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Trieste, Teatro Verdi – Nabucco

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A cinque anni di distanza dall’ultima edizione, ritorna sulle scene del Teatro Verdi di Trieste uno dei titoli più amati del repertorio operistico, quel Nabucco che valse fama al giovane Verdi, affranto dai lutti che lo avevano colpito e dal fiasco di quella che sarebbe rimasta, sino all’apparire di Falstaff, la sua unica comica. Partitura, Nabucco, che presenta certamente asprezze e imperfezioni, ma che mostra già molti dei tratti salienti della scrittura verdiana e le tematiche più care al Bussetano, a partire dal rapporto padre-figli sino al tema del potere, passando per quello, più che mai evidente nei libretti di Temistocle Solera, dell’amore di patria, che di questo allestimento proveniente dal Hrvatslo Narodno Kazalište di Zagabria, è la chiave di lettura.

Il regista Giancarlo Del Monaco, abbandona, infatti, il tempo storico, e ambienta l’azione in pieno Risorgimento italiano, con Nabucco nelle vesti imperiali di un Asburgo d’Austria somigliantissimo a Francesco Giuseppe, Zaccaria nei panni di un intellettuale patriota italiano – un giovane Mazzini forse -, Abigaille in divisa asburgica e Fenena in un bell’abito bianco di nobildonna ottocentesca. Idea forse non originalissima di per sé, ma perfettamente realizzata; se è vero che spostare il tempo di testi storicamente ben connaturati può risultare insidioso, è pur vero che nell’azione, nei personaggi e, soprattutto nel protagonista più autentico dell’opera, il popolo ebraico, si riconobbero sin dal suo primo apparire gli spettatori, al punto che oggi ancora si pretenderebbe fare del celeberrimo coro “Va’ pensiero” l’inno d’Italia, mentre all’epoca il nome di Verdi divenne acronimo di un altrettanto celebre motto patriottico: Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia. Questa, dunque, la scritta che campeggia sul muro su cui si alza il sipario al primo atto e attraverso cui si apre la breccia che apre il passo a Nabucco. Paradossalmente, nel prosieguo dello spettacolo, grazie anche alle belle scene e ai costumi elegantemente funzionali firmati da William Orlandi, con Francesco Bonati assistente, ci pare naturale credere che fosse proprio la storia dell’Italia oppressa che Verdi volesse cantare, e l’ampio muro che costituisce l’elemento fisso della scena, quasi una sorta di Leitmotiv, diviene metafora del pianto di tutti i vinti ed esuli. Del Monaco, con l’assistente alla regia Martina Zdilar Sertić, costruisce, grazie anche al concorso delle luci di Wolfgang von Zoubek, uno spettacolo di grande impatto visivo, che si sviluppa su solide basi, ottenendo risulti memorabili con l’entrata di Nabucco e la scena della folgore nel secondo atto, quanto tutto il coro rovina al suolo insieme al re, mentre la sola Abigaille, quasi in sfida all’ira divina, resta in piedi a trionfare del momento. La scelta di rispettare tutti i cambi scena fra i quadri all’interno degli atti, e di unire solo il terzo al quarto atto, pare forse una scelta controcorrente rispetto alla prassi sempre più seguita negli ultimi anni di abbreviare i tempi tecnici, ma restituisce, tuttavia, quel taglio oratoriale che non è del tutto estraneo a Nabucco, in cui l’azione, a ben vedere, è più che altro narrazione di eventi concentrati in grandi scene.

Oltre al titolo in sé, a richiamare il folto pubblico che ha presto esaurito tutti i settori del teatro per tutte le recite previste, è stato scritturato un cast di alto livello, che vede nel ritorno a Trieste dell’amatissimo Daniel Oren, che del teatro fu direttore stabile. È sorprendente vedere come l’Orchestra del Verdi risponda ai gesti del Maestro, più sobri rispetto agli anni giovanili, ma non meno plastici, come uno strumento risponderebbe al tocco di chi lo suoni: ogni suo pensiero è trasmesso a orchestrali e coristi con un cenno delle dita, una contrattura del volto, uno spasimo del corpo e si trasforma in suono e colore. Nulla gli sfugge della partitura verdiana, che concerta magnificamente e controlla sia nella perfetta resa agogica che nella variegatissima restituzione dinamica, ponendosi al tempo stesso al servizio dei cantanti con cui respira e – questo sì, talora – canta. Consumato uomo di teatro, Oren è anche leader delle risposte del pubblico all’esecuzione, essendo lui il primo a gridare “bravo”, a battersi la bacchetta sulla mano, a prolungare gli applausi, a persuadere la sala già eccitata della necessità di bissare il “Va’ pensiero”: ma gli si perdona questo gioco, per quello che è capace di ottenere dai suoi orchestrali e dai suoi cantanti, sfuggendo, anche in una pagina tanto spesso ascoltata e bistrattata, a ogni qualsivoglia sospetto di routine, al punto che l’eterna corona sulla nota finale tenuta dal coro, solidamente preparato da Paolo Longo, e qui sorprendentemente rinnovato negli esiti ottenuti, risulta non mero istrionismo, ma autentica essenza poetica che si spegne su una memoria lontana.

