Venezia, Teatro Malibran – Maria Egiziaca

Una storia di peccato e redenzione ove i toni estetizzanti del libretto si accompagnano a una musica eclettica, a comporre i pannelli di un Trittico che si presenta compatto nella sintesi drammaturgica di cui è capace. Maria Egiziaca, lavoro del 1932 di Ottorino Respighi viene riproposto dopo molti anni dalla Fenice di Venezia sul palco del Teatro Malibran. Cordiale e convinto il successo per un’operazione dal forte valore culturale, complessivamente riuscita grazie all’apporto della solida concertazione di Manlio Benzi, a un allestimento finemente elegante di Pier Luigi Pizzi e a un ottimo cast di interpreti. Ma andiamo con ordine.

“Mistero”: così è definita Maria Egiziaca sin dalla sua prima. Trattasi dunque di una vicenda a metà tra opera e oratorio che, tuttavia, stando alla scrittura respighiana, a quest’ultimo tende più che al melodramma. Molto semplice l’intreccio, ispirato a un testo devozionale medievale ove si racconta la storia di questa meretrice di Alessandria d’Egitto, vissuta nel IV secolo, che, convertitasi al Cristianesimo, trascorse 47 anni di ritiro nel deserto per espiare le proprie colpe, venendo in seguito santificata. La struttura dell’opera è molto lineare, suddivisa in tre episodi, incentrati rispettivamente sul peccato – con la partenza di Maria da Alessandria -, sulla conversione – con l’arrivo a Gerusalemme -, e sull’espiazione – con gli ultimi istanti di vita dopo il lungo errare nel deserto. Tutto, come intuibile, ruota intorno alla protagonista, che si confronta con altri personaggi, i quali assumono una valenza simbolica: il pellegrino e il monaco Zosimo rappresentano un richiamo alla purezza della fede, mentre il povero, il lebbroso e la cieca, della fede simbolizzano la forza nelle avversità. Nel primo quadro ci sono poi un marinaio e il suo equipaggio: giovani vigorosi che si abbandonano volentieri al fascino seducente della donna prima che cambi vita.
Il libretto, a firma di Claudio Guastalla, è davvero improbabile, all’insegna di un dannunzianesimo di second’ordine, con un abuso di rime baciate e di termini desueti che farebbe impallidire l’Illica meno ispirato. Peraltro, proprio l’abbondanza di parole poco comprensibili ha spinto Pizzi a “correggere” talvolta il libretto con termini più chiari.

E la musica? Già abbiamo detto della vocazione eclettica di Respighi, che ha il merito di compattare in poco più di un’ora la semplice vicenda, con frequenti rimandi al gregoriano, stranianti arcaismi che passano dal canto popolare al recitativo secco settecentesco (sorretto quest’ultimo dal clavicembalo), ma anche riferimenti a Wagner e Strauss. L’eminente sinfonista emerge non solo nella densità della scrittura, severamente austera, ma soprattutto nei due ampi interludi orchestrali che inframmezzano gli atti e restituiscono con plastica evidenza i viaggi compiuti dalla protagonista. Di tutto questo ha reso ragione l’incisiva direzione di Manlio Benzi, capace di valorizzare la frastagliata scrittura respighiana, mantenendo una costante tensione narrativa, anche se non sempre il maestro ha ben calibrato le sonorità rispetto alle voci.

Francesca Dotto, forte di un timbro prezioso e di una notevole musicalità, è venuta a capo con onore della difficile scrittura, riuscendo pienamente convincente sia nella sensibilità con cui ha piegato il canto a numerose sfumature, sia nella disinvolta presenza scenica (così importante per questo ruolo). Simone Alberghini non è parso troppo a suo agio nei panni del pellegrino e dell’abate Zosimo: la voce, comunque ben modulata, è forse troppo chiara per i ruoli. Vincenzo Costanzo ha disegnato un marinaio di vibrante intensità nel primo quadro, affrontando con voce scura e ampia la canzone, mentre nel secondo, nei panni del lebbroso, ha saputo articolare il canto nel segno di una più raccolta espressività. Molto bene, sia per vocalità che per presenza scenica, hanno fatto i giovani Michele Galbiati (un compagno) e Luigi Morassi (un altro compagno, il povero). Pregevole l’apporto di Ilaria Vanacore (la cieca, la voce dell’angelo) e William Corrò (una voce dal mare).
Suggestivo il contributo del coro (sempre fuori scena), istruito da Alfonso Caiani.

Pier Luigi Pizzi, con la consueta eleganza e stilizzazione, firma uno spettacolo che fa leva sulla accorta recitazione degli interpreti: i marinai del primo quadro, ad esempio, esibiscono una fisicità statuaria, mentre la protagonista viene “doppiata” in diversi momenti dalla bravissima danzatrice Maria Novella Della Martira che poi, nell’ultimo quadro, si denuda davanti alla croce, dichiarando così un rapporto “erotico” anche con la fede. Il gioco di luci, i costumi, la sobria scenografia concorrono al disegno complessivo, mentre le proiezioni del light designer Fabio Barettin non ci sono parse sufficientemente efficaci (cosa c’entra l’immagine di una moschea con una storia ambientata ben prima del diffondersi dell’Islam?). [Rating:4/5]

Teatro Malibran – Stagione del Teatro Fenice 2023/24
MARIA EGIZIACA
Mistero in tre episodi
Libretto di Claudio Guastalla
Musica di Ottorino Respighi

Maria Francesca Dotto
Il pellegrino, L’abate Zosimo Simone Alberghini
Il marinaio, Il lebbroso Vincenzo Costanzo
Un compagno Michele Galbiati
Un altro compagno, Il povero Luigi Morassi
La cieca, La voce dell’Angelo Ilaria Vanacore
Una voce dal mare William Corrò
Danzatrice Maria Novella Della Martira

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Manlio Benzi
Maestro del coro Alfonso Caiani
Regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi
Llight designer Fabio Barettin

Venezia, 8 marzo 2024