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Venezia, Teatro La Fenice – Mefistofele

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Titolo imprescindibile della storia del melodramma, innanzitutto per quello che aspirava a essere nella mente del suo creatore, un giovanissimo Arrigo Boito, poi per il caso che attorno a esso si generò e, non ultimo, per oggettivi meriti artistici, il Mefistofele è proposto dal Teatro La Fenice di Venezia in un nuovo allestimento ideato dalla coppia Moshe Leiser e Patrice Caurier che, raccolta la sfida di un testo estremamente complesso, sigla uno spettacolo di assoluto impatto.

Poeta e intellettuale raffinatissimo, massimo esponente della scapigliatura, folgorato da Wagner eppure epigono, in qualche modo, di Verdi, con cui collaborò per Simon Boccanegra, Otello e Falstaff, ultimo capitolo del tardo romanticismo e prologo a certe raffinatezze del decadentismo, Boito per il secondo Mefistofele, quello seguito al fiasco del 1868 e rinato dalle ceneri della prima partitura, concepisce una struttura drammaturgica a grandi quadri contrapposti con una struttura ad anello e, concluso il prologo, chiastica nella disposizione degli atti. Mettere in scena oggi questo testo pone non poche difficoltà: l’ambientazione medievale, il prologo in cielo con tanto di cherubini e serafini, il diavolo e Dio, si configurano come un terreno insidioso, che si presta, più che al rischio di produrre uno spettacolo datato, a quello di scivolare nel kitsch, tanto più se si vuole darne una rappresentazione didascalica.

La genialità di quanto i due registi hanno realizzato sta proprio nell’avere rispettato didascalicamente il libretto – e la partitura – di Boito per offrire al pubblico un racconto assolutamente nuovo, iconico, contemporaneo, che non tradisce nulla dell’archetipo. L’impressione che ho ricavato, assistendo alla recita del 14 aprile, è che la loro lettura si fondi su una profonda esegesi del testo, da cui deriva l’assoluta coerenza dello spettacolo e la coesione con l’esecuzione musicale, altro punto di forza di questa magnifica edizione. C’è nel Prologo un verso significativo, a mio avviso, pronunciato da Mefistofele: “è bello udire l’Eterno, col diavolo parlar sì umanamente”, in cui credo vada ricercata la chiave di lettura: lo spazio fisico in cui si muove Mefistofele è quello di un teatro vuoto, metafora stessa della creazione, il non-luogo che tutte le possibilità accoglie in sé e in cui si materializza Mefistofele. Mefistofele, senza rinunciare a una non celata maschera con tanto di corna, è posto ai margini della società, a suo modo isolato, come Satana dopo la caduta, il provocatore che tutto irride. Il primo atto è altrettanto rivelatore, e ci porta in un campo di calcio, con il coro sugli spalti a tifare e tanto di schermi tutto intorno: idea perfetta per esplicitare quanto Wagner, citando Orazio e lusingando il suo maestro, afferma: “m’è di noia il vulgo” (odi profanum vulgum et arceo). Lo spettacolo nazional popolare dei giorni nostri è quanto di più si oppone al mondo solipsistico di Faust che “inassopita bramosia di saper” rende triste: egli stesso dunque isolato(si) dalla società; quel Faust che poco dopo vediamo in una fugace apparizione nel suo studio circondato da libri, quadri, busti di statue e un violoncello, un luogo ben ordinato ma che scompare al giungere di Mefistofele. Magnifiche le soluzioni pensate per raccontare la sostituzione di Mefistofele a Wagner e la posa, come una blasfema Pietà, con cui il diavolo siede alle spalle di Faust, quasi abbracciandolo e contemplandolo irridente. Nel vuoto nel palco in cui la scena ci viene riproposta, il mantello che Mefistofele dispiega non può essere, dunque, che la tentazione suprema con cui Faust, che dal mondo degli uomini è tagliato fuori, comincia il suo viaggio: una dose di eroina. La scena del giardino introduce una Margherita in vesti di donna musulmana, con il chador sul capo, traduzione visiva della domanda che ella pone a Faust: “Dimmi se credi Enrico, nella religione”. Nel mondo contemporaneo, quello occidentale, votato a un progressivo secolarismo, una vita vissuta secondo i vincoli dettati da (una) religione – che non è più il cristianesimo – appare più credibile se viene presentata in questo modo, e molto più scandalosa la resa alla tentazione e al peccato di cui si macchia Margherita.

La scena del Sabba è destinata a restare nella memoria, a mio avviso, con quel mondo sospeso nel vuoto, sullo sfondo di una città che brucia, mentre le fiamme (superbi i video di Etienne Guiol e le luci di Christophe Forey, come i costumi moderni di Agostino Cavalca) si protendono fino al proscenio e invadono poco a poco i palchi, ricordo del rogo che distrusse la Fenice, e che riduce il mondo in una palla incandescente (“v’è sul sol e sulla terra, distruzion” aveva cantato Mefistofele). Nel progredire di questo racconto della nostra contemporaneità, l’altra scena iconica è quella del sabba classico che, esattamente come Boito aveva concepito, si contrappone a quella del primo atto: se là Moshe Leiser, che firma le scene, e Patrice Caurier avevano pensato a un campo di calcio, qui la scelta più naturale è quella di un teatro, la stessa Fenice, il luogo in cui si celebra e si custodisce ancora la bellezza, in cui, dunque, Elena è una cantante che le Sirene e le Coretidi ascoltano ordinatamente seduti, elegantemente vestiti e in cui Mefistofele non può altro che constatare: “fra stranie larve più me stesso non trovo”; nemmeno il “gaietto sciame femminil” lo soddisfa, trattandosi di ballerine classiche (un plauso anche alle coreografie ideate per ogni atto da Beate Vollack). Faust soggiace al fascino della divina Elena e durante il duetto, sullo sfondo, l’immagine di una kore si anima, si denuda il petto e si abbandona a un dio greco; ma poiché “l’ideale fu sogno”, alla fine dell’atto si polverizza e Faust rimane solo, con un pugno di polvere in mano. Non resta che un attimo, allora, a cui dire “Arrestati, sei bello”: quello in cui Faust si ritrova nel suo studio, dove tutto era incominciato e dove realizza essere la salvezza. Già nel primo atto aveva detto “verso l’Evangel mi sento attratto” e qui lo ritrova il vangelo: coerentemente con il racconto, è rappresentato dal violoncello che avevamo già visto. È dunque una “lieta novella” laica quella raccontata da Faust, la sua visione di un “un placido mondo”; la salvezza l’aveva con sé dall’inizio e il viaggio gliel’ha rivelata: a Mefistofele, schiacciato dai cori angelici, non resta altro che fischiare ed estrarre una pistola che punta verso il pubblico in un ultimo impeto distruttivo.

