La storia di una prostituta e il periodo di rappresentazione dell’opera: sono questi i due spunti da cui Arnaud Bernard è partito per concepire la nuova messa in scena de La traviata di Giuseppe Verdi che ha inaugurato la Stagione lirica e di balletto del Teatro Verdi di Trieste. È risaputo che il Maestro di Busseto ebbe non pochi problemi con la censura del tempo, vedendosi costretto ad accettare un’ambientazione anticipata ai tempi di Luigi XIV; in tempi recenti abbiamo visto Violette vestire secondo la moda e i costumi di tempi fra i più lontani fra loro.
Bernard sceglie, per questa edizione, gli anni Cinquanta del secolo scorso e, grazie alle scene di Alessandro Camera e ai magnifici costumi di Carla Ricotti, crea uno spettacolo complessivamente elegante, che vive del contrasto di bianco e nero e in cui le luci di Emanuele Agliati risaltano soprattutto nel secondo quadro del secondo atto e nel terzo, dove anche il regista trova alcune delle sue soluzioni migliori. Quanto al volere riportare in primo piano il fatto che Violetta fosse una prostituta, aspetto che, a suo dire, leggendo le note di regia, viene spesso dato per scontato, resta il dubbio che gli esiti corrispondano agli intenti; lo spettacolo nel suo complesso presenta, infatti, alcune zone d’ombra, alcune cadute che non si vorrebbero. Penso alla scena iniziale, quando, durante il preludio, Violetta accasciata in proscenio – alle spalle il coro in una sorta di fermo immagine cinematografico, espediente ripreso ogni qual volta due o più personaggi dialogano fra loro sia nel primo atto che nella scena in casa di Flora – tossisce in una bacinella di metallo, scena a cui fa da pendant il finale dell’opera, quando, dopo il suo “Oh gioia”, ultima illusione di una recuperata salute, con corre a cercare il medesimo catino per espettorare un’ultima volta, prima di accasciarsi a terra; oppure alla continua allusione all’atto sessuale fra Violetta e Alfredo: nel finale del primo atto Violetta a terra, gambe larghe e Alfredo che le si sdraia sopra; all’inizio del secondo atto, sempre i due che rotolano per terra, finale del secondo con Alfredo che, gettati i soldi all’amata, la riversa a terra e le solleva le gonne; questa scena in particolare doveva segnare, nelle intenzioni del regista, il climax dello spettacolo, quando l’amore diventa sesso, l’amante un cliente, ma è risultata spoglia di significato proprio perché già troppe volte anticipata nel corso dello spettacolo. L’impressione, piuttosto, è che proprio Violetta sia il personaggio meno approfondito dal regista che sembra lasciare l’interprete a se stessa, mentre passeggia sul tavolo della festa durante “Sempre libera” o vaga sul palco con pose fra le più banali del repertorio operistico. Quello che invece emerge da questo spettacolo, è il lavoro su Germont e Alfredo: è qui che Bernard ottiene gli esiti migliori e più convincenti, originali vorrei dire, riportando in primo piano la centralità del rapporto padre-figlio che è uno dei Leitmotive della produzione verdiana e che, questo sì, proprio in Traviata è generalmente messo in secondo piano. Germont non è il borghese distaccato che tutela la famiglia, ma emerge dal contesto come un uomo complesso, irrigidito nei suoi principi, imbarazzato dal contatto con Violetta, non tanto o non solo preoccupato per la dote della figlia, ma per la sorte stessa di quel figlio con cui ha un rapporto incrinatosi in nome delle convenzioni sociali: Alfredo che lo respinge violentemente, quando l’amata lo abbandona e a cui egli risponde con uno schiaffo; un padre solo, che non sa come agire per riallacciare quel legame e che per difendere la famiglia causa nuovi dolori e finisce per isolarsi sempre più. Alfredo, infine, appare qui come un’amante il cui amore è ancora sostanzialmente ingenuo, pregno di una fisicità giovanile, al cui confronto Violetta spicca come una donna matura capace di un sentimento puro e consapevole, anche delle convenzioni sociali del tempo, proprio lei che pura non lo è più. A leggere le dichiarazioni di Arnaud, tuttavia, si direbbe che questi esiti siano collaterali rispetto a due idee che, francamente, poco aggiungono allo spettacolo e che piuttosto lo sporcano con alcune banalità o non-soluzioni.