A dare voce a Nabucco, uno dei baritoni più interessanti degli ultimi anni: Roman Burdenko, che sfoggia una voce imperiosa, ma malleabile e una solidissima tecnica grazie alla quale tratteggia un personaggio freddo nella sua aura regale, ma via sempre più umano dopo il crollo psichico seguito alla punizione divina a seguito del quale si scopre padre apprensivo, supplice convertito e magnanimo sovrano. Perfettamente credibile nella parte, è persuasivo e coinvolgente nella magistrale resa dell’aria “Dio di Giuda” e nell’impeto della seguente cabaletta.
Maria José Siri è una cantante che, personalmente, ascolto sempre con grande piacere per il bel timbro e l’ottima emissione, nonché per le qualità musicali delle sue interpretazioni. Se sia tuttavia Abigaille, non saprei dirlo: tutto è corretto in ciò che fa, ma se commuove nelle pagine più liriche, a partire dal terzettino iniziale, sino all’aria “Anch’io dischiuso un giorno” e alla scena della morte, le manca l’impeto guerriero, non tanto, forse, nella resa della scrittura di Verdi, quanto nella pronuncia della parola scenica che, nel Nostro, è un tutt’uno con la notazione sul pentagramma. Talora, inoltre, è il peso della voce nei centri a mancare: insomma troppo corretto il suo canto, troppo curata l’emissione per questo personaggio; resta il fatto che, fatta questa riserva, si ha, nell’ascoltarla, la certezza di essere in presenza di una delle migliori voci e cantanti di questi giorni.
Marko Mimica è un eccellente Zaccaria; dotato di un bel timbro di basso, autenticamente sacerdotale nella resa del suo personaggio, sicuro e persuasivo in ciascuna aria, toccante nella magnifica “Vieni o Levita”, fraseggia con eleganza e ha un ottimo controllo dello strumento in tutta la gamma. Più monocorde in una parte, del resto, non particolarmente grata, sebbene non priva di frasi di grande effetto, Carlo Ventre mette la sua solida preparazione tecnica al servizio di Ismaele, mentre sorprende, quale Fenena, Elmina Hasan, giovane mezzosoprano di Baku, dotata di un bellissimo timbro e presenza scenica: voce interessantissima deve ancora crescere come interprete, risultando vagamente generica la lettura della preghiera del quarto atto. Ottimo il resto del cast con Cristian Saitta, Gran Sacerdote di Belo, Christian Collia, Abdallo, e una segnalazione particolare per l’eccellente Elisabetta Zizzo nei panni di Anna, sempre sicura nell’ascesa all’acuto.
Successo calorosissimo per tutti gli interpreti, in una stagione operistica in costante ascesa.

Teatro Verdi – Stagione 2023/24
NABUCCO
Dramma lirico in quattro parti
Libretto di Temistocle Solera
Musica di Giuseppe Verdi

Nabucco Roman Burdenko
Abigaille Maria José Siri
Zaccaria Marko Mimica
Ismaele Carlo Ventre
Fenena Elmina Hasan
Il gran sacerdote di Belo Cristian Saitta
Abdallo Christian Collia
Anna Elisabetta Zizzo

Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione
Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Direttore Daniel Oren
Regista Giancarlo Del Monaco
Scene e costumi William Orlandi
Light designer Wolfgang von Zoubek
Assistente alla regia Martina Zdilar Sertić
Assistente alle scene e costumi Francesco Bonati
Maestro del coro Paolo Longo
Con la partecipazione della Civica Orchestra di Fiati “G. Verdi” – Città di Trieste

Allestimento del Hrvatsko Narodno Kazalište di Zagabria
Trieste, 27 marzo 2024

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