A un impianto drammaturgico così rigoroso, ineccepibile, nel rivelare l’attualità dell’idea dell’Autore (la lotta Satana-Dio è nell’uomo, all’interno di noi e nella società contemporanea; un’esaltazione memore di Menandro della grandezza dell’uomo quando sia veramente uomo), corrisponde un’esecuzione di altissimo livello, il cui primo merito va dato alla direzione e alla concertazione di Nicola Luisotti, chiamato a guidare l’orchestra della Fenice, che offre un’eccellente prova. Scelte agogiche inappuntabili, anche quando i tempi sono poco più veloci dell’usato, dinamiche amplissime, che spaziano da pianissimi vaghissimi a fortissimi poderosi, Luisotti, in un perfetto equilibrio con le voci, ha anche il grande pregio di riuscire a supplire a una sorta di carenza della scrittura boitiana: come nel Nerone, i temi di Boito non hanno la capacità di imprimersi immediatamente nella memoria e farsi carico di un meta significato come quelli di Wagner, sicché non sempre è chiara, all’ascolto, la loro riproposizione; nella sua meticolosa concertazione e direzione Luisotti riesce invece a renderli immediatamente evidenti, chiarendone il senso profondo. Non si può non citare subito l’eccellente prova del Coro della Fenice diretto da Alfonso Caiani, e del coro voci bianche Piccoli Cantori Veneziani guidato da Diana D’Alessio (altro maestro del Coro Zoya Tukhmanova), autentici protagonisti della partitura, che hanno riscosso entusiastici applausi alla fine del prologo, del Sabba e nel Finale.

Alex Esposito incarna sotto ogni punto di vista il personaggio di Mefistofele, tanto in ogni dettaglio del gesto, quanto nella resa musicale: basti come esempio il “no” ripetuto della ballata, sussurrato invece che gridato, sottile invece che sguaiato. Ogni sua frase musicale, ogni parola viene ricreata, senza mai risultare eccessiva o scadere nel grottesco. Piero Pretti appare a suo agio nella parte di Faust e la sua voce, per estensione ed emissione, non riscontra problemi nell’affrontare la scrittura; possiede lo squillo necessario a rendere l’esaltazione estatica dell’Epilogo, l’afflato del duetto con Elena e sa piegarla a un sussurro nella magnifica pagina “Lontano, lontano, lontano”; gli manca, forse, a rendere appieno il personaggio, qualche colore intermedio, sicché il suo canto risulta a tratti monocorde, soprattutto in pagine come “Giunto sul passo estremo”. Ma è davvero un dettaglio a margine di una prova ampiamente superata. Maria Agresta sfoggia un timbro di rara bellezza, ma la voce appare a tratti affaticata, e tende a una certa ruvidità e fissità salendo verso l’acuto; così se da un lato ci regala un commovente resa di “L’altra notte in fondo al mare”, ben fraseggiata e partecipata – ma i vocalizzi sono poco sciolti -, dall’altro suona un po’ aspra in “Spunta l’aurora pallida”, in cui pare più concentrata sul controllo dello strumento che sulla magia del fraseggio. Maria Teresa Leva convince nella breve parte di Elena a cui tuttavia Boito riserva una pagina di grande drammaticità e una delle melodie più ammalianti del melodramma, “Amore, misterio! Celeste, profondo”, che Leva rende con grande afflato. Completano ottimamente il cast Kamelia Kader, nelle parti di Marta e Pantalis, ed Enrico Casari in quelle di Wagner e Nereo.
Il teatro, esaurito in ogni ordine di posti, a fine rappresentazione esplode letteralmente in fragorosi e convinti applausi per un’esecuzione e uno spettacolo che si vorrebbe, personale auspicio, rimanesse in repertorio.

Teatro La Fenice – Stagione 2023/24
MEFISTOFELE
Opera in un prologo, quattro atti e un epilogo
Libretto e musica di Arrigo Boito.

Mefistofele Alex Esposito
Faust Piero Pretti
Margherita Maria Agresta
Marta/Pantalis Kamelia Kader
Elena Maria Teresa Leva
Wagner/Nereo Enrico Casari

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Nicola Luisotti
Maestro del coro Alfonso Caiani
Coro voci bianche Piccoli Cantori Veneziani
Maestro del coro Diana D’Alessio
Altro maestro del coro Zoya Tukhmanova

Regia Moshe Leiser Patrice Caurier
Scene Moshe Leiser
Costumi Agostino Cavalca
Light designer Christophe Forey
Video designer Etienne Guiol
Coreografia Beate Vollack

Venezia, 14 aprile 2024

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