Buoni gli esiti musicali, nonostante un primo atto interlocutorio, in cui si percepiva la tensione della prima. Enrico Calesso dirige con grande pulizia una partitura che, dietro un’apparente semplicità di scrittura, nasconde profonde difficoltà interpretative e il rischio di scivolare nella routine. Non indugia su tempi comodi ma adotta quasi una lettura toscaniniana, come nella festa in casa di Flora quando l’azione precipita in una sorta di pulsante frenesia ritmica che sfocia nell’invettiva di Alfredo. L’orchestra del Teatro Verdi gli risponde attenta, con bel fraseggio e suono capace di fare emergere dettagli significativi, rispettosa delle dinamiche indicate nella partitura che Calesso esegue nella sua quasi completezza.
Maria Grazia Schiavo sfoggia un bel timbro e una preparazione tecnica solidissima che le permette di ottenere dei legati e dei pianissimi molto belli; sebbene la coloratura richiesta nel primo atto sia eseguita con puntualità e facilità, le legature di portamento che precedono la chiusa dell’aria risultano piuttosto pesanti e poco significative, ma la salita ai sopracuti non presenta problemi e l’interposto Mi bemolle è di impatto. Il meglio, tuttavia, lo dà a partire dal secondo atto dove cesella con perizia fraseggio e dinamiche, eseguendo a un “Addio del passato” di grande intimità, in cui la seconda strofa trova colori tali da riscattare dei versi non splendidi.
Antonio Poli canta con bella voce e tecnica solida, si lascia alle spalle un primo atto corretto, con alcune mezze voci nel duetto che sono, in realtà, un falsetto; come la collega, dal secondo atto acquisisce sicurezza e ci offre un personaggio convincente, ricco di sfaccettature, irruento sia in “Oh mio rimorso” che in “Ogni suo aver tal femmina”; ma è nella scena finale nella frase “Ah non morrai” che trova accenti carichi di un dolore partecipato, segno di una maturazione di Alfredo davanti alla morte: riesce a gestire la parte senza forzature nella voce, fraseggiando con gusto.
Vera perla della serata, tuttavia, è parso Roberto Frontali che disegna una Giorgio Germont di grande levatura: certo il timbro risente del passare del tempo, ma la preparazione tecnica e la maturità dell’artista gli consentono di attingere a una tavolozza di colori stupefacente. La nobiltà del fraseggio si coniuga a una cura del rapporto musica-parola che apporta nuova luce al personaggio, offrendo un’intensa lettura della romanza “Di Provenza il mare, il suol” in cui gli esiti della seconda strofa sono a mio parere memorabili, degni di porsi accanto a quelli ottenuti da pochi grandi interpreti del passato; il gesto scenico è curatissimo, mai banale o scontato, ogni passaggio della parte è risolto con meticolosa chiarezza espressiva e musicale: a lui il pubblico decreta gli applausi più calorosi e convinti.
Il ricco cast si dimostra a livello dei tre protagonisti a partire dall’ottima Flora di Eleonora Vacchi che si fa apprezzare per il bel timbro, a Francesco Auriemma quale Marchese d’Obigny, Andrea Pellegrini, interessante voce di basso nella parte di Grenvil, Francesco Verna nei panni del barone Douphol e l’ottima Annina di Veronica Prando; buone anche le prove di Gianluca Sorrentino, funzionale nel ruolo di Giuseppe, Giuseppe Oliveri, un domestico di Flora, e Damiano Locatelli quale Commissionario.
Il Coro del Teatro Verdi, diretto da Paolo Longo, riconferma la sua solida preparazione offrendo una bella lettura di “Noi siamo zingarelle” e del coro dei Mattadori, nonché il suo imprescindibile contributo al Brindisi e al concertato del terzo atto, che qualche lievissima slegatura rispetto all’orchestra non hanno inficiato. 




Teatro Verdi – Stagione 2024/25
LA TRAVIATA
Melodramma in tre atti
Libretto di Francesco Maria Piave
dal dramma La Dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio
Musica di Giuseppe Verdi
Violetta Valéry Maria Grazia Schiavo
Alfredo Germont Antonio Poli
Giorgio Germont Roberto Frontali
Flora Bervoix Eleonora Vacchi
Barone Douphol Francesco Verna
Marchese d’Obigny Francesco Auriemma
Dottor Grenvil Andrea Pellegrini
Gastone Saverio Fiore
Annina Veronica Prando
Giuseppe Gianluca Sorrentino
Un domestico di Flora Giuseppe Oliveri
Un commissionario Damiano Locatelli
Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione
Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Direttore Enrico Calesso
Regia Arnaud Bernard
Scene Alessandro Camera
Costumi Carla Ricotti
Light designer Emanuele Agliati
Maestro del Coro Paolo Longo
Nuovo allestimento
della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi
Trieste, 8 novembre 2024

