai si irrigidiscono in semplice spessore fonico, per espandersi invece, laddove richiesto, in una franca cantabilità. Ottima la prova del coro, istruito da Roberto Gabbiani, per qualità timbrica, ampiezza e solidità di emissione (molto belli i pianissimi, dal suono sempre nitido e a fuoco).

I quattro solisti portano il loro decisivo contributo alla riuscita complessiva dell’esecuzione. Erika Grimaldi esibisce un timbro di adamantina chiarezza, capace di un fraseggio vario e sfumato, con acuti penetranti che emergono in particolare nella stupenda pagina dell’Inflammatus et accensus. Al suo fianco, risalta ancor più la vocalità rotonda e ambrata di Caterina Piva, che mette in luce pure una squisita musicalità. Pietro Adaini è tenore di voce scura e squillo argentino, nel segno di una emissione morbida e ben controllata, con una bella attenzione all’articolazione delle parole. Il basso Giorgi Manoshvili vanta uno strumento importante per colore e ampiezza, piegato a una nobile maestosità d’accento.

Assorta e quasi rapita l’attenzione del pubblico (al netto di qualche fastidioso intervento di telefoni non spenti) che si scioglie in un entusiastico applauso non appena risuona l’ultima vibrazione del solenne fugato a quatto voci che chiude, come in una visione michelangiolesca, questo assoluto capolavoro.

Teatro Filarmonico
STABAT MATER
Sequenza per soli, coro e orchestra
Musica di Gioachino Rossini (1792 – 1868)
Testo di Jacopone da Todi (attr.)

Orchestra e coro della Fondazione Arena di Verona
Direttore Roberto Abbado
Maestro del coro Roberto Gabbiani

Erika Grimaldi, soprano
Pietro Adaini, tenore
Caterina Piva, mezzosoprano
Giorgi Manoshvil, basso

Verona, 29 marzo 2024

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